(Italia, 2011) di Giulio Manfredonia, con Antonio Albanese, Sergio Rubini, Lorenza Indovina, Davide Giordano, Nicola Rignanese, Luigi Maria Burruano

Il voto di Paolino è… 5

Dopo qualche anno di (latit)(vac)anza in Sudamerica, Cetto La Qualunque torna nel suo paesello di Marina di Sopra, in Calabria, per riabbracciare – portandosi appresso nuova moglie e nuova figlia – la sua “vecchia” famiglia, la consorte viziata (Lorenza Indovina, irriconoscibile) e soprattutto il figlio Melo (Davide Giordano), sensibile e dallo spirito artistico, sua vera spina nel fianco. Il caso vuole che sia tempo di elezioni comunali, e Cetto viene esortato dal “clan” locale a presentarsi come candidato, sfidando il professor De Santis, omino triste deciso a riportare la legalità nel paese.

L’arrivo al cinema del personaggio più famoso di Antonio Albanese è, come prevedibile, una sorta di “meglio di” di tutti gli sketch televisivi che in questi anni, da “Mai dire…” a “Che tempo che fa” lo hanno visto protagonista sul piccolo schermo (e a teatro) nei panni dell’ignorante, cafone e maschilista Cetto. Ovviamente ciò non è affatto un pregio: al cinema si divertiranno solo coloro i quali non erano già in precedenza appassionati a questa macchietta creata da Albanese, mentre per gli altri subentrerà la noia perché le battute sono le stesse da anni. Cinematograficamente parlando il film può vantare Giulio Manfredonia alla regia, che cerca di trasformarlo in una sorta di pellicola alla “Wes Anderson”, con colori accesissimi, abbigliamenti fuori dal mondo e personaggi che paiono usciti dal peggior cartone animato giapponese. Tra tutti i non protagonisti il più riuscito è forse il figlioletto Melo, interpretato dall’esordiente Davide Giordano, fresco fresco di accademia e davvero brillante. Peccato per “l’esperto di campagne elettorali” con il volto di Sergio Rubini: la sua caratterizzazione sarebbe stata azzeccata (il personaggio è chiaramente barese ma parla con accento milanese e vuole essere trattato come un settentrionale) se solo gli sceneggiatori (Albanese e il suo autore fidato Piero Guerrera) non si fossero concentrati talmente tanto (e solo) su La Qualunque da dimenticarsi che un film è fatto anche di comprimari, di spalle, di personaggi secondari.

Qualche buona scena è divertente, soprattutto il destino a cui va incontro Melo per sopperire ai guai giudiziari del padre o la scena in Chiesa, l’unica davvero graffiante (il prete cerca di fermare il comizio di Cetto sul pulpito ma cambia idea quando gli viene ricordato che senza i fondi comunali le parrocchie e le relative attività non esisterebbero, oltre al fatto che i sacerdoti fanno comizi politici quotidianamente da quegli altari), ma in generale il film risulta spesso stancante e troppo indeciso se buttarsi a capofitto sul versante della follia o rimanere con i piedi saldi nella realtà (che tanto diversa da quello che vediamo in questo film non è…)

Segue il trailer.