L’illusionniste (Francia/UK, 2010) di Sylvain Chomet

Il voto di Paolino è… 7

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I protagonisti di questa storia di chiamano Sylvain Chomet e Jacques Tati. Il primo è un incredibile talento dell’animazione (tradizionale) moderna, che con la sua opera prima, Appuntamento a Belleville, si portò a casa decine di premi da tutto il mondo, comprese svariate nomination ai Cèsar francesi – sua patria – e due candidature all’Oscar. Il secondo, beh, è Jacques Tati: indimenticabile nei silenziosi ma irresistibili panni di Monsieur Hulot, maestro di ironia e mai urlata comicità ancor oggi attualissima, morto nel 1982 lasciando varie sceneggiature incompiute. Una di queste, per volere di sua figlia, è diventata oggi realtà proprio grazie a Chomet, ed è ambientata negli anni ’50, un’epoca di forte transizione anche  nel mondo dello spettacolo dal vivo. Un anziano illusionista, di quelli veri, con cilindro e coniglio dispettoso, ormai non trova più spazio o interesse del pubblico nei grandi teatri (inizia l’epoca delle rock band per ragazzine) ed è costretto così ad accettare ingaggi in bettole di terz’ordine, in bar o caffé di paesini sperduti. In uno di questi locali, situato addirittura in Scozia sulle rive frastagliate del mare, incontra una ragazzina talmente affascinata dalla sua “magia” da decidere di seguirlo anche nei suoi spostamenti successivi.

Lo spirito di Tati è intatto nel film di Chomet: L’illusionista non è praticamente mai parlato (ogni tanto i personaggi si esprimono con delle parole che sembrano però più mugugni pronunciati ogni volta in una lingua diversa ma che non si faticano a comprendere) ed è di una semplicità efficacissima ed irresistibile. Il film parte con il botto: i primi 20 minuti sono un capolavoro fotogramma dopo fotogramma, mentre assistiamo agli ultimi spettacoli in un grande teatro del nostro mago e ai suoi primi spostamenti, con valigia di cartone e inseparabile manifesto promozionale, che non mancherà di recuperare a fine spettacolo per poterlo riciclare nella sua successiva location. In più, cosa più unica che rara, il film commuove fin da subito, non aspetta il finale: la prima parte è un continuo colpo al cuore, dolce e poetica, in un susseguirsi di trovate sensazionali, coniglietto rabbioso in primis. Tutto ottimo quindi, almeno fino alla comparsa della ragazzina. Da lì in poi il film cala, perde in appeal e in simpatia. Soprattutto non è mai chiarissimo il tipo di rapporto che si crea tra l’anziano e la bambina, un legame molto puro e semplice che però non decolla mai e si mantiene piatto, tanto che la presenza della giovane molto spesso diventa assai fastidiosa e a lei il pubblico difficilmente riuscirà ad affezionarsi. Le avventure dell’illusionista sul viale del tramonto intanto continuano, mentre è costretto a riciclarsi tentando altri lavori (ad esempio in una carrozzeria: straordinario il momento in cui un riccone americano gli porta la macchina perché venga lavata) fino al ritorno su un grande palco, che sancirà però la sua finale presa di coscienza, soprattutto di fronte ai quattro scatenati ragazzini della rock-band del momento (geniali, così come i ballerini che abitano nel suo stesso palazzo).

Insomma, il film di Chomet forse non riesce a mantenere tutte le aspettative, ma la sua animazione gloriosamente bidimensionale (anche se in un paio di sequenze di paesaggio aereo ha voluto inserire della grafica computerizzata che stride abbastanza) e quasi tutti i suoi personaggi sono da standing ovation. Per intenditori (i bambini rischiano di annoiarsi).

Nelle sale da venerdì 29 ottobre. Segue il trailer.