theateamThe A-Team (Usa, 2010) di Joe Carnahan, con Bradley Cooper, Liam Neeson, Quinton “Rampage” Jackson, Sharlto Copley, Jessica Biel, Patrick Wilson, Brian Bloom

Il voto di Paolino è… 7

Sono l‘A-Team. Quattro uomini coraggiosi e spericolati che compiono missioni che altri si possono solo sognare. Dopo 8 anni di stanza in Iraq, vengono accusati ingiustamente a causa di un tradimento ben organizzato, e messi in galera. Servono pochi mesi e i quattro, tornati in libertà non certo con il consenso delle forze giudiziarie, vogliono riabilitare il loro nome e ridiventare uomini liberi.

Come rendere un prodotto dal target tipicamente maschile appetibile anche per delle più dolci pulzelle? Semplice, ergere i pettorali di Bradley Cooper ad onnipresenti co-protagonisti in cinemascope del film, ed il gioco è fatto! La versione cinematografica di A-Team firmata Joe Carnahan (Smokin’ Aces) e prodotta dai fratelli Scott è forse una delle più riuscite trasposizioni televisive tra quelle che abbiamo visto negli ultimi anni. Spiritosa, folle, irriverente, folle, attraente, folle, sopra le righe. E folle. L’ho detto folle? Perché nessun altro aggettivo mi viene in mente pensando alla scena nella quale un carro armato in picchiata da 7000 metri di altezza viene fatto “volare” con delle cannonate sparate a gradazioni ben precise. O a delle acrobazie motociclistiche ai limiti della fisica compiute per poter assaltare un camion in corsa. Se il film l’avesse fatto Jerry Bruckheimer probabilmente i protagonisti sarebbero stati più giovani, le battute meno taglienti, i baci più romantici (mentre qui quello finale tra Cooper e la Biel server solo a chiudere brillantemente la storia con l’ultima goliardata). Invece il film di Carnahan sa prendersi in giro con molta più raffinatezza: da vedere ad esempio lo straordinaria presa per il culo dei film in 3D, che dà vita all’episodio forse più demenziale dell’intera pellicola.

Solitamente è quasi inutile andare a cercare motivazioni più profonde per promuovere film di questo tipo, che puntano ad un pubblico giovanile che li vede mettendo il cervello in stand-by. Invece bisogna dare atto alla sceneggiatura (firmata da Carnahan assieme a Skip “Swordfish/Hitman/Wolverine” Woods e al doppiatore Brian Bloom che in cambio ha voluto la parte del cattivo) di provare a dare un minimo di cornice ai personaggi, soprattutto a Sberla e al suo tentativo – timido ma tenace e risoluto – di creare un piano finale ingegnoso almeno quanto quelli del suo capo Hannibal. Più debole risulta invece la parentesi “gandhiana” di P.E. Baracus dopo la sua uscita dal carcere. Inoltre il plot, prendendo il la dalla guerra in Iraq, non può non assestarsi su una posizione “politica” e, come sempre più spesso i kolossal hollywoodiani tendono a fare, non punta il dito contro il Medio Oriente ma contro le organizzazioni di intelligence americane, la CIA in questo caso.

Essenziale era scegliere le facce giuste per sostituire i protagonisti originali (due dei quali presenti in camei dopo i titoli di coda), e si può affermare che il casting sia riuscito a metà: funzionano in toto Bradley “Sberla” Cooper, affascinante e sornione, e persino Quinton Jackson nei panni di P.E. Baracus, seppur sia l’ennesimo ex sportivo prestato al cinema. E se Sharlto Copley, “graziato” da District 9 e alla sua sola seconda prova cinematografica malgrado i suoi 37 anni, nei panni di Murdock si fa amare pian piano ma non brilla certo per appeal, stona colui che doveva essere il fiore all’occhiello del gruppetto: Liam Neeson, truccato come Papa Paolo VI, si conferma non a suo agio nei ruoli action, cosa che già era stata ampiamente dimostrata in Io vi troverò.

UPDATE: dimenticavo il cameo finale di Jon Hamm, il protagonista di Mad Men.

Un film riuscito e divertente. Peccato per il modesto successo negli Stati Uniti: meriterebbe  un secondo episodio. Segue il trailer.