Il concetto è un po’ quello del titolo. In Italia siamo costretti ad accontentarci del ritorno del varietà vecchio stampo sulla Prima Rete Rai come se fosse un passo in avanti rispetto alla mediocrità dilagante sulle nostre reti televisive nazionali, senza invece accorgerci che il risultato porta a dieci passi indietro.

Mentre molte piccole reti corollarie free con la diffusione del digitale terrestre si sono conquistate una fetta di mercato e di credibilità ampia (Real Time con produzioni proprie seguitissime, ma anche Cielo con la splendida versione italiana del talent culinario Masterchef), le principali faticano a diventare moderne, non pensano neppure a suddividere i palinsesti in slot fissi di 60 minuti all’americana e continuano inesorabilmente a programmare i loro show-fiume, 3-4 ore di interminabili dirette con bambini canterini, ospiti botulinati nati nell’era paleocristiana e nessuna voglia di sperimentare.

Lunedì sera 10 milioni di persone (un valore astronomico se paragonato ai numeri medi degli ultimi anni) hanno seguito Fiorello e il suo ritorno in Rai dopo 7 anni di assenza. Peccato che proprio lunedì sera lo showman abbia toccato forse il punto più basso della sua carriera televisiva: con quasi 10 autori a disposizione, Rosarione non è riuscito a fare nulla che avesse anche una minima parvenza di originalità. E’ finito persino a riproporre il classico, ripetitivo, stra-abusato monologo sulla pubertà e l’adolescenza, roba portata sui palchi pure dal più scarso dei comici di Colorado. Era da quando andai a vedere Paolo Hendel a teatro che non sentivo dei pezzi così privi di idee e di mordente. Come non essere d’accordo con la Menzani, che su Libero ha scritto: “Se certe battute le facesse il bistrattato Pino Insegno (‘Avremo un governo tecno… più free drink per tutti…’) l’autore sarebbe condannato a fucilazione sicura da parte della critica italiana. Se le fa Fiorello diventano gemme di rivoluzionaria ironia. Vorremmo fare un esperimento e doppiare uno show di Insegno con i testi di Fiorello ma la cosa è ovviamente impossibile, quindi non ci resta che arrenderci alla beatificazione dell’ex animatore del Karaoke di Italia 1″.

Il varietà, l’orchestra, il corpo di ballo, lo smoking, le autorità in prima fila. Al di là del talento dello showman in questione, tutto ciò mi ha messo una profonda tristezza. Fiorello è sempre stato un mattatore e un buon cantante, nonché un decente imitatore, ma la sua vera fortuna è sempre stata la schiera invisibile di personaggi che gli scrive i testi. Lunedì sera il suo show ha fatto sorridere, ha intrattenuto (ma ha anche stancato), c’era ironia ma non satira (guai!), ma era troppo lungo, troppo fuori tempo massimo, troppo vecchio, con troppa musica, con ospiti inutili (il tennista, protagonista di un siparietto penoso, lì solo perché amicissimo del conduttore)… Gran parte del pubblico italiano non aspettava altro: “Ma guarda quant’è bravo”, “Ma senti come canta”, “Lui sì è il Numero Uno”… Ma siamo sicuri che sia l’unico capace di fare cose di questo tipo? Io non credo. La sua più grande trovata è stata quella di centellinare le sue presenze in tv, per farsi desiderare come l’apparizione della Madonna di Lourdes. Fiorello è l’usato sicuro, ma piano piano, di passaggio in passaggio, la rottamazione pare avvicinarsi inesorabile.

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No perché io c’ho una memoria un po’ di merda. Ero convinto di aver già scritto qualche riga su The Killing, poi mi sono accorto che questa settimana FoxCrime ha iniziato la programmazione italiana di questo telefilm targato AMC (la stessa rete che produce Mad Men e The Walking Dead, per dirne due) e mi sono reso conto che me n’ero scordato. Abbiate pazienza. In realtà tutto quello che voglio dirvi è: guardatelo.

The Killing è il remake americano di una serie danese ed è da tutti stato etichettato come la risposta moderna a Twin Peaks: in realtà le due serie poco hanno in comune, se non lo spunto iniziale, ovvero la scomparsa di una giovane ragazza. La nuova Laura Palmer si chiama Rosie Larsen, ed è una dolce adolescente di Seattle che una sera semplicemente non torna a casa dai suoi genitori Mitch e Stanley. Il caso viene assegnato a Sarah Linden, una risoluta detective prossima al trasferimento per seguire in una nuova città l’uomo che ama assieme al figlioletto avuto da un precedente uomo. L’uomo che dovrà sostituirla al dipartimento è il giovane Stephen Holder, che arriva dalla narcotici e ha dei metodi decisamente poco ortodossi. I due iniziano a lavorare insieme, e cominciano a capire che dietro la sparizione di Rosie si celano segreti che coinvolgeranno anche eminenti figure della città, tra cui il candidato sindaco Darren Richmond, che pare avere molti scheletri nel suo armadio.

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Perché a volte il titolo di un post potrebbe anche bastare.

Ce l’hanno venduto come l’evento televisivo del 2011: OK, ci potevo stare. Vero è che ormai il nome di Spielberg alla produzione conta meno di una gomma da masticare appiccicata sotto le mie scarpe, quindi non c’avevo badato più di tanto, ma l’idea di una serie a grosso budget che, grazie alla tecnologia sempre più avanzata, potesse rendere effetti speciali (e dinosauri, in questo caso) a misura di TV mi sembrava avvincente. Un po’ di Lost, un po’ di 24 (regista e produttori vengono proprio dalla serie con Kiefer Sutherland) e un po’ di Jurassic Park. Risultato? Uno dei serial più banali e noiosi che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni.

Il pilot di due ore, previsto per maggio ma poi rinviato all’autunno per “perfezionare gli effetti speciali” (pensa com’erano prima…) è stato sconcertante: un prologo su una Terra invivibile del futuro, sbrigativo (e di questo non ci si lamenta affatto) ma soprattutto tremendamente assurdo, sbandante tra il tentativo di mostrare marchingegni futuristici (come un laser che il protagonista utilizza per segare le sbarre della prigione in cui è rinchiuso) e quello di mantenersi tragicamente ancorati al verosimile (nel 2149 ancora le prigioni con le sbarre?). Poi, il salto indietro nel tempo. E qui iniziano i punti interrogativi. E’ il vero passato o è un passato alternativo (come parrebbe)? Se la via è di sola andata come fanno gli abitanti di Terra Nova a comunicare col futuro? E soprattutto, ma lanciare una bella granata sulla casa della famiglia dei protagonisti (un nucleo familiare che rende simpatico quello degli spot del Mulino Bianco)?

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agosto 30th, 2011Pubblicità Prosesso

Prendetela pure come una pubblicità a Sky, ma con uno spot come questo è impossibile non abbonarsi…

Io l’avrei voluto come giudice ad X-Factor. Peccato.

Ormai i tempi in cui ci si stupiva di come la qualità del piccolo schermo potesse spesso competere e superare quella di molti prodotti cinematografici più ambizioni sono fortunatamente passati (addirittura il Festival di Venezia, la settimana prossima, proporrà come evento speciale la miniserie di Todd Haynes Mildred Pierce, con Kate Winslet). Nella stagione 2010/2011 HBO ha calato due veri e propri pezzi da 90, che assicureranno fortuna e ascolti anche nei prossimi anni, il primo in apertura e il secondo in chiusura di ogni annata: Boardwalk Empire e Game of Thrones.

Il primo (12 episodi, già trasmessi anche in Italia da SkyUno, la seconda stagione parte negli Usa il 25 settembre) è opera dello sceneggiatore de I Soprano Terence Winter ed è ambientato ad Atlantic City durante l’epoca del proibizionismo. Enoch “Nucky” Thompson (Steve Buscemi, premiato con il Golden Globe per la sua interpretazione, così come la serie l’ha vinto come Miglior drama) è il tesoriere di Capital City, e grazie ai suoi contatti e al suo potere ne è praticamente il boss. Controlla la polizia, i trafficanti, offre protezione a chi non gli volta le spalle e sa essere violento e vendicativo con chi gli fa uno sgarbo. Corrotto fino alla punta dei capelli, Nucky crea una fitta rete di collaborazioni per diventare ricco col commercio illegale dell’alcol, aiutato dal giovane Jimmy Darmody (Michael Pitt), suo protetto.

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Continuando il mio excursus nelle serie legal che l’annata americana 2010/2011 ci ha regalato, e dopo non aver portato proprio benissimo alla prima di cui vi ho parlato, The Defenders, che è stata chiusa dopo una sola stagione (sebbene gli ascolti non fossero disdicevoli), passiamo a quello che dal sottoscritto era considerato come il vero e proprio evento dell’anno: il ritorno sugli schermi di una serie creata e firmata da David E. Kelley, padre delle più belle serie giudiziarie degli ultimi 20 anni: The Practice, Ally McBeal, Boston Legal.

Si intitola Harry’s Law, e ha come protagonista un volto decisamente noto del cinema americano: Kathy Bates (premi Oscar per Misery non deve morire, candidata anche per A proposito di Schmidt e I colori della vittoria). Nel telefilm, che ha debuttato in midseason su NBC con 12 episodi e che tornerà in autunno con una seconda stagione, interpreta l’avvocato Harriet Korn, specializzato in brevetti. Stanca del suo lavoro, molla, anzi si fa mollare dal prestigioso studio in cui lavora in cerca di nuovi stimoli. Un paio di incidenti fortuiti nei quali rischia la vita la portano a contatto con un mondo che non conosceva: in un quartiere malfamato di Cincinnati, scopre un universo di microcriminalità e di disadattati che vivono come in un moderno Far West, con proprie regole e leggi. Seguìta dalla sua disinibita segretaria Jenna (Brittany Snow), rileva così un negozio di scarpe abbandonato tra quelle strade pericolose e apre un suo studio legale, iniziando a difendere casi che finalmente la appassionano, come quello del ragazzo che nel pilot le piomba letteralmente addosso dopo essersi gettato da un tetto per non finire in carcere per droga.

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In tv come al cinema tutto può essere etichettato. Tra i telefilm americani, i sottogeneri più gettonati sono ovviamente i medical drama (House, Grey’s Anatomy) e i crime drama (i vari CSI, Bones, Dexter). Ma tosto come un mulo, seppur considerato “minore” rispetto ai suoi colleghi, resiste il  legal drama, che a dircela tutta è un po’ il genere che preferisco. C’è un solo uomo, un geniale autore che ha fatto la storia dei legal (sia nel versante drama che comedy) negli anni ’90 e che ha debuttato sugli schermi americani col suo nuovo show da qualche settimana, ma ve ne parlerò la prossima volta. Oggi mi voglio soffermare invece su un prodotto in onda ormai da diversi mesi: The Defenders.

Quando un autore crea un legal show, la prima cosa che deve decidere è lo stato americano in cui ambientarlo: da quello dipenderà molto della struttura dei casi trattati. Pensate per esempio ad uno show su casi giudiziari ambientato a… Las Vegas! Lo hanno scritto Kevin Kennedy e Niels Mueller, ispirandosi a due avvocati realmente esistenti nella capitale del gioco d’azzardo, su cui la CBS stava realizzando un documentario, e riprendendo il titolo di una serie della stessa rete andata in onda negli anni ’60 (in Italia si chiamava La parola alla difesa). Ma se pensate che tutto ciò sia comunque di una noia immane, la coppia di attori scelti come protagonisti potrebbe farvi cambiare idea: Jim Belushi (La vita secondo Jim) e Jerry O’Connell (meno famoso, ma i tanti appassionati di “commedie sporcaccione” lo ricorderanno sicuramente, e al momento è al cinema in Piranha 3D…)

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Torno a parlarvi di serialità televisiva per presentarvi un prodotto inglese di altissima qualità, trasmesso negli scorsi mesi dalla rete ITV1 e con un cast di grandissimi attori: Downton Abbey. Sette episodi da un’ora ciascuno (ma una seconda serie è già in preparazione) che raccontano due anni di vita in una gigantesca magione a Downton, dal 1912 (si apre con la notizia dell’affondamento del Titanic) al 1914 (si chiude con l’arrivo della Guerra). Le vicende ruotano attorno alla famiglia Crawley e alla loro servitù. Se il concept vi ricorda lo splendido Gosford Park di Robert Altman, non siete lontani: in effetti entrambi i lavori sono scritti dalla stessa penna, quella di Julian Fellowes, e lo stile è pressoché identico. L’affondamento del transatlantico più grande del mondo dà il “la” alla vicenda: nel naufragio infatti muoiono i due eredi diretti di Lord Grantham (Hugh Bonneville), che resta così con sole figlie femmine e una ricchezza da destinare. La linea di successione prevede che tocchi al lontano cugino Matthew Crawley (Dan Stevens) ereditare il palazzo di Downton Abbey, ma nessuna delle figlie di Grantham pare intenzionata a sposarlo.

Nel frattempo, ai piani bassi, le cucine e le lavanderie pullulano di servitù rigorosa ed attenta, con una precisissima gerarchia che vede sulla cima il severo maggiordomo Carson (Jim Carter) e la governante Mrs. Hughes (Phyllis Logan), intenti a badare ad una folta schiera di giovani camerieri, inservienti, aiutanti in cucina e autisti, tutti decisi ad emergere e senza alcuna remora per cattiverie e astuzie di ogni tipo atte a screditare loro colleghi. Sullo sfondo, un’Inghilterra che cambia, le donne che aspirano a maggiori riconoscimenti e un conflitto mondiale che si avvicina…

Downton Abbey è un prodotto di stupefacente realizzazione, di rigore formale e recitativo ineccepibile, con alcuni tra i più grandi attori inglesi, tra cui una splendida 78enne – e due volte premio Oscar – Maggie Smith. Quando si prevede calma piatta all’orizzonte, per la relativa tranquillità della vita a “palazzo”, ecco irrompere uno scandalo, un colpo di scena: c’è passione, c’è malignità, c’è imprevedibilità. Perfino un omicidio. E i battibecchi tra le due “megere” di casa Downton (Maggie Smith appunto, e la madre del nuovo erede) sono impagabili. Qualsiasi piccola cosa viene resa appassionante: dalla preparazione di una fiera di giardinaggio alla realizzazione del pranzo nelle cucine sotto i rigidi ordini di Mrs. Patmore, la cuoca. E le figlie di Lord Grantham, così diverse e di vedute opposte (ribelle e determinata la maggiore, ingenua e sognatrice la seconda, anticonformista e “amica della servitù” la minore) scalderanno gli animi dei propri genitori e dei pretendenti al loro cuore in maniera insospettabile.

Eccovi un promo:

Voto alla prima stagione: 8

Sta facendo il giro della rete, ma su youtube è sparito per le consuete reclamazioni, un lunghissimo video nel quale decine di grandi star (cinema, tv, musica, ma anche sport o altro…) famose negli anni ’80/’90 e poi sparite nel dimenticatoio si cimentano in Let It Be. Con sullo sfondo una credibilissima spiaggia realizzata in 2,5 minuti con Paint, queste stelle mancate si mettono in gioco tra malinconia e voglia di riscatto. Quante riuscite a riconoscerne? I sottotitoli in svedese potranno aiutarvi quel poco, perchè il tutto è stato realizzato da una tv di quella nazione per la promozione della quarta serie di quella che praticamente è il “Meteore” locale. Solo che loro non hanno né Papi né Savino, ma un trio di zozzoni uno più brutto dell’altro.

Indovinatene il più possibile! Ci sono anche delle graditissime sorprese per noi italiani (Bud Spencer e… Alberto Tomba!!), ma anche delle stelle che sinceramente non meritano di stare nel gruppetto (la splendida Glenn Close). E poi un ex James Bond, e neanche il peggiore (Roger Moore), ex protagonisti di Cin Cin, Miami Vice, l’obeso Carlton di Willy il principe di Bel Air, Baywatch, il compianto Leslie Nielsen (eroe della mia vita a cui non ho avuto tempo di dedicare neanche uno straccio di post…), ma anche la Laura Palmer di Twin Peaks, Beverly Hills 90210 e il Theo dei Robinson. Ma anche nomi più noti come il Colombo Peter Falk, il (nonpiù) Piccolo Lord, Robert “Freddy Krueger” Englund, i Boyzone (!! hahahaha!!), Daryl Hannah, il mitico Mahoney di Scuola di Polizia e, dulcis in fundo, l’intellettuale Dolph Lundgren (che di sicuro non sapeva in cosa l’avevano messo in mezzo, altrimenti col cazzo che avrebbe accettato!)

E il bello è che sono pure recidivi, perchè per lanciare una scorsa edizione dello stesso programma qualche anno fa fecero esattamente lo stesso, con We Are the World, e anche lì le meteore non si contavano: Lorenzo Lamas, il prete bricconcello di Uccelli di rovo, i protagonisti di Dallas e Dynasty, ma pure Sabrina Salerno e Samantha Fox, il mitico rumorista di Scuola di polizia e la meteora per eccellenza: Mark Hamill/Luke Skywalker nella trilogia di Star Wars.

Piccole perle di tv pomeridiana. Wilma De Angelis rifà Lady Gaga, con una traduzione del testo invereconda. In attesa di rivederla al cinema nella parte della madre di Claudio Bisio in Femmine contro maschi, a febbraio.

Dimmi, Dimmelo Di Sì. Wilma De Angelis. 80 anni, signore e signori.


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