J. Edgar (Usa, 2011) di Clint Eastwood, con Leonardo DiCaprio, Armie Hammer, Naomi Watts, Josh Lucas, Judi Dench

Il voto di Paolino è… 6½

J. Edgar Hoover (Leonardo DiCaprio) è giovane, ambizioso, con idee chiare e rivoluzionarie verso un nuovo modo di condurre indagini e arrestare criminali. Viene così nominato capo dell’FBI, carica che ricoprirà per svariati decenni, passando per otto Presidenti degli Stati Uniti, dettando legge persino alla Casa Bianca, tenendo in scacco gli uomini più potenti del Paese con informazioni private e scottanti sul loro conto. Un Hoover deciso e risoluto sul campo pubblico quanto fragile su quello privato: una madre autoritaria (Judi Dench) a cui è profondamente legato e un’omosessualità repressa che lo costringe a non vivere fino in fondo i sentimenti per l’uomo che lo accompagnerà, nel lavoro come tra le mura domestiche, per una vita intera, Clyde Tolson (Armie Hammer).

Il cinema è una brutta bestia. Puoi avere il regista più osannato del mondo, puoi avere uno sceneggiatore premio Oscar, puoi avere grandi star come protagonisti, puoi avere una storia intrigante e dalle mille sfaccettature: ma se sbagli il particolare, quel particolare, il castello di cristallo cade e si frantuma. E in J. Edgar è davvero dura passare sopra ad un make-up tremendo che invecchia DiCaprio e soprattutto il povero Armie Hammer (che diventa una sorta di Raimondo Vianello) in maniera impietosa e non credibile. Crolla la quarta parete. Se poi ci mettiamo, ma è un problema solo italiano, il doppiaggio come al solito disastroso di Francesco Pezzulli (voce storica ma smaccatamente adolescenziale di Leo DiCaprio che nulla ha che fare con il timbro basso e potente che ha oggi l’attore americano) la frittata rischia seriamente di spappolarsi.

Cercando però di passare sopra a queste che per qualcuno saranno inezie, J. Edgar rimane comunque un film interessante ma mai eccezionale. La mole di materiale era tale che l’espediente narrativo usato dallo sceneggiatore premio Oscar per Milk D. Lance Black (quello di Hoover che a fine carriera detta la sua biografia a dei giovani agenti mentre noi ripercorriamo gli eventi tramite flashback, reali e non) risulta apprezzabile ma non basta a colmare molte lacune. 50 anni racchiusi in due ore di film erano obiettivamente una sfida ardua, portata a termine tra scivoloni (il travestitismo finale di Edgar sembrava uno scimmiottamento di Psycho) e momenti più riusciti. Fotografia e musiche (poche note di piano qua e là, accennate da Clint stesso) sono di alto livello. La prova di DiCaprio non è esaltante come si poteva pensare, mentre mi preme segnalare il giovane Armie Hammer, esploso con The Social Network (dove interpretava entrambi i gemelli Winklevoss) che incanta con un volto da cinema d’altri tempi, quasi un Rodolfo Valentino a colori.