The King’s Speech (UK/Usa/Australia, 2010) di Tom Hooper, con Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Derek Jacobi, Michael Gambon, Guy Pearce, Timothy Spall

Il voto di Paolino è… 8½

Inghilterra, anni ’30. Il regno di re Giorgio V (Michael Gambon) sta per giungere al termine, e i suoi due figli maschi si preparano alla successione. Il primogenito (Guy Pearce) è uno sprovveduto dedito soprattutto alle donne e ai viaggi. Diventerà re, si farà chiamare Edoardo VIII, ma resterà al trono solo per pochi mesi, quando sarà costretto ad abdicare per poter sposare una donna pluridivorziata: tocca quindi al secondogenito, Duca di York (Colin Firth), diventare re. Ma la sua voce è claudicante: Bertie è affetto da grave balbuzie, e in un’epoca in cui i discorsi si cominciano a tenere alla radio e davanti a dei microfoni tutto ciò che un re deve avere è la sicurezza della sua voce. Le tecniche poco convenzionali dell’attore di terz’ordine Lionel Logue (Geoffrey Rush) saranno un rimedio non soltanto per la sua favella.

Seppur uscito negli schermi italiani da ormai dieci giorni, ho voluto aspettare per vedere Il discorso del re, anche dopo le 12 nomination all’Oscar che il film ha ottenuto. Il motivo è presto detto: lo volevo vedere in lingua originale. Non sono un purista, né contro il doppiaggio in senso assoluto, ma ci sono dei prodotti come questo che con le voci non originali vengono necessariamente snaturati. Lo dice il concept stesso del film, il titolo: tutto si basa sullo “speech”, che non vuol dire soltanto “discorso”, ma anche “modo di parlare”. E ho fatto bene ad aspettare, perché l’interpretazione di Colin Firth è una delle più struggenti, emozionanti e commoventi performance di un attore che io abbia mai visto negli ultimi anni. Questo straordinario attore inglese, da me in passato sbeffeggiato più di una volta, dopo A Single Man sorprende nuovamente e a questo punto negargli l’Oscar sarebbe impensabile. Statuetta che andrebbe consegnata subito anche al suo contraltare/antagonista/amico Geoffrey Rush, eccentrico, spigliato, fenomenale, divertentissimo anche in un ruolo più semplice e convenzionale.

Ma il film è notevole in tutto: nelle opprimenti e straordinarie scenografie, nella favolosa musica (di Alexandre Desplat), e in una regia che si fa amare piano piano, e che disegna ogni inquadratura come fosse un dipinto: immobile, ma incredibilmente affascinante. La perfetta architettura della sceneggiatura poi fà in modo che la vicenda del “discorso del re” non offuschi il periodo storico, l’angoscia e la paura dell’intervallo tra le due Guerre, l’avvento di Hitler (“che parla benissimo”, fa notare Bertie), i piani per l’Europa (c’è anche uno straordinario Winston Churchill firmato Timothy Spall) e il bisogno per il popolo di essere guidati da un sovrano deciso, sicuro di sé e convincente nelle sue orazioni. Toccherà, come noto, proprio a lui, a Giorgio VI.

Con questo, sono arrivato a vedere solamente quattro dei dieci film nominati per il maggior premio agli Oscar di quest’anno (usciranno tutti dalla prossima settimana in poi), ma se il lavoro di Tom Hooper venisse riconosciuto come il migliore del 2010 non opporrei certo resistenza.

Segue il trailer.