Hereafter (Usa, 2010) di Clint Eastwood, con Matt Damon, Cécile de France, Joy Mohr, Bryce Dallas Howard, George McLaren, Derek Jacobi

Il voto di Paolino è… 6½

Tre storie, ambientate in tre diverse parti del mondo, con un unico comun denominatore: il desiderio, la voglia, la condanna o solo la necessità di comunicare con l’aldilà (l’ “hereafter”). In Francia, Marie Lelay (Cecile de France) è una giornalista scampata per miracolo allo tsunami thailandese del 2004 durante il quale era stata rianimata e aveva quindi per pochi secondi avuto “esperienza” della morte. Vuole raccontare la sua storia in un libro, ma trova diverse porte chiuse di fronte a lei. A Londra intanto due gemellini figli di una madre tossicodipendente e senza padre devono cavarsela da soli, ma uno dei due muore tragicamente. L’altro, il piccolo Marcus, rimasto solo al mondo e consegnato ad una famiglia affidataria, non si dà per vinto e cerca in tutti i modi di rimettersi in contatto col fratellino Jason. Negli Stati Uniti George Lonegan (Matt Damon) ha il dono di ascoltare i messaggi di persone defunte. Inizialmente ne aveva fatto un lavoro, spinto dal fratello, ma il peso era così forte che aveva smesso la sua attività di sensitivo per un lavoro da normale operaio. Durante un corso di cucina conosce la giovane Melanie (Bruce Dallas Howard).

Un film anomalo per Clint Eastwood, le cui tematiche affrontate sono sempre estremamente razionali, tangibili e provocatorie. Un tema sul quale non si possono ovviamente dare né risposte né tantomeno si possono prendere posizioni decise è un territorio pericoloso, e infatti anche il vecchio Clint ci si incaglia con un film senza una direzione precisa ma, come al solito, stilisticamente solido e formalmente ineccepibile. Stavolta il punto debole viene dalla sceneggiatura di Peter Morgan, che taglia con l’accetta personaggi e situazioni che avrebbero meritato più tempo, più introspezione, più attenzione. Tra le tre storie la più toccante e riuscita è sicuramente quella dei due gemelli, seppur anch’essa poco credibile in alcuni frangenti (il ragazzino visita tranquillamente “consulenti” e sensitivi, preti e medici, senza che nessuno di loro faccia una smorfia alla vista di questa creatura sola alla ricerca di informazioni così delicate), mentre più debole e schematica appare la storia con protagonista Matt Damon, soprattutto per l’inserimento di un personaggio come quello di Bruce Dallas Howard utile ai fini ultimi della dimostrazione narrativa (i sentimenti interiori combattuti di Lonegan provengono dall’impossibilità di stabilire contatti fisici con chiunque per non entrare in contatto con i loro defunti), ma debole dal punto di vista del racconto e in definitiva buttato lì.

Mi ha profondamente indisposto il finale, con un “sogno” di Matt Damon piuttosto aspro da mandare giù. Ma in fin dei conti Hereafter è un film più che dignitoso sul nostro rapporto con la morte, offre più di un buon spunto (e se la prende anche con tutte le religioni quando il bambino prova a tuffarcisi per avere risposte che non possono arrivare) ed è generalmente ben recitato.

Segue il trailer.