Shrek Forever After (Usa, 2010) di Mike Mitchell

Il voto di Paolino è… 5½

Il matrimonio rovina la gente. Lo capisce pure Shrek, a sue spese: una moglie, tre figlioletti ruttanti e scoreggianti, altri tipi di creature non ben definite (Ciuchino potrebbe essere definito la suocera rompicoglioni, mentre il Gatto con gli stivali avrebbe forse la parte del suocero, più pacato e comprensivo…): insomma, la vita da orco, quando spaventava gli abitanti di Molto Molto Lontano con i suoi ringhi famelici, è un remoto ricordo. Così in preda alla disperazione Shrek stringe un patto col subdolo Tremotino e stipula un contratto con il quale, per un giorno, vivrà in un “universo alternativo” dove un orco è ancora un orco.

La saga finisce qui, e credo nessuno la rimpiangerà. Quanto il primo episodio fu rivoluzionario, nella scrittura e nei personaggi, quanto tutti i seguenti sono stati stanche ripetizioni dell’idea originale, senza una novità, senza un guizzo, senza un vero motivo per riportare tutta la baracca su grande schermo se non il lauto botteghino. Questo quarto capitolo tenta di ridare linfa all’orco verde riportandolo agli inizi, ma Shrek non è più quel Shrek e quindi tutto il film si rivela un gigantesco bluff. I personaggi di contorno sono sempre i soliti, da Fiona che non è mai e poi mai stata un buon character, a Ciuchino che a tratti diverte e a tratti stanca. Credo che il migliore di tutti sia stato e sia rimasto il Gatto con gli Stivali, un esserino furbo, un animaletto scaltro nella parola e nel cervello, una rappresentazione sempre arguta del mondo di opportunisti in cui viviamo, che rivedremo in uno spin-off a lui dedicato (anche in italiano ha la voce di Antonio Banderas come nella versione originale).

Tra gag lente e stanche, e l’ormai inflazionatissima scena di ballo (BASTA! da amante del musical dico che non se ne può più di vederne una in OGNI cartoon esca al cinema da 3/4 anni a questa parte!), la saga volge all’epilogo senza lasciare nulla allo spettatore. E se il capostipite era stato un film dedicato e indirizzato agli adulti, col tempo tutto si è fatto più fanciullesco e oggi piacerà tanto ai bambini ma meno a chi cerca ironia e intelligenza.

Segue il trailer. Read the rest of this entry »

El secreto de sus ojos (Argentina/Spagna, 2009) di Juan José Campanella, con Soledad Villami, Ricardo Darìn, Carla Quevedo, Javier Godino

Il voto di Paolino è… 9

Data di uscita italiana: 4 giugno 2010
Sale: 61
Incasso totale: 1.050.000 euro

Benjamin Esposto per anni è stato l’assistente di un Pubblico Ministero. Ora è in pensione, e cerca un modo per riempire le proprie giornate. Decide così di scrivere un romanzo, ispirandosi a una faccenda a cui aveva lavorato quasi trent’anni prima, il caso di una ragazza stuprata ed uccisa in casa propria. Riviviamo così quelle indagini e il mistero attorno a loro, un mistero rimasto insoluto per tutto questo tempo. Per scrivere il libro Benjamin torna a trovare coloro i quali avevano vissuto con lui quella tragica storia, da Irene, segretaria del Pubblico Ministero amata da sempre, a Ricardo Morales, il vedovo della donna uccisa, ancora desideroso di vendetta.

Quando questo thriller argentino, qualche mese fa, ha vinto il premio Oscar come Miglior film straniero, la curiosità in me si è subito fatta pressante. Perchè com’era possibile che un film dichiaratamente di genere, costretto quindi da confini ben circoscritti e da una trama molto simile a tante altre (chi e perchè ha ucciso?) avesse potuto suscitare tutto questo clamore? Poi ho visto Il segreto dei suoi occhi, e la motivazione è subito stata chiara. Il film di Juan José Campanella è ipnotico ed attanagliante, doloroso ed avvincente, moderno ma classico. Emozioni tangibili, che non riguardano soltanto il caso in sé: si respirano tra le scrivanie degli uffici ministeriali, nei bar nei quali Benjamin è costretto ogni sera ad andare a prelevare il suo amico fraterno e collega Pablo, nella stazione dei treni nella quale ogni giorno il vedovo della vittima si apposta, sofferente, per aspettare quello che lui e la polizia credono essere il colpevole. Un colpevole che ad un certo punto verrà scoperto, ma ciò non sancirà certo la fine del film, anzi. Darà il via ad un moto di avvenimenti e di ripercussioni dolorose ed impreviste.

Cosa affascina de Il segreto dei suoi occhi? Affascina una regia strabiliante (Juan José Campanella è attivo da anni tra gli USA, dove gira svariati episodi di serie tv quali Dr. House, Law & Order, 30 Rock, e l’Argentina dove invece realizza i suoi lungometraggi) che utilizza spazi e colori come se dovesse dipingere il film anzichè filmarlo, concedendosi però a metà dello svolgimento un piano-sequenza magistrale ed incredibile che parte con un volo a planare su uno stracolmo stadio di calcio per poi continuare senza interrompersi tra i suoi corridoi d’accesso. Una sequenza tesissima non soltanto dal punto di vista tecnico ma soprattutto da quello del racconto, visto che segna un importante punto di svolta nel film. Poi le interpretazioni, tutte fenomenali (e molte impegnate su doppio fronte, visto che i medesimi attori interpretano più che credibilmente i personaggi negli anni Settanta e nei giorni nostri) a partire da quella del protagonista, uno straordinario Ricardo Darìn.

Qualche critica si può muovere alla sceneggiatura. Innanzitutto la scoperta di quello che potrebbe essere l’assassino avviene tramite una “prova” che definire risibile è anche gentile. Tra l’altro costui rimane assolutamente l’unico sospettato – senza alcuna prova contro di lui se non il fatto che non si fa trovare – per tutto il film. Poi lo stesso personaggio, nella seconda parte della storia, subisce un destino quantomeno discutibile. Insomma, senza questi difetti il film avrebbe davvero potuto essere perfetto.

Segue il trailer.

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Io parlo sempre meno di telefilm su questo blog e me ne dispiaccio. Ma nei mesi scorsi ho dedicato specifici articoli solo a pochissime serie: Psych, True Blood, Mad Men, Nurse Jackie, Modern Family. E chi ha fatto man bassa di premi l’altra notte durante gli Emmy 2010? Mad Men, Nurse Jackie e Modern Family! Grande Paolino :)

A parte gli scherzi, una serata divertente (strano per gli Emmy…) ha visto l’assegnazione di un premio più meritato dell’altro: magari fossero così anche i Golden Globes e gli Oscar! La febbre di Glee (serie carina, divertente ma non eccezionale) per fortuna non ha offuscato la vista ai giurati che gli hanno affibiato solo i premi per la miglior regia di Ryan Murphy (per il pilot) e per l’attrice non protagonista “comedy” (meritatissimo a Jane Lynch). Per il resto tanti e tanti riconoscimenti alle serie delle tv via cavo, quelle meno viste e più di nicchia ma che fanno incetta di statuette ogni anno: Mad Men ha vinto il premio per la miglior serie “drama” per il terzo anno consecutivo (e su AMC fa 4 milioni di spettatori a episodio, gli stessi che fa una qualsiasi scadente fiction con Gabriel Garko su Canale5…) più quello per la miglior sceneggiatura “drama”, e Breaking Bad, che mi sono colpevolmente perso in questi anni ma di cui voglio parlarvi presto, si è portato a casa quelli per il miglior protagonista “drama” (terza volta di fila per Bryan Cranston) e per la prima volta anche quello per il non protagonista, Aaron Paul. Certo, vedere ancora una volta dimenticato l’incommensurabile Michael C. Hall di Dexter o lo Hugh Laurie di House (sempre nominato ma mai premiato in sei anni!) fa male, ma evidentemente questa Cranston deve essere proprio bravo…

Tra le donne, la miglior attrice “drama” è stata Kyra Sedgwick per The Closer, mentre la non protagonista è stata Archie Panjabi per The Good Wife.

Passando al versante comedy, la vera ovazione c’è stata per il premio a Jim Parsons, il geniale Sheldon Cooper di The Big Bang Theory, alla sua prima assegnazione. Sorpresissima invece per la statuetta a Edie Falco come protagonista di Nurse Jackie: non ci credeva neppure lei, ma è sacrosanta. I non protagonisti sono stati Eric Stonestreet per il ruolo dello strabordante (nel senso che è obeso) marito gay di Modern Family, e la già citata Jane Lynch (lesbica pure lei, tra l’altro) di Glee. Modern Family quindi ha scippato a Glee il titolo di miglior serie “comedy” dell’anno, nonché quello per la miglior sceneggiatura (del pilot). Va detto che per entrambe le serie c’è stato un sensibile calo di inventiva e di ritmo durante la seconda parte della stagione, quella primaverile. Speriamo che il premio (mancato o vinto che sia) sia da stimolo ad entrambi i team creativi per osare qualcosina in più in vista del nuovo riavvio.

A mani vuote Lost (in molti lamentano che il premio per la colonna sonora sia andato a 24 anziché a Michael Giacchino), True Blood (ma qui già le nomination erano un regalo), 30 Rock (che le sue soddisfazioni se le è già prese in passato) e Dexter se non per i premi minori a John Lithgow come miglior guest star e per la miglior regia dell’episodio The Getaway.

La serata, a tema musicale e condotta da Jimmy Fallon (che quasi sempre presentava strimpellando con la sua chitarra) ha visto una scoppiettante introduzione che non poteva non essere a tema Glee: solo che insieme a mezzo cast dello show di Ryan Murphy hanno ballato anche Hugo di Lost, Jon Hamm di Mad Men e Tina Fey di 30 Rock! Da vedere.

agosto 30th, 2010INDOVINA CHI SPOSA SALLY

Happy Ever Afters (Irlanda, 2009) di Stephen Burke, con Sally Hawkins, Tom Riley, Sinead Maguire

Il voto di Paolino è… 2

E’ il giorno del matrimonio di Freddy e Maura. I due non si conoscono. Lui si sposerà per la seconda volta con la stessa, insicura ragazza delle prime nozze, mentre lei si presterà, dietro lauto compenso, a maritare un extracomunitario che altrimenti verrebbe espulso dal Paese (siamo in Irlanda). Dopo le cerimonie, i due matrimoni si spostano nel medesimo luogo per il ricevimento, in due sale attigue. Dietro l’angolo si celano due unioni, entrambe costruite su castelli di carte, pronte a crollare inesorabilmente in poco tempo.

Sarò breve. Siamo di fronte ad una delle più irritanti, odiose, atroci, disprezzabili, antipatiche e penose commedie che io abbia mai visto. Certe gag messe in campo dal regista e sceneggiatore Stephen Burke (penso ad esempio a quella nella quale Freddy si contorce in maniera pietosa per uno stiramento alla schiena) sarebbero bollate come feccia se a farle fosse un Christian DeSica qualsiasi, qui in Italia. Ma siccome il film è irlandese, è di classe, e la protagonista ha fatto bei film in passato, allora si porta pazienza e si fa finta di niente. A proposito della protagonista: curiosa e quantomai bizzarra la scelta dei titolisti italiani, che hanno chiamato la pellicola Indovina chi sposa Sally non perchè ci sia realmente un personaggio che si chiami così (almeno in originale), ma perché questo è il nome di Sally Hawkins, attrice evidentemente non così famosa da portare orde di gente in sala giusto perchè compare sulla locandina (e nel film il nome non viene mai pronunciato quindi si riesce a tenere il mistero). Aggiungiamo pure che che la sua performance è goffa e stancante.

Non una battuta azzeccata, non una scena che non sia deprimente. E’ stato difficoltoso arrivare alla fine di questa emerita e immonda schifezza. Segue il trailer.

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Chi conosce Chatroulette alzi la mano! Nessuno vero? Certo, certo… Vabbè, faccio finta che non ne sappiate niente e vado a spiegarvi che si tratta di un sito nel quale, se hai una webcam collegata al tuo computer, vieni automaticamente messo in contatto rigorosamente a caso con un altro utente connesso in quel momento. Sta poi a te (o a lui) iniziare una conversazione o passare al successivo. Perché vi dico tutto ciò? Perchè volevo mostrarvi una simpatica trovata promozionale architettata dai responsabili marketing della campagna promozionale del mockumentary, prodotto da Eli Roth, The Last Exorcism, che questo weekend è uscito nelle sale americane debuttando al primo posto.

Praticamente poteva capitare che su questo sito di incontri degli ignari utenti si trovassero di fronte ad una ragazzina ben disposta a mostrarsi come mammina l’aveva fatta… Salvo poi pentirsene. A voi le reazioni. Che siano reali? Che sia tutto architettato? Via alle ipotesi…

agosto 27th, 2010NIGHTMARE

A Nightmare on Elm Street (Usa, 2010) di Samuel Bayer, con Jackie Earle Haley, Kyle Gallner, Rooney Mara, Katie Cassidy, Thomas Dekker, Kellan Lutz

Il voto di Paolino è… 4/5

Freddy Krueger è tornato. Non lo impersona più lo storico Robert Englund ma il più quotato, almeno sulla carta, Jackie Earle Haley (era Rorschach in Watchmen). Altro tassello (l’unico?) di differenza tra questo reboot della saga e il capostipite targato Wes Craven è che Krueger, che nell’originale era stato bruciato vivo dai genitori di alcuni bambini che aveva assassinato, qui subisce la stessa sorte ma quei bambini invece di averli uccisi li ha violentati. Segno dei tempi. Una ventina d’anni dopo torna nei sogni dei mocciosetti, ormai cresciuti, che lo avevano condannato a morte con le loro testimonianze e inizia a ucciderli uno ad uno dal suo “mondo parallelo”.

Tenendo debitamente fuori dal discorso la riproposizione di Halloween fatta da Rob Zombie, tutti gli altri remake patinati in salsa hollywoodiana che da anni ci tormentano soffrono degli stessi difetti: logorroicità insensata, attorucoli da soap opera incapaci, regie anonime di emeriti sconosciuti (questo Samuel Bayer addirittura ha 48 anni ed è al suo primo lungometraggio) e la più tragica delle colpe per un horror: la totale mancanza di paura. Perchè sangue non vuol dire paura, spavento non vuol dire paura. Wes Craven con il primo Nightmare giocava sull’angoscia, sulle terribili risate di Robert Englund, sulla classica fobia che ti fa pensare “Cosa succede quando mi addormento?”. Qui nulla di tutto questo viene preso in considerazione: vengono rifatte pari pari delle scene (quella originariamente tremenda dello squartamento sul letto viene resa quasi comica) e, spiace dirlo, ma Earle Haley delude. Delude perchè sembra più interessato ad attirare l’attenzione su di sè (mossettine, faccette) che a rendere veramente credibile, per quanto possibile, il suo Freddy.

Michael Bay, ancora una volta produttore, si frega le mani e con un investimento di due spiccioli si ritrova il gruzzolone. Ma chi crede che questo sia un horror, della vita – e del cinema – non ha capito nulla.

Segue il trailer.

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agosto 23rd, 2010Anteprima: THE KARATE KID

The Karate Kid (Usa/Cina, 2010) di Harald Zwart, con Jaden Smith, Jackie Chan, Taraji P. Henson, Wenwen Han

Il voto di Paolino è… 7

Dre Parker (Jaden Smith) ha dodici anni, è orfano di padre e ha la sua vita e i suoi amici a Detroit. E’ costretto però, per il lavoro della madre (Taraji P. Henson, Il curioso caso di Benjamin Button) a trasferirsi in Cina, ovviamente controvoglia. Appena arrivato a Pechino avrà modo di farsi dei nemici molto in fretta: una gang di ragazzini tutti esperti in arti marziali vede di cattivo occhio l’amicizia speciale nata tra il ragazzo e la bella violinista Mei Yin. Incapace di difendersi dalle vessazioni dei più prepotenti della scuola, Dre riesce a convincere l’addetto alla manutenzione dello stabile in cui vive, Mr. Han (Jackie Chan), che scopre essere un esperto di kung-fu, ad insegnarli la nobile arte del combattimento.

In epoca di remake, il cult-movie con Ralph Macchio e Pat Morita (quest’ultimo anche candidato all’Oscar all’epoca per la sua interpretazione) non poteva non rinascere al cinema rivisitato e aggiornato. Ci ha pensato Will Smith, che ha visto nel suo piccoletto di famiglia (fatto debuttare su grande schermo da Muccino ne La ricerca della felicità) il volto perfetto per incarnare il nuovo “ragazzo del karate” (malgrado nel film gli venga insegnato il kung fu, che non è certo la stessa cosa). E non ha avuto tutti i torti: seppur il giovane Jaden all’inizio provochi una sorta di repulsione, di antipatia verso di lui e la sua spocchia,  pian piano comincia a farsi amare e in breve tempo si ritrova a reggere completamente il film sulle sue spalle in maniera totalmente convincente: recita, combatte, balla, e canta persino (sui titoli di coda, in coppia con Justin Bieber).

Se non vedessimo il logo della Columbia Pictures ad inizio proiezione, potremmo pensare tranquillamente che il film sia una produzione Disney: buoni sentimenti (e dialoghi non certo filosofici da mettere in preventivo), la classica “formazione dell’eroe”, il cattivo da sconfiggere che alla fine si redime e un saggio maestro (di sport e di vita) con un triste passato nel cuore. Eppure funziona. Sarà la regia di ampio respiro targata Harald Zwart (La pantera rosa 2), sorprendentemente ineccepibile nello sfruttare luoghi e spazi, o l’eterogenea colonna sonora che mescola AC/DC, Red Hot Chili Peppers e Lady Gaga alle sontuose partiture di James Horner, saranno le passionali interpretazioni di Jaden Smith e di Taraji P. Henson, sarà l’eleganza e la sopita ma pungente performance di Jackie Chan. Tutto questo contribuisce al successo dell’operazione, seppur l’inizio del film, sbrigativo ed eccessivo (praticamente il ragazzino si fa amici, nemici, ragazza e istruttore dopo essere sceso dall’aereo da un’oretta scarsa), potesse far temere il peggio. Invece The Karate Kid funziona, diverte, emoziona e un pochino commuove, anche se contornato da un’aura di furbizia commerciale non sottovalutabile.

Curiosi i titoli di coda, durante i quali scorrono delle belle foto di scena rubate sul set del film, momenti di amicizia tra tutti i piccoli protagonisti e vari scatti con presenti i produttori Will Smith e Jada Pinkett, sua moglie.

Nelle sale da venerdì 3 settembre. Segue il trailer.

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Uno dovrebbe sempre farsi i cazzi suoi. Anche in ambito cinematografico. Perchè poi succede che te ne penti.

Capita che qualche settimana fa mi chiedo: ma che fine ha fatto quella sbruffona di Renée Zellweger? Bridget Jones, per intenderci. Noi non la vediamo in sala dall’aprile 2008 (In amore niente regole, con Clooney). Oddio, poi sarebbe  uscito pure il bel western Appaloosa ma l’abbiamo visto solo io e mio cugino Piero. Colpita anche lei dalla maledizione dell’Oscar (tipo Halle Berry, Adrien Brody, Forest Whitaker, Nicole Kidman: tutti con la carriera in picchiata dopo averlo vinto)? Vado allora a spulciare i suoi prossimi progetti e scopro quello che vi vado a presentare.

Ha fatto un film in Francia. Diretto da Olivier Dahan, che s’è guadagnato un po’ di notorietà internazionale perchè ha fatto vincere l’Oscar a Marion Cotillard per La vie en rose. E questo film (uscito finora solo in terra francese ad aprile e rivelatosi un floppone magistrale: solo 15esimo al suo weekend d’esordio) si candida fin da ora al premio Sfigopoli 2010/2011! Si intitola My Own Love Song, e racconta di una ex cantante sulla sedia a rotelle (la Zellweger) che incontra un pompiere pure lui all’ospedale dopo un incidente (Forest Whitaker in versione balbettante, a proposito di sfiga post-Oscar) e insieme se ne vanno a Memphis.

Ahò: sti due attoroni, c’è pure Nick Nolte, musiche di Bob Dylan, tema drammatico: ma allora perchè vedo questo trailer e non riesco a smettere di ridere?? Sarà un problema mio??

agosto 20th, 2010La vescica gonfia

Momenti di vita vissuta da normali giovani d’oggi. Beh oddio. Normali… Diciamo giovani. In particolare da UN giovane d’oggi. Osvaldo nostro. Tra bagni notturni, voglia di fare l’amore, e bisogni impellenti.

Nel frattempo in questo post un lettore che ha deciso di mantenere l’anonimato (…) ci ha segnalato una nuova performance live di Osvaldo Supino che si esibisce al Gay Village romano. E giustamente il nostro caro ale, che fonti affidabili mi dicono fosse presente alla performance, avanza un dubbio: siamo sicuri che il vociame e il clamore di sottofondo siano reali? Perchè a dirla tutta pubblico pare immobile e passivo, mentre dall’audio sembrerebbe invece tutt’altro… Giudicate voi dopo il salto…

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The Sorcerer’s Apprentice (Usa, 2010) di Jon Turteltaub, con Nicolas Cage, Jay Baruchel, Alfred Molina, Teresa Palmer, Toby Kebbell, Monica Bellucci

Il voto di Paolino è… 4½

Balthazar Blake (Nicolas Cage), Maxim Horwath (Alfred Molina) e la bella Veronica (Monica Bellucci) erano i tre apprendisti stregoni del mago più famoso di tutti i tempi: Merlino. Il rapporto tra i due uomini però, da sempre amici, si incrinò irrimediabilmente per l’amore che entrambi provavano per la loro “collega”, così Maxim decise di allearsi con la nemica di Merlino, la strega Morgana, ma Balthazar riuscì a rinchiudere tutti loro insieme ad altri pericolosi esperti di arti magiche in alcune bambole russe. Solo l’erede di Merlino avrà il potete di sconfiggere definitivamente Morgana, e Balthazar, dopo svariati secoli, crede di averlo finalmente trovato nell’impacciato ventenne Dave (Jay Baruchel, che di anni però ne ha 27).

Per una volta non si può che essere contenti del flop di un film: L’apprendista stregone negli Stati Uniti è stato bellamente snobbato dal pubblico (e per il mega-produttore Jerry Bruckheimer è l’ennesimo insuccesso di fila), e a ragione. Non un’idea, non un singolo momento, non uno degli attori valgono la perdita di tempo in sala. Partendo dallo stesso spunto che diede vita al capolavoro d’animazione Fantasia (qui anche ripreso e citato nella scena con le scope), Bruckheimer - perchè la paternità del film va necessariamente attribuita a lui – e il suo attore feticcio cercano svogliatamente di mettere insieme poche, noiose scene d’azione (tra cui un piattissimo inseguimento in auto al confronto con il quale quello comico di Notte folle a Manhattan sembra diretto da Michael Bay) intervallate da dialoghi che sembrano ripetere sempre i soliti tre concetti tirati per i capelli. Storicamente, nei film nei quali si segue la formazione di un mago piuttosto che di un supereroe, è divertente seguirne le prove, gli sbagli, l’addestramento: qui invece nulla diverte e tutto sconforta, dalle interpretazioni svogliate di tutto il cast (a partire dall’insopportabile Jay Baruchel) alla solita regia televisiva di Jon Turteltaub, che ci ha ormai abituati alla sua completa mancanza di iniziativa e visionarietà.

E finchè nel minestrone vengono sacrificati volti come quello, ormai bollito e inflazionato, di Nicolas Cage o della sempre imbarazzante Monica Bellucci, che ancora una volta decide di doppiarsi da sola (devo aggiungere altro?), ci possiamo anche stare, ma la sofferenza si fa atroce quando appare, mortificato su schermo, il grande Alfred Molina come cattivo di turno: anche se di villain dovrebbe intendersene (è stato uno dei più riusciti della storia recente con il Doc Ock di Spider-Man 2), la sua recitazione dimostra ancora una volta che molto spesso la qualità delle interpretazioni è responsabilità diretta delle indicazioni del regista.

Nelle sale da mercoledì 18 agosto. Segue il trailer.

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