genitoriefigliagitarebeneprimadelluso(Italia, 2010) di Giovanni Veronesi, con Michele Placido, Margherita Buy, Chiara Passarelli, Andrea Fachinetti, Emanuele Propizio, Matteo Amata, Silvio Orlando, Luciana Littizzetto, Max Tortora, Elena Sofia Ricci, Piera Degli Esposti

Il voto di Paolino è… 6/7

Alberto (Michele Placido) è professore di lettere in un liceo romano. A casa ha una moglie (Margherita Buy) e un figlio ventenne aspirante attore e modello (Andrea Fachinetti) che vuole partecipare al Grande Fratello. Dopo l’ennesimo litigio in casa, il prof assegna ai suoi alunni in classe un compito dal titolo “Genitori e figli”, nel quale esorta i ragazzi a raccontare le loro esperienze familiari. Passiamo così a seguire la storia di Nina (Chiara Passarelli), ragazza figlia di due genitori in procinto di separazione (Luciana Littizzetto e Silvio Orlando) e alle prese con la sua prima cotta (per Emanuele Propizio) e con un fratellino minore in vena di razzismo (Matteo Amata).

Sorprende piacevolmente il ritorno al cinema di Giovanni Veronesi dopo il pessimo Italians: meno pretese sociologiche e più sentimento, attori adulti finalmente “relegati” sullo sfondo a favore di quelli più giovani. Passi il titolo osceno, passi il continuo rischio di cadere nella macchietta (le nonne spint, qui è Piera Degli Esposti, sono sempre divertenti ma stanno anche cominciando a diventare un po’ troppe…), passi il trattamento non proprio originale dei rapporti tra adulti e progenie: Genitori e figli almeno è accettabile e non ricattatorio. Qualche caduta di stile (i litigi tra Placido e l’aspirante gieffino sono troppo urlati) o semplicioneria (il cameo di Gianna Nannini) fanno da contraltare a momenti più riusciti: su tutti i battibecchi Orlando/Littizzetto compresa la divertente scena sulla panchina in cui cercano di convincere il figlioletto a non essere più razzista. Inoltre l’inedita struttura non ad episodi quanto a matrioska funziona parecchio.

Il film di Veronesi, a differenza di quelli di Moccia, ha il merito di calare gli adolescenti di oggi in una realtà più veritiera: aule scolastiche di due metri per due che cadono a pezzi, famiglie allo sbando, la questione della coesistenza con ragazzi extracomunitari. Lo fa con leggerezza, più di qualche banalità e il solito, ottimista spirito toscanaccio che da sempre contraddistingue i lavori veronesiani. Niente di esaltante, soprattutto quando dimostra di non conoscere i veri linguaggi dei giovani d’oggi, ma si lascia guardare volentieri.

Piccoli ruoli anche per una sboccatissima Elena Sofia Ricci e per il simpatico Max Tortora nei panni degli amanti di Orlando e Littizzetto. Ed esilarante comparsata “mascherata” per Sergio Rubini. Tremendo il poster con il mega-iPhone e le scritte stile giovanilistiporaccio.

Segue il trailer.

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Marzo 9th, 2010Anteprima: MINE VAGANTI

minevaganti(Italia, 2010) di Ferzan Ozpetek, con Riccardo Scamarcio, Alessandro Preziosi, Ennio Fantastichini, Lunetta Savino, Nicole Grimaudo, Ilaria Occhini, Elena Sofia Ricci, Carolina Crescentini, Daniele Pecci, Paola Minaccioni

Il voto di Paolino è… 6½

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Il giovane Tommaso Cantone (Riccardo Scamarcio) torna nella natìa Lecce per ricevere controvoglia, assieme al fratello Antonio (Alessandro Preziosi) le redini del pastificio di famiglia. Laureatosi segretamente in Lettere e con ambizioni da scrittore, Tommaso si decide finalmente a rivelare all’ottuso padre Vincenzo (Ennio Fantastichini), alla premurosa madre Stefania (Lunetta Savino), alla zia zitella e alcolizzata (Elena Sofia Ricci) e all’amorevole nonna (Ilaria Occhini), il segreto che tiene nascosto da una vita: la sua omosessualità. Peccato che ad anticiparlo sia proprio Antonio, che celava il suo stesso peso sulla coscienza e che appena vuotato il sacco viene cacciato di casa dal capofamiglia. Tommaso diventa così il figlio prediletto, quello che porterà avanti la dinastia dei Cantone. Che fare? Dire la verità o tacere per non procurare altri dispiaceri?

“Ferzan è mio amico”, così dicevano gli adesivi che durante la Mostra di Venezia di un paio d’anni fa spopolavano sugli abiti dei ragazzi e dei giornalisti per ironizzare e gettare acqua sulle polemiche legate alle feroci critiche mosse al suo lavoro di allora, l’orribile Un giorno perfetto. Perchè in effetti Ozpetek riesce bene solo quando ha a che fare con i temi a lui più cari e vicini: l’omosessualità, il concetto di famiglia allargata, di diversità e di “coesistenza”. Mine vaganti si accoda quindi a prestigiosi lavori come Le fate ignoranti, La finestra di fronte e Saturno contro virando però molto più sui toni della commedia brillante. Anche troppo. Tanto che quando appare in scena Elena Sofia Ricci pare per un attimo di trovarsi di fronte ad un episodio dei Cesaroni!

Mine vaganti è altalenante come lo sono gli umori che pervadono la pellicola, dai gioiosi battibecchi paesani della Savino alla sana scazzottata tra due fratelli che hanno appena scoperto di non conoscersi affatto. Peccato che ai toni spensierati di quella che negli intenti doveva essere una frizzante commedia che poteva dare qualche buono spunto all’Italia più bigotta (sulla scia di Diverso da chi?) Ozpetek decida di aggiungere lo sguardo al passato, con continui flashback riguardanti il personaggio della nonna (la superlativa Ilaria Occhini) che si tramutano nel finale in un vero e proprio miscuglio onirico tra ieri e oggi  (ricordate la conclusione di Baaria? Ecco siamo lì…) Il film funziona molto più nella seconda parte, con l’entrata in scena del cast più queer, gli amici e il fidanzato romani di Tommaso, che la fanno sotto gli occhi all’intero nucleo familiare (o quasi) sventolando improbabili fidanzate che li attendono con ansia a casa e improvvisando balletti in mare in stile sirenetti.

Un altro buon motivo per per cui vale comunque la pena di vedere e supportare Mine vaganti, mi spiace per chi ancora non ha il coraggio di ammetterlo, è sicuramente l’ottima interpretazione di Riccardo Scamarcio, che dona al suo personaggio un’infinita gamma di sfumature e si sta confermando sempre più uno dei nostri maggiori talenti. Ma tutto il cast, dai più giovani ai più maturi, è di quelli davvero forti. Si poteva dare maggiore coesione al racconto e puntare un po’ meno sulla macchietta, ma per il cinema italiano questa è aria freschissima.

Il film sarà nelle sale da venerdì 12 marzo. Segue il trailer.

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Marzo 8th, 2010Oscar 2010: e Kathryn fu

01miglior_regiaL’avevo auspicato e così è stato: The Hurt Locker esce nettamente vincitore dagli Oscar 2010 con ben 6 statuette, alcune delle quali importantissime: miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura. Su quest’ultimo premio mi sento di poter essere scettico (avrei dato il contentino a Tarantino e i suoi Bastardi) ma gli altri due sono meritatissimi.  Diventa così il film di minor successo al box-office nella Storia ad aver vinto il premio maggiore, oltre ad essere il primo per cui è stata premiata una donna come regista. Altre tre statuette al film della Bigelow sono arrivate per il montaggio (sacrosanto!), il montaggio del suono e il mixing.

Per Avatar erano già troppe tutte quelle nomination, tramutatesi in tre statuette tecniche in ogni caso molto meritate: effetti speciali, scenografia (digitale, aggiungerei io) e fotografia (perchè se ogni anno almeno uno non ritira un premio gridando “Viva l’Italia!” l’Academy si intristisce).

Per gli attori la questione è tragica: se Jeff Bridges pare abbia davvero impressionato tutti con Crazy Heart - che in Italia è uscito lo scorso weekend in 10 misere copie – la vittoria di Sandra Bullock per The Blind Side è una di quelle per cui l’Academy si pentirà amaramente negli anni a venire (stile Cuba Gooding jr.)

Tra i non protagonisti vittoria per Christoph Waltz (Bastardi senza gloria) che ha vinto tutto il vincibile, e Mo’nique, una nera grassona per cui vale il discorso fatto per la Bullock, con la differenza che mentre la Bullock continuerà bene o male a lavorare, questa sconosciuta ha iniziato e finito qui la sua carriera, tipo Jennifer Hudson con Dreamgirls.

Felicissimo per il premio alla colonna sonora di Up firmata Michael Giacchino (che è il compositore di fiducia di J.J. Abrams, sono sue anche le musiche di Lost). Premi di contorno a Star Trek (make-up) e The Young Victoria (costumi, da noi uscirà direttamente in dvd a breve).

In definitiva, era dalla mattina seguente al trionfo del Ritorno del Re che non ero così soddisfatto dalle scelte dell’Academy. Ciò vuol dire che dovrò aspettare ancora parecchi anni prima di svegliarmi di nuovo contento. Pazienza. Per il momento non posso che consigliarvi di recuperare The Hurt Locker, che Paolino vostro aveva elogiato nel lontano 13 ottobre 2008.

Marzo 6th, 2010SHUTTER ISLAND

shutterislandShutter Island (Usa, 2010) di Martin Scorsese, con Leonardo DiCaprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Michelle Williams, Max von Sydow, Emily Mortimer, Patricia Clarkson, Jackie Earle Haley, Ted Levine, John Carrol Lynch, Elias Koteas

Il voto di Paolino è… 7

Teddy Daniels (Leonardo DiCaprio), giovane e rampante detective federale costantemente attanagliato da incessanti visioni riguardanti la moglie defunta in un tragico incendio e gli omicidi che fu costretto a compiere nei campi di concentramento nazisti ai danni di ufficiali tedeschi, viene mandato a Shutter Island nel 1954 per investigare sulla misteriosa sparizione di una pericolosa assassina dall’istituto (carcere) per malati mentali che ha sede all’interno di quelle coste frastagliate. Lo accompagna per la prima volta il collega Chuck Aule (Mark Ruffalo). Giunto sull’isola e accolto dal capo dell’istituto, il dottor Cawley (Ben Kingsley), Daniels comincia ad accorgersi fin da subito che qualcosa non torna. Un uragano costringe i detective a soggiornare in loco più del dovuto, e per Daniels le indagini cominceranno ad essere una tale ossessione da arrivare a non distinguere più la realtà dalla fantasia.

E’ incantevole il desiderio di un grande maestro del cinema – ma prima di tutto onniscente cinefilo – come Martin Scorsese di continuare a sfornare film dichiaratamente di genere che guardano sempre e malinconicamente al passato. Nell’era del 3D e della fantascienza, il regista di Casinò e The Departed sforna una pellicola (e sottolineo pellicola) che riporta indietro nel tempo di 50 anni regalandoci non tanto una storia quanto uno spettacolo visivo davvero straordinario. Se il plot è il classico gioco di scatole cinesi che sappiamo benissimo porterà ad un colpo di scena finale che sovvertirà tutto ciò che era stato dato da conoscere al pubblico, la totale attenzione va rivolta all’aspetto tecnico: alla martellante colonna sonora, agli inquietanti set (firmati ancora una volta Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo), alla fotografia, alle atmosfere. La scena in cui DiCaprio e Ruffalo per esempio vengono sorpresi dall’uragano nel bosco è talmente “esagerata” da risultare incantevole.

Perchè stare qui a perdere tempo disquisendo di come Scorsese abbia affrontato in Shutter Island tematiche importanti come la follia, la redenzione dell’uomo, l’espiazione delle proprie colpe… Tutto vero, ma anche tutto inutile quando a farla da padrona è lo spettacolo puro. Shutter Island è cinema d’altri tempi, nero e pessimista, violento e senza speranza. Difetti ne ha tanti, a partire dall’eccessiva lunghezza, da qualche scivolatina narrativa fino ad una prova recitativa di Leonardo DiCaprio che francamente mi ha fatto storcere leggermente il naso. Ma vivaddio! Avercene!

Segue il trailer.

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Febbraio 28th, 2010Anteprima: ALICE IN WONDERLAND

aliceinwonderlandAlice in Wonderland (Usa, 2010) di Tim Burton, con Mia Wasikowska, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Anne Hathaway, Crispin Glover, Stephen Fry, Alan Rickman, Timothy Spall, Michael Sheen

Il voto di Paolino è… 5/6

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Comincia a mostrare la corda la pluridecennale collaborazione tra Tim Burton e Johnny Depp. Le variazioni sul tema “mostro dal cuore tenero”, che hanno dato vita a gioielli come Edward mani di forbice e La sposa cadavere sembrano ormai essersi esaurite, così che anche in questo Alice in Wonderland il personaggio del Cappellaio Matto è godibile artisticamente (trucco, acconciature, vestiario) ma scarso di vero fascino. Ed è solo uno dei vari problemi del film con cui Burton, coadiuvato dalla sceneggiatrice Linda Woolverton (che tutti citano giustamente come scrittrice de La bella e la bestia e Il Re Leone, ma che viene spontaneo chiedersi anche anche cos’altro abbia compiuto dal 1994 ad oggi…), ha voluto dare forma ad una specie di sequel delle avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, facendo tornare l’ormai diciannovenne fanciulla inglese (interpretata qui da Mia Wasikowska, Amelia, Defiance) a Sottomondo. Ci sono proprio tutti ad aspettarla, dal Brucaliffo (creato in motion capture sulle movenze di Alan Rickman, il Piton di Harry Potter) allo Stregatto, dalla perfida Regina Rossa che tiene in scacco tutto il mondo magico (Helena Bonham Carter) alla dolce Regina Bianca che vorrebbe riportare la pace nel regno (Anne Hathaway).

Altro tasto dolente è il versante tecnico. Del 3D parleremo tra poco, ma intanto soffermiamoci sui set, tanto fantasiosi quanto poco fotorealistici, così come tantissime creature che popolano il film. L’impressione è che si sia voluto dare un tocco cartoonesco al progetto (altrimenti non si spiegherebbero lo Stregatto e il Bianconiglio realizzati in maniera così insoddisfacente), purtroppo però in contrasto con personaggi “troppo” reali come Alice e il Cappellaio. Ancor peggiore è il tentativo di creare pessime vie di mezzo come il Fante di Cuori Ilosovic Stayne, interpretato da Crispin Glover, con testa umana e corpo digitale. E per il versante tridimensionalità? Vi do un consiglio, perchè vi voglio bene: andate a vedere il film in 2D, risparmierete qualche soldino, il vostro naso non dovrà sopportare torture inutili e lo spettacolo sarà pressochè invariato. Il problema della riconversione in 3D post-girato (il film è stato realizzato in 2D, e lo stesso problema sono sicuro si ripresenterà anche a breve in Scontro tra titani) porta ad uno dei peggiori risultati in questo ambito da quando la tecnica è risorta a nuova vita. Pochissima profondità di campo, attori completamente sfocati in molti momenti che interagiscono con creature digitali – evidentemente “create” fin da subito in 3D – perfettamente a fuoco. Insomma un totale fallimento, che dopo i fasti di Avatar non può essere tollerato.

In generale comunque il film divertirà i più piccoli e probabilmente molti adulti, ma non si può non ammettere che manchi di appeal  e di forza narrativa e che la giovane protagonista sia poco in parte. Molto meglio la straordinaria Regina Rossa della Bonham Carter, capace di alternare perfidia e tenerezza in maniera splendida. Peccato che il colpo definitivo allo stomaco arrivi quando il drago contro cui Alice deve fronteggiarsi nell’ultima parte del film si metta a parlare con la voce di Optimus Prime! Ci pensa alla fine la folle (e gratuitissima) “deliranza” di Johnny Depp a rasserenare lievemente gli animi e a ricordarci il film che potrebbe essere stato ma che non è.

Alice In Wonderland uscirà nei cinema italiani mercoledì 3 marzo, e in quelli statunitensi venerdì 5.

Febbraio 26th, 2010IL FIGLIO PIU’ PICCOLO

ilfigliopiupiccolo(Italia, 2010) di Pupi Avati, con Christian De Sica, Luca Zingaretti, Nicola Nocella, Laura Morante, Sydney Rome, Pino Quartullo, Massimiliano Varrese

Il voto di Paolino è… 4

Luciano Baietti (Christian De Sica) è un imprenditore a capo di una holding che ha evaso il fisco per decine di milioni di euro. Il suo entourage decide così di mettere in atto un piano crudele: richiamare il figlio più piccolo di Baietti, Baldo (Nicola Nocella), avuto da una relazione finita da svariati anni, e farlo diventare Presidente della società, in modo da passare a lui tutti i problemi estromettendosene. Baldo però non è certo una volpe, studia al Dams ed è innamorato dei film splatter, e casca nel trabocchetto fidandosi del padre che non ha praticamente mai conosciuto.

Il cinema è una brutta bestia. Quando è realizzato con maestria, furbizia o anche solo minima professionalità il pubblico sta al gioco, si fida, si butta. Quando però ti trovi davanti a prodotti come Il figlio più piccolo, perdonate il francesismo, ti cadono i coglioni! Non basta un’idea, non bastano le intenzioni, non bastano dei buoni attori per far stare in piedi una storia. Se l’intenzione di Pupi Avati era quella di farci affezionare al figlioletto ingenuotto che viene tirato in mezzo dal padre che sta rischiando la galera, e poi lo fa interpretare ad una delle peggiori facce cinematografiche che io abbia mai visto in vita mia, il pubblico anzichè commuoversi prova fastidio, insofferenza. Non sto giudicando la prova attoriale del giovane Nicola Nocella, ma proprio il suo essere anti-cinematografico, repulsivo… brutto da guardare! E il personaggio di De Sica? Scritto malamente, non si capisce che ruolo abbia nella faccenda, non si capisce se sia buono o cattivo, se si sia pentito oppure no di ciò che ha fatto, insomma se ci è o ci fa. Doveva essere una sua bella prova drammatica, mentre in realtà di drammatico c’è solo il fatto che si è messo di nuovo nei panni di una macchietta, che esplode nel finale con gesti assolutamente gratuiti (le grida alla finestra quando viene ammanettato, per esempio).

E Pupi, te lo dico col cuore, vai in pensione: è inconcepibile il modo in cui hai girato questo film. Grandangolo a go-go che creano un effetto di “rotondità” continua ai lati dello schermo, lunghe scene in automobile in cui non ci si è neanche presi la briga di definire i contorni degli attori che recitavano davanti al green screen creando una sorta di aura verde attorno a loro, personaggi a cui non si crede neanche per mezzo secondo, dalla madre (Laura Morante, ormai insopportabile per il suo modo di recitare) ai colleghi di De Sica. E il messaggio, lo spirito critico, la fotografia della società moderna, è quanto di più banale, ipocrita e stupido si sia mai visto nella filmografia avatiana.

Non c’è una cosa salvabile ne Il figlio più piccolo. Giuro, non me ne viene in mente una. Non infierisco col voto per rispetto di Pupi che è un mio accanito lettore. Segue il trailer.

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Febbraio 24th, 2010Anteprima: INVICTUS

invictusInvictus (Usa, 2009) di Clint Eastwood, con Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge, Matt Stern

Il voto di Paolino è… 7+

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E’ il 1994 quando Nelson Mandela, detto Madiba (Morgan Freeman) viene eletto Presidente del Sudafrica. La sua politica di riconciliazione nazionale, di abbandono dell’apartheid per una pura democrazia si deve scontrare con le forti resistenze sia del popolo bianco che del popolo nero. Per cercare di unire gli abitanti del suo Paese decide quindi di chiedere al capitano della debole squadra nazionale di rugby Francois Pienaar (Matt Damon) di compiere un’impresa titanica: vincere i campionati del mondo che si svolgeranno proprio in Sudafrica l’anno successivo.

La scelta di Clint Eastwood è chiara: Nelson Mandela non merita ombre, il suo personaggio è talmente grande e forte da meritarsi un biopic che sfiori l’agiografia astenendosene giusto in tempo. Invictus è un  film dall’impianto solido, dalla sceneggiatura efficace (firmata da Anthony Peckham, uno dei writer di Sherlock Holmes) e dalla resa cinematografica classica e di ampio respiro. La costruzione del racconto utilizza ben tre punti di vista differenti per narrare la storia: quello del Presidente, impegnato a imparare a memoria i nomi dei giocatori della propria squadra per non fare brutta figura e a doversi nel frattempo occupare di “bazzecole” come intervenire ad una conferenza all’ONU o stringere patti economici con i paesi più industrializzati del mondo; quello di Francois Pienaar, chiamato a portare a termine un compito troppo grande persino per lui; e quello – il più insospettabile ed inaspettato di tutti – delle guardie del corpo di Madiba, un nucleo di persone bianche e nere costrette a collaborare e a vincere le proprie resistenze le une verso le altre  in nome della sicurezza del loro capo.

Si diceva del forte rischio che ha corso Eastwood nel mettere in scena questo episodio, facendo di Mandela una figura quasi astratta, mistica: in questo senso l’inserimento nel plot di episodi cinematograficamente pericolosi come la decisione di donare un terzo del suo grosso stipendio da Presidente in beneficenza, o le camminate all’alba con i bodyguards di cui si interessa in modo quasi paterno, avrebbero tranquillamente potuto infastidire ed innervosire, mentre in Invictus trovano posto in un disegno più ampio e compatto, votato ad un positivismo totalmente giustificato. E la parte finale del film è tutta giocata sul campo, in una partita dall’esito conosciuto ma che riesce ugualmente a trasmettere un forte pathos allo spettatore. Merito soprattutto dello sforzo fisico di Matt Damon (da quello attoriale non ci si aspettava poi molto, la nomination all’Oscar è francamente esagerata) e della sua ottima complementarità con il Mandela di Morgan Freeman, mimeticamente straordinario.

C’è chi è rimasto deluso da Invictus perchè non all’altezza degli ultimi capolavori di Eastwood. Forse, anzi sicuramente, è così: la regia è molto sobria e alcune piccole pecche qua e là fanno storcere il naso (il momento in cui Pienaar visita la cella in cui era rinchiuso Mandela, ad esempio, è riuscito male). Ma sottovalutare Invictus perchè è “solo” un bel film anziché un “ottimo” film, suona piuttosto ridicolo.

Il film sarà nelle sale da venerdì 26 febbraio. Segue il trailer.

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Febbraio 22nd, 2010CHE FINE HANNO FATTO I MORGAN?

chefinehannofattoimorganDid You Hear About the Morgans? (Usa, 2009) di Marc Lawrence, Hugh Grant, Sarah Jessica Parker, Natalia Klimas, Vincenzo Amato, Sam Elliott, Mary Steenburgen

Il voto di Paolino è… 3½

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Meryl e Paul Morgan sono una coppia in carriera da poco separatasi a causa di una scappatella extraconiugale di lui. Paul (Hugh Grant) cerca di fare di tutto per riconquistare la donna che ancora ama, inondandola di regali e di messaggi in segreteria. Meryl (Sarah Jessica Parker) invece pare non volerne sapere, presa sempre più dal suo successo come immobiliarista. Una sera i due decidono di uscire a cena per tentare di riallacciare i rapporti una volta per tutte, ma all’uscita dal ristorante sono testimoni di un omicidio. Finchè l’assassino, che li ha visti bene in viso, non sarà catturato, la coppia viene spedita in mezzo al nulla nel Wyoming all’interno del programma Protezione Testimoni. Ce la faranno a rimanere isolati dal mondo, lontani dai loro blackberry, dagli indispensabili assistenti e dai confortevoli rumori notturni della metropoli newyorchese?

Non è riuscita col buco stavolta la ciambella a Marc Lawrence, specialista in commedie sentimentali che dopo Two Weeks Notice e Scrivimi una canzone torna per la terza volta a dirigere il suo pupillo Hugh Grant affiancandolo alla diva di Sex & the City. La prima cosa a non funzionare è proprio la coppia di protagonisti, lui svogliato all’ennesima potenza, lei inadatta e per nulla  a proprio agio: in generale un’alchimia praticamente nulla che irrita e indispone. Ma ce ne fosse uno di attore azzeccato in questo film! Persino le spalle, che in genere sono quelle che dovrebbero far ridere, riescono ad essere odiosissime. Lo script poi, firmato dallo stesso regista, è da suicidio: non una battuta azzeccata, enormi silenzi imbarazzanti tra i dialoghi atti a colmare voragini e lacune sparse qua e là e un paio di gag fisiche realizzate vergognosamente seppur partendo magari da uno spunto che poteva portare a qualcosa di buono (penso ad esempio al dottore tuttofare della cittadina che tratta Grant come uno dei bambini a cui fa da pediatra: spassoso sulla carta, deprimente sullo schermo). Ma tutto, dall’inizio alla fine, è poco credibile nel film, come ad esempio il fatto che Paul – avvocati di successo – sia da subito ben disposto a dimenticare la propria vita a New York oppure la velocità con cui Meryl passa dall’essere vegetariana e attivista per gli animali a spavalda cacciatrice.

Insomma, un film fatto con i piedi giustamente snobbato dal pubblico e massacrato dalla critica. Da dimenticare.

Segue il trailer

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Febbraio 19th, 2010WOLFMAN

thewolfmanThe Wolfman (Usa/UK, 2010) di Joe Johnston, con Benicio Del Toro, Emily Blunt, Anthony Hopkins, Hugo Weaving

Il voto di Paolino è… 5/6

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Lawrence Talbot (Benicio Del Toro), attore piuttosto noto nell’Inghilterra dell’800, viene richiamato d’urgenza alla dimora paterna, che non frequenta da parecchi anni, in seguito alla sparizione del fratello. Al suo arrivo scopre però che il corpo del familiare è stato ritrovato completamente smembrato e fatto a pezzi da una creatura sconosciuta. Gwen (Emily Blunt), la fidanzata del fratello defunto, chiede a Lawrence di far luce sugli accadimenti, mentre direttamente da Scotland Yard giunge nel villaggio l’ispettore Abberline (Hugo Weaving). In una notte di luna piena però la bestia attacca proprio Lawrence, che da quel momento dovrà fare i conti con il proprio lato oscuro.

Dopo rinvii, ritardi e licenziamenti era lecito aspettarsi qualcosa di disastroso da questo remake de L’uomo lupo (l’originale è datato 1941), mentre il risultato fa tirare un parziale respiro di sollievo. E’ un film che non rischia, che va sul sicuro e si adagia su un linguaggio e uno stile che molti definiscono classico ma qualcuno può anche etichettare come banale. Tutto è già visto, dalla fotografia ai set, dalle musiche alla trama, ma è il fascino di una leggenda immortale come quella del Lupo mannaro a giustificare un’operazione di aggiornamento del Mito all’epoca degli effetti speciali. Effetti speciali che tra l’altro sono usati con parsimonia e intelligenza dal regista Joe Johnston (Jurassic Park III, e il futuro Capitan America), e servono soprattutto ai primi piani della trasformazione in licantropo del protagonista e a rendere credibile e movimentata la “scazzottata” finale. Per il resto il lavoro lo fanno le protesi del geniale Rick Baker, particolarmente fedeli all’immagine originale del secolo scorso. A riservare una deludente sopresa è il cast, fortissimo sulla carta ma che piuttosto scialbo su grande schermo. Benicio Del Toro - che non ha certo bisogno di molto trucco per apparire smunto e sfatto – ci mette davvero ben poco impegno, mentre ad Anthony Hopkins è riservata l’ennesima caratterizzazione del Male sornione e doppiogiochista che ha incarnato molto meglio in ben altri film. Facendo finta, per un atto di gentilezza, di non aver visto Emily Blunt, l’unico a salvarsi è il sottosfruttato Hugo Weaving.

Nella piattezza generale non ci vengono fortunatamente risparmiati particolari splatter, membra svolazzanti e sangue in buona quantità. Il pubblico più generalista crederà di aver visto un horror. In realtà noi sappiamo bene che gli horror sono un’altra cosa. Diciamo che Wolfman gioca a fare l’horror, e lo fa con dignità.

Segue il trailer.

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Nel 1995 il cinema d’animazione fu sconvolto dall’arrivo nelle sale di Toy Story, primo film interamente realizzato in computer graphic. Quindici anni dopo quel ricordo pare preistorico, ed è forse per quello che la Pixar ha deciso di far rivivere Buzz Lightyear e Woody in un terzo episodio (in 3D) che si candida ad essere spassosissimo! Non solo: nelle settimane precedenti saranno ridistribuiti i primi due capitoli della trilogia rimasterizzati in tre dimensioni (in Italia il 30 aprile e il 7 maggio), mentre Toy Story 3 sarà in sala – incredibilmente – il 7 luglio!

Dico incredibilmente perchè finalmente anche la Disney si è decisa a tentare la carta della distribuzione estiva dei suoi prodotti di punta, quando gli anni scorsi relegava all’autunno titoli che in tutto il mondo uscivano tra maggio e giugno (Wall•E e Up, per dirne due…) Speriamo che il pubblico risponda a dovere. Di seguito il terzo full trailer del film, con momenti strepitosi (Barbie e Ken sono da urlo!)


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