Moneyball (Usa, 2011) di Bennett Miller, con Brad Pitt, Philip Seymour Hoffman, Robin Wright, Jonah Hill, Chris Pratt, Stephen Bishop, Brent Jennings

Il voto di Paolino è… 7½

In sala (pare) da venerdì 27 gennaio 2012

E’ il 2001. Gli Oakland Athletics, squadra media di baseball, ha appena concluso un anno fortunato, perdendo però la gara finale. Non potendo permettersi i grandi budget delle maggiori squadre avversarie, la dirigenza è costretta a vendere i tre giocatori migliori del team, mettendo la squadra su una strada impervia. Senza soldi e senza possibilità di acquistare campioni di spicco, spetta al General Manager Billy Bean (Brad Pitt) rimboccarsi le maniche per ricostruire un forte manipolo di giocatori da affidare al coach Art Howe (Philip Seymour Hoffman). Quando Billy si imbatte in Peter Brand (Jonah Hill), giovane neolaureato in economia che vede il campionato di baseball soltanto come un enorme numero di numeri e di statistiche da analizzare, rimane affascinato dalla sua teoria secondo la quale, anziché i nomi altisonanti, per vincere bastano giocatori che facciano punti. Billy mette così insieme una squadra di promesse mancate, di “fratelli di” e di scarti, contro l’opinione di tutti.

I film sullo sport sono sempre a rischio. Raramente vanno a buon segno, anche se quando capita sono spesso eccezionali, ma per lo meno danno ai loro interpreti buone carte per mettere in mostra il proprio talento. Sandra Bullock deve il suo Oscar (impensabile fino a qualche anno fa) ad un modesto film sul football, e anche Brad Pitt è sulla buona strada grazie ad una pellicola, che senza lui come protagonista, forse non avrebbe lo stesso impatto. L’attore ci regala infatti un’interpretazione da manuale, piena di sfaccettature e ambiguità, ben tratteggiata da una sceneggiatura possente (l’hanno firmata in prima battuta Steven Zaillian e in seconda Aaron Sorkin, un duetto da non credere) che ci regala anche squarci del suo passato per una volta non fini a sé stessi ma decisamente illuminanti per interpretare meglio le azioni dell’uomo adulto, i tic, le nevrosi, le paure, il motivo per cui, seppur GM della squadra, non guarda le partite e non è neppure allo stadio quando esse si svolgono. Il senso di inadeguatezza costante, il bisogno di rivalsa contro un sistema sbagliato che ha provato da ragazzo in prima persona sulla sua pelle, fanno del Billy Bean di Brad Pitt un personaggio profondo e completo.

Di contorno c’è il baseball. Fatevi un infarinatura generica delle regole se ne siete a secco: non che sia essenziale per godersi il film, ma di sicuro lo è per vivere un’esperienza più coinvolgente. E se Pitt vale da solo il prezzo del biglietto, lo circondano Jonah Hill nelle simpatiche veste del nerd che mette a punto i sistemi statistici, e Philip Seymour Hoffman, stavolta però decisamente sottoutilizzato e sprecato, quasi invisibile (la sua partecipazione è probabilmente solo un ringraziamento al regista Bennett Miller, che gli ha regalato l’Oscar per Truman Capote qualche anno fa). Il tema del film, piuttosto lungo ma non stancante e soprattutto girato in maniera fluida e sicura, è che la forza di molti vale più di quella del singolo, e passa anche dalle piccole cose, come la decisione di non far più pagare le bibite del distributore nello spogliatoio. Non vi svelo se la filosofia, quasi la “poetica” di Pitt nel film alla fine pagherà oppure no (è storia, comunque), ma una cosa è certa: raramente capita di commuoversi per un film sportivo. Segno che L’arte di vincere è questo, ma molto di più.