giugno 22nd, 2012“The Killing”, seconda stagione: come ti vado allo sbando
Ogni serie televisiva, si sa, vive una parabola discendente. Ma The Killing l’ha avuta un po’ troppo repentina.
Ero qui non molti mesi fa ad elogiare con un voto altissimo la prima stagione americana di questo mystery televisivo che la rete via cavo AMC ha tratto da un serial norvegese. I primi tredici episodi erano stati un concentrato perfetto di colpi di scena e introspezione psicologica. Le indagini sull’omicidio della piccola Rosie Larsen procedevano spedite ma con i giusti tempi, lasciando lo spettatore incollato allo schermo ovunque fosse egli seduto. Cos’è successo allora alla seconda stagione, conclusasi (sia in USA che in Italia, su FoxCrime) pochi giorni fa?
Che qualcosa puzzava lo si era capito fin dai primi episodi: c’era un problema, piccolo (!) ma enorme: l’indagine non proseguiva. Il cliffhanger con cui la prima serie si era conclusa si era risolto con un nulla di fatto, risultando – a posteriori – un misero tentativo di tenere desta l’attenzione. Mal riuscito, visto gli ascolti in netto calo (il finale di stagione ha avuto un calo del 17% rispetto alla season premiere, mentre rispetto alla conclusione della prima siamo sotto del 35%: un po’ troppo per essere solo alla seconda – e quasi sicuramente ultima – stagione). La seconda tranche di episodi inizia così quasi dimenticandosi dei misteri insoluti della prima, e ripartendo – con lentezza – verso un’unica sicurezza: di lì a poco tutto sarebbe stato svelato (la campagna promozionale proprio su questo aveva giocato).
Dicevamo però che l’indagine non prosegue. Per aspettare una svolta, e una puntata finalmente ad alti livelli, bisogna toccare il nono episodio, quello in cui il detective Linden riesce finalmente ad entrare al decimo piano del Casinò scoprendo un oggetto che vivaddio creerà scompiglio e condurrà allo svelamento dell’assassino. Prima è solo un susseguirsi di figure trite (il nuovo capo stupidotto della polizia che intralcia le indagini), di momenti fini a sé stessi e decisamente deliranti (il pestaggio del detective Holder) o di confusione totale (la faccenda dello zainetto di Rosie). Sembra quasi che non si avesse del materiale tale a giustificare una seconda stagione: bisogna infatti aspettare le ultime quattro puntate per tornare, quasi, ai livelli dell’anno precedente. Inoltre fa storcere decisamente il naso che gli eventi, che coprono un totale di circa 30 giorni di indagini (praticamente 24 ore ad episodio), provochino delle forzature temporali davvero impossibili: il senatore Richmond, ad esempio, entra in coma, ne esce, si ritrova paralizzato, viene dimesso dall’ospedale e riprende la sua campagna elettorale il tutto in non più di due-tre giorni. Per non parlare della tremenda e sbagliatissima scelta della Linden nell’ospedale psichiatrico: anche qui un riempitivo bello e buono che nulla dà allo spettatore. E la “vacanza” della madre di Rosie?
Arriviamo infine al gran finale. Un finale teso, l’assassino (o gli assassini?) è braccato, e si giunge al disvelamento finale, con tanto di insulsa scena madre con pistole alla mano (inutile, ma bisognava far fuori quel personaggio affinché la vera conclusione, che sarebbe andata in scena di lì a poco, non fosse rovinata). Ma probabilmente tutti quelli intenti ad applaudire un “season finale col botto” si sono dimenticati di andare oltre al mero nome dell’assassino, e di ripensare al movente. Un movente che, alla luce di 26 episodi atti a intessere trame e sottotrame, appare decisamente scarno. L’ho vista solo io la ridicola scena in un uno dei flashback finali in cui Rosie inciampa, sbatte la testa ed è già mare di sangue? Neanche in un film di serie B. Se poi c’è chi si fa abbindolare dalle urla di una scena conclusiva tra lacrime e disperazione beh, alzo le mani. Per trovare un minimo di senso agli eventi che hanno portato all’omicidio di Rosie c’è solo una risposta: erano tutti completamente pazzi. E buttiamo nel calderone del trash anche la folle scelta finale di Richmond, che fa crollare inesorabilmente tutta l’onestà intellettuale con cui il suo personaggio era stato disegnato in questi due anni.
Resta una serie che comunque ha mantenuto sempre un livello di regia, interpretazione e tecnica decisamente elevato, ma che a livello di narrazione si è dovuta arrendere ad una seconda serie a cui probabilmente non si era pronti. L’unico momento davvero onesto e riuscito è proprio l’immagine finale, in cui la detective Linden – un personaggio che rimane straordinario, e Mireille Enos è bravissima – si allontana da sola, pronta ad affrontare un mondo che con lei continua ad essere fin troppo duro.
Voto alla seconda stagione: 5
luglio 19th, 2012 at 20:45
In effetti molte puntate, soprattutto della seconda serie, sono davvero dei semplici filler che a lungo andare stufano. Mi rendo conto che comunque c’era l’esigenza di giustificare una seconda serie, e farla da 3 puntate forse non sarebbe stata una mossa eccellente dal punto di vista dell’audience…