Questo post non è critico. Questo post è ciò di più lontano dalla critica oggettiva e impersonale. Questo post presenta incongruenze, confusionarietà e parzialità informativa.

Come in quasi tutte le serie televisive, i personaggi da gestire sono tanti. E non è detto che tutti riescano col buco. Ci sono quelli che vengono aggiustati in corsa, ci sono quelli che nascono sotto una cattiva stella e sotto quella stella sono costretti a rimanere finché contratto non venga rescisso. Eccovi una mia breve classifica di cinque characters – e relativi attori, che spesso (almeno in un caso di questi) fanno la loro parte – che non riesco personalmente a sopportare. Ho volutamente limitato la scelta a personaggi di serie tutt’ora in onda e ancora in produzione.

  • QUINTO POSTO.

Astrid Fansworth, Fringe (played by Jasika Nicole)

Qui non si tratta di odio, assolutamente. Però il personaggio di quella che nel corso delle serie ideata da JJ Abrams finisce per diventare una sorta di assistente personale del dottor Bishop (John Noble), quasi una sua badante, è decisamente uno dei regular meno influenti dell’intera serialità televisiva americana. Totalmente priva di ironia e di spigliatezza, in parole povere è totalmente inutile. Togliete Astrid da Fringe e resterà esattamente Fringe. Nessuno ne sentirà la mancanza. E la sua ciambella ha un buco talmente mal riuscito che pure la sua doppia “dell’altro universo” è insulsa e (quella sì) estremamente irritante.

  • QUARTO POSTO.

Sookie Stackhouse, True Blood (played by Anna Paquin)

Al centro di un triangolo/quadrato/pentagono amoroso (non si contano più i lati) da ormai cinque stagioni, il personaggio di Sookie Stackhouse non può fare altro che immedesimarsi costantemente nella figura della sciacquetta di Bon Temps. C’è poco da fare: Sookie è scema, tonta, ingenua, e pure un po’ troia. Persino l’autrice dei romanzi da cui la serie ha preso ispirazione si è discostata dalla rappresentazione che Alan Ball continua a tratteggiare per Sookie. E l’interpretazione del premio Oscar (!) Anna Paquin non aiuta. Per fortuna attorno a lei si muovono cose ben più interessanti.

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Ogni serie televisiva, si sa, vive una parabola discendente. Ma The Killing l’ha avuta un po’ troppo repentina.

Ero qui non molti mesi fa ad elogiare con un voto altissimo la prima stagione americana di questo mystery televisivo che la rete via cavo AMC ha tratto da un serial norvegese. I primi tredici episodi erano stati un concentrato perfetto di colpi di scena e introspezione psicologica. Le indagini sull’omicidio della piccola Rosie Larsen procedevano spedite ma con i giusti tempi, lasciando lo spettatore incollato allo schermo ovunque fosse egli seduto. Cos’è successo allora alla seconda stagione, conclusasi (sia in USA che in Italia, su FoxCrime) pochi giorni fa?

Che qualcosa puzzava lo si era capito fin dai primi episodi: c’era un problema, piccolo (!) ma enorme: l’indagine non proseguiva. Il cliffhanger con cui la prima serie si era conclusa si era risolto con un nulla di fatto, risultando – a posteriori – un misero tentativo di tenere desta l’attenzione. Mal riuscito, visto gli ascolti in netto calo (il finale di stagione ha avuto un calo del 17% rispetto alla season premiere, mentre rispetto alla conclusione della prima siamo sotto del 35%: un po’ troppo per essere solo alla seconda – e quasi sicuramente ultima – stagione). La seconda tranche di episodi inizia così quasi dimenticandosi dei misteri insoluti della prima, e ripartendo – con lentezza – verso un’unica sicurezza: di lì a poco tutto sarebbe stato svelato (la campagna promozionale proprio su questo aveva giocato).

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marzo 28th, 2012Ma io dove cazzo ero?

Le cose belle le scopri per caso. Quando vedo dei film – vedere film è, nell’ordine: la mia passione, il mio hobby, il mio lavoro, la mia routine quotidiana… capite perché non ho tempo per il decoupage e lo sport? – con gente che non so da dove salti fuori, sono solito chiedermi, appunto: “E questo da dove salta fuori?”

La risposta quasi sempre è: “Dal nulla”. Capita però che ogni tanto sia: “Da un reality show” (OH HAI Jean Dujardin!)

In casi ancora più rari invece la risposta è: “E’ sempre esistito solo che tu non te ne eri mai accorto.” Ed è in frangenti come questi che le sorprese ti piombano addosso con la stessa veemenza che ha un critico cinematografico al buffet dell’anteprima di un film. Per esempio, l’estate scorsa uscì al cinema un film dal titolo italiano simpatico come le battute di Marco Travaglio: Come ammazzare il capo… e vivere felici (ora non ricordo se i tre puntini andavano dopo ‘capo’, prima della ‘e’, dopo ‘vivere’ o prima della virgola, insomma non fate i puntigliosi). Protagonista del film gente famosa tipo Michael Bluth Jason Bateman, Colin Farrell, Cameron Diaz e… (i puntini stavolta servono) Charlie Day. Al ché io mi chiesi: “Chi minchia è Charlie Day?”

Allo stesso modo, ma un po’ di tempo prima, vidi uno dei film recenti più riusciti di Woody Allen, Basta che funzioni, il protagonista del quale era Larry David. Ora, io conoscevo Larry David come sceneggiatore e creatore di Seinfeld, ma mi chiesi all’uscita del cinema: “Che fine avrà fatto in questi ultimi anni?”

Entrambe le risposte mi lasciarono di stucco e mi fecero sentire un emerito coglione. Larry David, dal 2000, ha il suo show in tv, così come anche Charlie Day che, con una combriccola di amici, dal 2005 è sul piccolo schermo con una serie fenomenale. Parlo di Curb Your Enthusiasm e It’s Always Sunny in Philadelphia. 8 stagioni a testa. Da qui il titolo del post: ma io dove cazzo sono stato in tutto questo tempo?

Curb Your Enthusiasm, prodotta da HBO, è una comedy in cui Larry David interpreta sé stesso e porta in tv, spesso romanzata ma ancor più spesso improvvisata, la sua vita banale, fatta di una moglie più giovane, amici attori e registi (che compaiono in gustosi cameo), e soprattutto tanta gente scema e inopportuna. Una comicità che ricorda quella di The Office e di Ricky Gervais, per una serie spesso geniale con una protagonista decisamente adorabile.

It’s Always Sunny in Philadelphia invece, prodotto da FX, è uno dei prodotti più cinici, irriverenti, sfrontati e geniali della tv americana. Ideata dall’attore Rob McElhenney, che ne è anche uno degli interpreti (e, per amor di serie, per la settimana stagione è volutamente ingrassato di 50 chili!), è incentrata su quattro amici (e, dalla seconda stagione, dal padre di due di loro che ha il volto di un anch’esso ritrovato Danny DeVito) che gestiscono un pub in un quartieraccio di Philadelphia e in ogni episodio – vuoi per racimolare qualche quattrino vuoi per spirito di cretinaggine – hanno idee una più insulsa dell’altra. Non c’è n’è per nessuno: terroristi, pedofili, neri, gay, incestuosi, prostitute, nazisti, necrofili… E’ impossibile spiegare a parole l’incantevole pazzia di questo gruppetto di autori/attori, fortunatamente ancora in sella alla loro serie.

La morale di questo post è: quando vedete qualcuno che non conoscete, fatevi sempre un giro sulla sua pagina Imdb. A meno che non stiate vedendo un vecchio episodio del Bagaglino.

Il concetto è un po’ quello del titolo. In Italia siamo costretti ad accontentarci del ritorno del varietà vecchio stampo sulla Prima Rete Rai come se fosse un passo in avanti rispetto alla mediocrità dilagante sulle nostre reti televisive nazionali, senza invece accorgerci che il risultato porta a dieci passi indietro.

Mentre molte piccole reti corollarie free con la diffusione del digitale terrestre si sono conquistate una fetta di mercato e di credibilità ampia (Real Time con produzioni proprie seguitissime, ma anche Cielo con la splendida versione italiana del talent culinario Masterchef), le principali faticano a diventare moderne, non pensano neppure a suddividere i palinsesti in slot fissi di 60 minuti all’americana e continuano inesorabilmente a programmare i loro show-fiume, 3-4 ore di interminabili dirette con bambini canterini, ospiti botulinati nati nell’era paleocristiana e nessuna voglia di sperimentare.

Lunedì sera 10 milioni di persone (un valore astronomico se paragonato ai numeri medi degli ultimi anni) hanno seguito Fiorello e il suo ritorno in Rai dopo 7 anni di assenza. Peccato che proprio lunedì sera lo showman abbia toccato forse il punto più basso della sua carriera televisiva: con quasi 10 autori a disposizione, Rosarione non è riuscito a fare nulla che avesse anche una minima parvenza di originalità. E’ finito persino a riproporre il classico, ripetitivo, stra-abusato monologo sulla pubertà e l’adolescenza, roba portata sui palchi pure dal più scarso dei comici di Colorado. Era da quando andai a vedere Paolo Hendel a teatro che non sentivo dei pezzi così privi di idee e di mordente. Come non essere d’accordo con la Menzani, che su Libero ha scritto: “Se certe battute le facesse il bistrattato Pino Insegno (‘Avremo un governo tecno… più free drink per tutti…’) l’autore sarebbe condannato a fucilazione sicura da parte della critica italiana. Se le fa Fiorello diventano gemme di rivoluzionaria ironia. Vorremmo fare un esperimento e doppiare uno show di Insegno con i testi di Fiorello ma la cosa è ovviamente impossibile, quindi non ci resta che arrenderci alla beatificazione dell’ex animatore del Karaoke di Italia 1″.

Il varietà, l’orchestra, il corpo di ballo, lo smoking, le autorità in prima fila. Al di là del talento dello showman in questione, tutto ciò mi ha messo una profonda tristezza. Fiorello è sempre stato un mattatore e un buon cantante, nonché un decente imitatore, ma la sua vera fortuna è sempre stata la schiera invisibile di personaggi che gli scrive i testi. Lunedì sera il suo show ha fatto sorridere, ha intrattenuto (ma ha anche stancato), c’era ironia ma non satira (guai!), ma era troppo lungo, troppo fuori tempo massimo, troppo vecchio, con troppa musica, con ospiti inutili (il tennista, protagonista di un siparietto penoso, lì solo perché amicissimo del conduttore)… Gran parte del pubblico italiano non aspettava altro: “Ma guarda quant’è bravo”, “Ma senti come canta”, “Lui sì è il Numero Uno”… Ma siamo sicuri che sia l’unico capace di fare cose di questo tipo? Io non credo. La sua più grande trovata è stata quella di centellinare le sue presenze in tv, per farsi desiderare come l’apparizione della Madonna di Lourdes. Fiorello è l’usato sicuro, ma piano piano, di passaggio in passaggio, la rottamazione pare avvicinarsi inesorabile.

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No perché io c’ho una memoria un po’ di merda. Ero convinto di aver già scritto qualche riga su The Killing, poi mi sono accorto che questa settimana FoxCrime ha iniziato la programmazione italiana di questo telefilm targato AMC (la stessa rete che produce Mad Men e The Walking Dead, per dirne due) e mi sono reso conto che me n’ero scordato. Abbiate pazienza. In realtà tutto quello che voglio dirvi è: guardatelo.

The Killing è il remake americano di una serie danese ed è da tutti stato etichettato come la risposta moderna a Twin Peaks: in realtà le due serie poco hanno in comune, se non lo spunto iniziale, ovvero la scomparsa di una giovane ragazza. La nuova Laura Palmer si chiama Rosie Larsen, ed è una dolce adolescente di Seattle che una sera semplicemente non torna a casa dai suoi genitori Mitch e Stanley. Il caso viene assegnato a Sarah Linden, una risoluta detective prossima al trasferimento per seguire in una nuova città l’uomo che ama assieme al figlioletto avuto da un precedente uomo. L’uomo che dovrà sostituirla al dipartimento è il giovane Stephen Holder, che arriva dalla narcotici e ha dei metodi decisamente poco ortodossi. I due iniziano a lavorare insieme, e cominciano a capire che dietro la sparizione di Rosie si celano segreti che coinvolgeranno anche eminenti figure della città, tra cui il candidato sindaco Darren Richmond, che pare avere molti scheletri nel suo armadio.

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Perché a volte il titolo di un post potrebbe anche bastare.

Ce l’hanno venduto come l’evento televisivo del 2011: OK, ci potevo stare. Vero è che ormai il nome di Spielberg alla produzione conta meno di una gomma da masticare appiccicata sotto le mie scarpe, quindi non c’avevo badato più di tanto, ma l’idea di una serie a grosso budget che, grazie alla tecnologia sempre più avanzata, potesse rendere effetti speciali (e dinosauri, in questo caso) a misura di TV mi sembrava avvincente. Un po’ di Lost, un po’ di 24 (regista e produttori vengono proprio dalla serie con Kiefer Sutherland) e un po’ di Jurassic Park. Risultato? Uno dei serial più banali e noiosi che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni.

Il pilot di due ore, previsto per maggio ma poi rinviato all’autunno per “perfezionare gli effetti speciali” (pensa com’erano prima…) è stato sconcertante: un prologo su una Terra invivibile del futuro, sbrigativo (e di questo non ci si lamenta affatto) ma soprattutto tremendamente assurdo, sbandante tra il tentativo di mostrare marchingegni futuristici (come un laser che il protagonista utilizza per segare le sbarre della prigione in cui è rinchiuso) e quello di mantenersi tragicamente ancorati al verosimile (nel 2149 ancora le prigioni con le sbarre?). Poi, il salto indietro nel tempo. E qui iniziano i punti interrogativi. E’ il vero passato o è un passato alternativo (come parrebbe)? Se la via è di sola andata come fanno gli abitanti di Terra Nova a comunicare col futuro? E soprattutto, ma lanciare una bella granata sulla casa della famiglia dei protagonisti (un nucleo familiare che rende simpatico quello degli spot del Mulino Bianco)?

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agosto 30th, 2011Pubblicità Prosesso

Prendetela pure come una pubblicità a Sky, ma con uno spot come questo è impossibile non abbonarsi…

Io l’avrei voluto come giudice ad X-Factor. Peccato.

Ormai i tempi in cui ci si stupiva di come la qualità del piccolo schermo potesse spesso competere e superare quella di molti prodotti cinematografici più ambizioni sono fortunatamente passati (addirittura il Festival di Venezia, la settimana prossima, proporrà come evento speciale la miniserie di Todd Haynes Mildred Pierce, con Kate Winslet). Nella stagione 2010/2011 HBO ha calato due veri e propri pezzi da 90, che assicureranno fortuna e ascolti anche nei prossimi anni, il primo in apertura e il secondo in chiusura di ogni annata: Boardwalk Empire e Game of Thrones.

Il primo (12 episodi, già trasmessi anche in Italia da SkyUno, la seconda stagione parte negli Usa il 25 settembre) è opera dello sceneggiatore de I Soprano Terence Winter ed è ambientato ad Atlantic City durante l’epoca del proibizionismo. Enoch “Nucky” Thompson (Steve Buscemi, premiato con il Golden Globe per la sua interpretazione, così come la serie l’ha vinto come Miglior drama) è il tesoriere di Capital City, e grazie ai suoi contatti e al suo potere ne è praticamente il boss. Controlla la polizia, i trafficanti, offre protezione a chi non gli volta le spalle e sa essere violento e vendicativo con chi gli fa uno sgarbo. Corrotto fino alla punta dei capelli, Nucky crea una fitta rete di collaborazioni per diventare ricco col commercio illegale dell’alcol, aiutato dal giovane Jimmy Darmody (Michael Pitt), suo protetto.

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Continuando il mio excursus nelle serie legal che l’annata americana 2010/2011 ci ha regalato, e dopo non aver portato proprio benissimo alla prima di cui vi ho parlato, The Defenders, che è stata chiusa dopo una sola stagione (sebbene gli ascolti non fossero disdicevoli), passiamo a quello che dal sottoscritto era considerato come il vero e proprio evento dell’anno: il ritorno sugli schermi di una serie creata e firmata da David E. Kelley, padre delle più belle serie giudiziarie degli ultimi 20 anni: The Practice, Ally McBeal, Boston Legal.

Si intitola Harry’s Law, e ha come protagonista un volto decisamente noto del cinema americano: Kathy Bates (premi Oscar per Misery non deve morire, candidata anche per A proposito di Schmidt e I colori della vittoria). Nel telefilm, che ha debuttato in midseason su NBC con 12 episodi e che tornerà in autunno con una seconda stagione, interpreta l’avvocato Harriet Korn, specializzato in brevetti. Stanca del suo lavoro, molla, anzi si fa mollare dal prestigioso studio in cui lavora in cerca di nuovi stimoli. Un paio di incidenti fortuiti nei quali rischia la vita la portano a contatto con un mondo che non conosceva: in un quartiere malfamato di Cincinnati, scopre un universo di microcriminalità e di disadattati che vivono come in un moderno Far West, con proprie regole e leggi. Seguìta dalla sua disinibita segretaria Jenna (Brittany Snow), rileva così un negozio di scarpe abbandonato tra quelle strade pericolose e apre un suo studio legale, iniziando a difendere casi che finalmente la appassionano, come quello del ragazzo che nel pilot le piomba letteralmente addosso dopo essersi gettato da un tetto per non finire in carcere per droga.

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In tv come al cinema tutto può essere etichettato. Tra i telefilm americani, i sottogeneri più gettonati sono ovviamente i medical drama (House, Grey’s Anatomy) e i crime drama (i vari CSI, Bones, Dexter). Ma tosto come un mulo, seppur considerato “minore” rispetto ai suoi colleghi, resiste il  legal drama, che a dircela tutta è un po’ il genere che preferisco. C’è un solo uomo, un geniale autore che ha fatto la storia dei legal (sia nel versante drama che comedy) negli anni ’90 e che ha debuttato sugli schermi americani col suo nuovo show da qualche settimana, ma ve ne parlerò la prossima volta. Oggi mi voglio soffermare invece su un prodotto in onda ormai da diversi mesi: The Defenders.

Quando un autore crea un legal show, la prima cosa che deve decidere è lo stato americano in cui ambientarlo: da quello dipenderà molto della struttura dei casi trattati. Pensate per esempio ad uno show su casi giudiziari ambientato a… Las Vegas! Lo hanno scritto Kevin Kennedy e Niels Mueller, ispirandosi a due avvocati realmente esistenti nella capitale del gioco d’azzardo, su cui la CBS stava realizzando un documentario, e riprendendo il titolo di una serie della stessa rete andata in onda negli anni ’60 (in Italia si chiamava La parola alla difesa). Ma se pensate che tutto ciò sia comunque di una noia immane, la coppia di attori scelti come protagonisti potrebbe farvi cambiare idea: Jim Belushi (La vita secondo Jim) e Jerry O’Connell (meno famoso, ma i tanti appassionati di “commedie sporcaccione” lo ricorderanno sicuramente, e al momento è al cinema in Piranha 3D…)

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