Australia (Usa/Australia, 2008) di Baz Luhrmann, con Nicole Kidman, Hugh Jackman, David Wenham, Bryan Brown

Il voto di Paolino è… 6½

1939. Lady Sarah Ashley (Nicole Kidman), aristocratica inglese, vive a Londra mentre il marito è in terra australiana per seguire da vicino gli affari legati ai suoi possedimenti e ai suoi allevamenti di bestiame. Decisa a riportarlo a casa, la nobildonna parte alla volta dell’isola australe, ma una volta in loco scoprirà che del consorte non è rimasto altro che il cadavere. Il ranch è in crisi, e l’unico affare che potrebbe salvarlo è il trasporto dei 1500 bovini della tenuta al molo di Darwin, attraverso le ostili e secche pianure desertiche dell’outback. Sarà il rude mandriano Drover (Hugh Jackman) a guidare la strampalata ma determinata combriccola alla volta del porto, sfidando le trappole e i piani del malvagio affarista Neil Fletcher (David Wenham). E questa è solo la prima oretta del film, che ne dura quasi tre. Perchè poi, una volta concluso l’avventuroso viaggio col bestiame, ci si metterà la guerra a rendere ulteriormente drammatica la situazione.

Non saprei davvero da dove cominciare nel parlarvi di Australia, perchè Baz Luhrmann (Romeo + Giulietta, Moulin Rouge!) ha voluto inserire, in questo atto d’amore verso la sua terra, il più possibile: la storia d’amore passionale, il viaggio epico, la seconda guerra mondiale, la commedia eccentrica, la magia e persino l’argomento che gli stava più a cuore, ovvero il dramma delle cosiddette “generazioni rubate”, figli meticci nati da uomini bianchi e donne aborigene che venivano praticamente “deportati” in quanto considerati figli di nessuno. Un tale rischioso affollamento di fatti e personaggi che era quasi impossibile far uscire la ciambella con un buco perfetto. La parte più riuscita è sicuramente la prima, col sempre divertente contrasto nobiltà/povertà e con una fenomenale scena d’azione che ha per protagonista una mandria impazzita che, per quanto improbabile, risulta efficace. Nella seconda parte il film, pur senza troppo stancare se non nelle reiterate e gratuite scene d’amore, cala e si fa più prevedibile, sfiorando di poco il ridicolo quando, verso la fine, la suspense per la sorte di un personaggio viene trattata cinematograficamente molto male. In questo la regia di Luhrmann viaggia tra alti e bassi: all’inizio sembra di essere tornati al Moulin Rouge, con movimenti di macchina velocizzati e momenti comici in stile bohemienne francamente fuori luogo, per non parlare dei fintissimi fondali dipinti che costellano tutta la pellicola. Con il proseguire della storia la direzione si fa invece più accorta e misurata, come si addice ad un melodramma epico di questo tipo, ma non riesce ad essere mai troppo coinvolgente. Un vero peccato per un film che quindi rimane acerbo, privo del mordente necessario per appassionare veramente. Gli unici brividi, personalmente, mi sono venuti alla vista di paesaggi incontaminati di quelle proporzioni e di quella spropositata bellezza.

Nicole Kidman è splendida e bravissima come sempre, anche se al botteghino non ne azzecca più una da anni. Hugh Jackman (doppiato in modo imbarazzante da Adriano Giannini, lo stesso del Joker…) fa il suo mestiere mentre i comprimari sono tutti di ottimo livello, a partire dal fantastico bambino mulatto assoluto protagonista della storia, interpretato dall’esordiente di origine aborigena Brandon Walters.

Segue il trailer.