(Italia, 2008) di Ferzan Ozpetek, con Valerio Mastandrea, Isabella Ferrari, Stefania Sandrelli, Monica Guerritore

Il voto di Paolino è… 5

Antonio (Valerio Mastandrea) è un poliziotto, e fa la scorta ad un politico in fase elettorale. La sua vita è andata a rotoli dopo che per problemi di depressione è stato lasciato dalla moglie Emma (Isabella Ferrari) che si è tenuta la custodia dei figli, una ragazza adolescente e un pischelletto. E’ più di un anno che lui non li vede, ma il suo amore per l’ex moglie è diventato ossessivo ed il suo unico desiderio è quello di riconquistarla e di ricostituire la sua famiglia, mentre lei sta solo pensando a rifarsi una vita, con l’aiuto della madre (Stefania Sandrelli). Una storia parallela, intanto, ci porta a conoscere il figlio del senatore a cui fa da scorta Antonio (Federico Costantini), segretamente innamorato della nuova, giovanissima compagna di suo padre (Nicole Grimaudo). Tra tensioni familiari, uno stupro, problemi tra classi sociali ed un finale drammatico, si compie il Giorno perfetto dei protagonisti del nuovo film di Ferzan Ozpetek.

Purtroppo Ozpetek si sta impantanando da solo. L’ho sempre considerato un ottimo regista, uno dei migliori in Italia. Film come Le fate ignoranti e Saturno contro li ho amati molto: il problema era che in quei film univa la sua maestria come direttore d’orchestra a storie intime molto vicine a lui, alle sue esperienze, quasi autobiografiche. Appena lascia il tracciato che più gli appartiene, combina disastri (come in Cuore sacro). Qui, con Un giorno perfetto, presentato con insuccesso alla Mostra di Venezia, per la prima volta è alle prese con una sceneggiatura non tratta da una sua idea, ma da un romanzo di Melania Mazzucco. E ciò mi pare non gli abbia giovato più di tanto.

L’impianto vorrebbe ricordare i film corali alla Altman, con molti personaggi che non interagiscono tra loro, spesso di ceti sociali diversi e con conclusioni a sé stanti. Il problema è innanzitutto che la prima parte del film è totalmente sbagliata, vittima di un montaggio frenetico tra le varie parti del racconto che non lascia materialmente il tempo allo spettatore di affezionarsi alle storie e ai personaggi che vede sullo schermo. Nella seconda parte poi il ritmo rallenta, si fa più introspettivo, ed è la parte migliore, fino purtroppo all’orrendo finale. Ora, io non ho letto il romanzo della Mazzucco ma non credo che l’epilogo sia differente, quindi le colpe vanno spartite tra i due: ma quello che succede negli ultimi minuti del film è totalmente impensabile, quando le cose sembravano andare per il verso giusto e ci stavamo quasi affezionando al personaggio di Antonio.

La direzione degli attori poi si alterna tra alti e bassi: Mastandrea è incredibile, più bravo ogni film che passa; la Ferrari fa sempre il suo solito ruolo da troiona e la Sandrelli utilizza il mestiere. Tra i due giovani, nettamente meglio la Grimaudo, mentre Costantini fa il pesce lesso.

Scena scult: il figlioletto di Antonio ed Emma che, alla festa di compleanno di una bambina che gli piace, si mette improvvisamente a cantare e ballare in maniera imbarazzante “Bruci la città” di Irene Grandi. Volevo che in quel momento la poltrona sulla quale ero seduto mi inghiottisse. Se io fosse il genitore di quel povero piccolo attore, chiederei i danni psicologici.

La locandina si capisce a posteriori. Resta orribile comunque.

Segue il trailer.