L’impresa era ardua e doveva essere ben pianificata. Una trasposizione per il cinema del capolavoro letterario di Ken Follett I pilastri della terra era impossibile (veleggiamo sulle 1030 pagine), mentre un serial si sarebbe prestato perfettamente all’intento. Ci ha provato la tv via cavo americana STARZ, che solo da un paio d’anni ha dato il via alla produzione di proprie serie in modo da diventare un competitor dei più forti HBO e Showtime. I buoni risultati di Crash e Spartacus: Blood and Sand (un successo quest’ultimo fermatosi però alla prima stagione, a causa di un cancro che ha colpito il protagonista principale), hanno quindi convinto STARZ a puntare decisamente più in alto mettendo in cantiere un vero e proprio kolossal televisivo.

I pilastri della terra ha luogo in una località immaginaria dell’Inghilterra del XII secolo, Kingsbridge, un priorato guidato dal giovane e caparbio priore Philip (Matthew MacFayden), e racconta della costruzione di una nuova ed imponente cattedrale, ad opera di Tom il costruttore (Rufus Sewell), giunto sul luogo con i due figli in cerca di lavoro dopo aver perso la moglie durante un parto travagliato. Intorno alla costruzione di questa opera edilizia e religiosa si muove un nutrito gruppo di persone tutte prese da nient’altro se non i propri interessi, dal subdolo vescovo Waleran (Ian McShane) che farà di tutto affinchè la cattedrale non venga costruita, alla famiglia Hamleigh, nobili decaduti in cerca di potere, fino ad Aliena che, caduta in disgrazia dopo l’uccisione del padre, conte di Shiring, dovrà ripartire da zero inventandosi mercante di lana e aiutando il proprio fratello minore a rifarsi una posizione sul campo di battaglia e magari, perchè no, a riprendersi il titolo che gli spetta di diritto.

Purtroppo scritta così la trama sembra tragicamente noiosa, in realtà è tutt’altro: intrighi, colpi di scena, risvolti di faccia si susseguono e danno vita ad un romanzo fiume che appassiona. E la sua trasposizione su schermo? Prima considerazione: STARZ non ha i fondi delle sue dirette concorrenti, e lo sfarzo di costumi, set e riprese che poteva permettersi, per dirne una, The Tudors, è un vago ricordo. L’impressione è come che il budget sia andato interamente a coprire i salari di un cast-bomba (McShane, Fayden, Hayley Atwell e Tony Curran sono attivissimi al cinema, se poi ci mettiamo le partecipazioni di Donald Sutherland e Rufus Sewell…), mentre si sia deciso di risparmiare su tutto il resto. La produzione è quindi canadese (motivi fiscali?), la serie è stata girata in Europa (Austria e Ungheria) e le maestranze sono tutte del posto, a cominciare dal regista Sergio Mimica-Gezzan, che pur ha un buon curriculum (è stato per più di un decennio il primo assistente alla regia di Spielberg, e ha diretto vari episodi di Prison Break, Heroes, Battlestar Galactica).

Ad ogni modo la resa cinematografica è più che buona, le interpretazioni – manco a dirlo – sono straordinarie, il ritmo è ottimo. Cosa c’è allora che non va? Beh, presto detto: il romanzo abbraccia un arco di tempo che va dal 1135 al 1174. 40 anni. Gli episodi della serie sono otto. E sono da 50 minuti l’uno. 400 minuti per 40 anni fa esattamente… 5 anni per episodio. 1 anno ogni dieci minuti. Lo capite da voi che il difetto peggiore quindi si rivela la sbrigatività. Decisamente troppo pochi episodi per poter regalare il giusto approfondimento ai personaggi, e il doveroso rispetto ad un’opera così complessa e articolata. Rimane quindi una delle più classiche occasioni sprecate: per mancanza di…? per scelta di…? Non è dato a sapersi.

Prodotto da Ridley e Tony Scott, I pilastri della Terra sta andando in onda in Italia dalla scorsa settimana su Sky Cinema 1.

Voto alla mini-serie completa: 6+

Io parlo sempre meno di telefilm su questo blog e me ne dispiaccio. Ma nei mesi scorsi ho dedicato specifici articoli solo a pochissime serie: Psych, True Blood, Mad Men, Nurse Jackie, Modern Family. E chi ha fatto man bassa di premi l’altra notte durante gli Emmy 2010? Mad Men, Nurse Jackie e Modern Family! Grande Paolino :)

A parte gli scherzi, una serata divertente (strano per gli Emmy…) ha visto l’assegnazione di un premio più meritato dell’altro: magari fossero così anche i Golden Globes e gli Oscar! La febbre di Glee (serie carina, divertente ma non eccezionale) per fortuna non ha offuscato la vista ai giurati che gli hanno affibiato solo i premi per la miglior regia di Ryan Murphy (per il pilot) e per l’attrice non protagonista “comedy” (meritatissimo a Jane Lynch). Per il resto tanti e tanti riconoscimenti alle serie delle tv via cavo, quelle meno viste e più di nicchia ma che fanno incetta di statuette ogni anno: Mad Men ha vinto il premio per la miglior serie “drama” per il terzo anno consecutivo (e su AMC fa 4 milioni di spettatori a episodio, gli stessi che fa una qualsiasi scadente fiction con Gabriel Garko su Canale5…) più quello per la miglior sceneggiatura “drama”, e Breaking Bad, che mi sono colpevolmente perso in questi anni ma di cui voglio parlarvi presto, si è portato a casa quelli per il miglior protagonista “drama” (terza volta di fila per Bryan Cranston) e per la prima volta anche quello per il non protagonista, Aaron Paul. Certo, vedere ancora una volta dimenticato l’incommensurabile Michael C. Hall di Dexter o lo Hugh Laurie di House (sempre nominato ma mai premiato in sei anni!) fa male, ma evidentemente questa Cranston deve essere proprio bravo…

Tra le donne, la miglior attrice “drama” è stata Kyra Sedgwick per The Closer, mentre la non protagonista è stata Archie Panjabi per The Good Wife.

Passando al versante comedy, la vera ovazione c’è stata per il premio a Jim Parsons, il geniale Sheldon Cooper di The Big Bang Theory, alla sua prima assegnazione. Sorpresissima invece per la statuetta a Edie Falco come protagonista di Nurse Jackie: non ci credeva neppure lei, ma è sacrosanta. I non protagonisti sono stati Eric Stonestreet per il ruolo dello strabordante (nel senso che è obeso) marito gay di Modern Family, e la già citata Jane Lynch (lesbica pure lei, tra l’altro) di Glee. Modern Family quindi ha scippato a Glee il titolo di miglior serie “comedy” dell’anno, nonché quello per la miglior sceneggiatura (del pilot). Va detto che per entrambe le serie c’è stato un sensibile calo di inventiva e di ritmo durante la seconda parte della stagione, quella primaverile. Speriamo che il premio (mancato o vinto che sia) sia da stimolo ad entrambi i team creativi per osare qualcosina in più in vista del nuovo riavvio.

A mani vuote Lost (in molti lamentano che il premio per la colonna sonora sia andato a 24 anziché a Michael Giacchino), True Blood (ma qui già le nomination erano un regalo), 30 Rock (che le sue soddisfazioni se le è già prese in passato) e Dexter se non per i premi minori a John Lithgow come miglior guest star e per la miglior regia dell’episodio The Getaway.

La serata, a tema musicale e condotta da Jimmy Fallon (che quasi sempre presentava strimpellando con la sua chitarra) ha visto una scoppiettante introduzione che non poteva non essere a tema Glee: solo che insieme a mezzo cast dello show di Ryan Murphy hanno ballato anche Hugo di Lost, Jon Hamm di Mad Men e Tina Fey di 30 Rock! Da vedere.

056d1_tv_modern_family012La novità televisiva della stagione appena conclusasi che mi ha convinto più tra tutte quelle che ho visto è sicuramente la strepitosa Modern Family, partita su ABC lo scorso settembre (e in Italia su Fox da febbraio) e già rinnovata per una seconda stagione dopo i risultati più che lusinghieri.

E’ una comedy strutturata in episodi da 20 minuti e, cosa che la rende estremamente vivace e senza pause, è realizzata come fosse un mockumentary, un falso documentario sulle vite di tre famiglie “moderne” legate tra loro da vincoli di parentela. Camera a mano spesso senza stacchi, e intermezzi in stile “confessionale del Grande Fratello” in cui i protagonisti si raccontano ad un ipotetico intervistatore. Più facile a vedersi che a dirsi, vi assicuro.

La famiglia più numerosa del terzetto è quella di Phil, agente immobiliare bambinone ed ingenuo, e Claire, madre iperprotettiva dei loro tre figli. Claire ha un padre, Jay, che dopo essersi divorziato si è risposato con la ben più giovane e colombiana Gloria, la quale aveva già un figlioletto tenerone e svarionato di nome Manny. Il terzo nucleo è composto da due novelli sposi gay, uno dei quali fratello di Claire e figlio di Jay, che hanno appena deciso di adottare la loro prima bambina, una neonata vietnamita.

Il punto di forza di Modern Family sta in una sceneggiatura brillante e sarcastica come non se ne ascoltavano da tempo, che trova sfogo in personaggi irresistibili e talvolta geniali. Il padre di famiglia Phil ad esempio, che spesso si rivela ben più marmocchio dei suoi piccoli, riesce ad essere sempre inopportuno e ad ingaggiare strampalate gare di superiorità con la nevrotica moglie. Alla colombiana Gloria vengono poi messe in bocca battute letteralmente politically  uncorrect, molte volte di un fenomenale cinismo che riguarda soprattutto il suo paese d’origine (dove a suo dire le lezioni a scuola vengono interrotte solo quando un bambino è chiamato ad uscire dalla classe per identificare un cadavere).

Camei d’eccezione, tra cui spicca quello di Edward Norton in uno dei primi episodi, seguito da Benjamin Bratt e Minnie Driver nei seguenti. Segue una clip tratta dall’episodio pilota che presenta i personaggi principali.

Voto alla prima stagione: 8

Ci piace ricordarlo così…

NURSE JACKIECome previsto la stampa e il web italiano stanno promuovendo la partenza su Sky Uno di Nurse Jackie, serie della tv via cavo americana Showtime, indicandola come la risposta femminile al Dr. House. Niente di più sbagliato.

Jackie Peyton (Edie Falco, I Soprano) è un’infermiera del New York City Hospital che col burbero medico col bastone ha in comune soltanto la battuta facile e il vizietto di assumere ingenti quantità di medicinali per tirare avanti, nello specifico pasticche di ogni genere che il farmacista della struttura Eddie, nonché suo amante, gli fornisce in cambio di amore e sveltine. A casa ha un marito splendido e due figlie per le quali stravede, ma mentre è al lavoro si toglie la fede e conduce una vita parallela. L’unica persona a conoscere il suo segreto è uno dei dottori, Eleonor, dedita al vestiario firmato e ai bicchieri di vino. Attorno a loro un mucchio si variopinti personaggi, dal giovane medico svampito e combinaguai Fitch (Peter Facinelli, il Cullen senior di Twilight), l’infermiere gay Mo-Mo e l’intransigente direttrice del reparto Gloria. Senza contare la novellina con la testa tra le nuvole che viene affidata a Jackie, l’ingenuotta Zoey, che combinerà più di un pasticcio con i pazienti.

Jackie non è House perchè per lei i pazienti vengono prima di tutto, e sfida persino la legge per aiutarli e far valere i loro diritti. E il suo nascondersi dietro un’apparente aura di cattiveria e cinismo è soltanto un modo di farsi valere e di venire rispettata da tutti. E si droga certo per lenire il dolore che la schiena le provoca, ma anche e soprattutto per non farsi mai trovare impreparata, debole o poco reattiva.

Jackie è un personaggio da tenere d’occhio, una figura malinconica che guarda il mondo da un oblò e pare essere sé stessa soltanto tra le mura domestiche, con la famiglia che la ama. Il telefilm rende giustizia solo in parte a questo connubio di umori, viaggiando tra il serio e il faceto con leggerezza e con più di un personaggio indovinato (soprattutto il buffo dottor Fitch, affetto da una strana patologia che gli fa involontariamente “allungare le mani” sui seni delle donne quando viene sgridato).

La prima stagione del telefilm, composta da 12 episodi, parte stasera su Sky Uno. La seconda andrà in onda negli States da fine marzo.

Voto alla prima stagione: 6/7

clericiprimapuntataTorno sui miei passi: pensavo che mai senza il commento radiofonico gialappiano avrei potuto sopportare le lunghe dirette del Festival di Sanremo. E invece sono stato contagiato dall’edizione che va a concludersi stasera in un modo che nessuno in questi giorni si sa spiegare visto il suo clamoroso successo. Numeri da capogiro per ogni serata, addirittura più alti di quelli che faceva Bonolis l’insuperabile. La Clerici c’è riuscita con uno spettacolo sobrio, non urlato, pacato, ogni tanto noioso ma onesto. Senza pretese, di classe, e per ogni età. Solo Sanremo può far alternare sul palco Massimo Ranieri e Bob Sinclair, Fiorella Mannoia e Jennifer Lopez, Povia e i Tokyo Hotel. Un minestrone senza identità ma che porta a casa il risultato, accontentando gli ottuagenari abbonati Rai e i ragazzini che la tv di solito la guardano solo su youtube.

SANREMO 2010: SECONDA SERATAMette anche forte malinconia assistere alla kermesse sanremese. Mette malinconia perchè ci dimostra cosa può saper fare un’organizzazione televisiva italiana: che regia (Duccio Forzano, puntuale), che scenografia (Gaetano Castelli, tanto vecchio e bacucco quanto affidabile), che qualità tecnica, che orchestra. Peccato che tutto ciò si palesi solo per una settimana l’anno, mentre per le restanti 55 sia calma piatta sui teleschermi nazionali. E gli ospiti stranieri che solo Sanremo in Italia si permette di ospitare (una volta lo facevano pure ai Telegatti, che però non esistono più) sono sorprendenti giusto per chi non sa che a pochi passi da noi, nei confinanti paesi europei, è prassi ospitare celebrity di quel calibro nei propri show settimanali. Penso per esempio a Wetten Dass in Germania (non è altro che la versione locale di Scommettiamo Che?), un programma che ha avuto sul suo palco solo negli ultimi mesi Lady Gaga, Leona Lewis, Anastacia, i Tokyo Hotel, Ashton Kutcher, Tom Cruise, Christina Aguilera, Robbie Williams, Jennifer Lopez… Quest’ultima tra l’altro sul palco dell’Ariston ieri sera ha ancora una volta dimostrato perchè gente così merita l’appellativo di star.

Di Sanremo 2010 resteranno nel mio cuore: il fantasma di Toto Cutugno che non sa più cosa sia l’intonazione e Belen Rodriguez che canta meglio di lui; gli osceni abiti stringipancia della Clerici e la sua incapacità di camminare sui tacchi (sembrava Leo Gullotta quando imitava le donne al Bagaglino); Valerio Scanu che fa l’amore nei laghi; Antonellina che chiede la ricetta dei biscotti a Rania di Giordania, il direttore d’orchestra Marco Sabiu e le sue cocainomani scenette di fine serata sulle note dei Sigur Ros; il pezzo di apertura di Bonolis che ironizza sui sindaci di Sanremo, sulle pippate di Morgan e sul gatto di Bigazzi; l’orribile faccia aliena alla Incontri ravvicinati del terzo tipo del Sonohra biondo.

E’ il 2002 quando Pippo Baudo si inventa un modo meraviglioso per rialzare gli ascolti del Festival: ospitare dei super-ospiti per presentare i super-ospiti! Neppure Steve Jobs avrebbe saputo pensare a tanto! Peccato che il livello dei “presentatori d’eccezione” non fosse propriamente così brillante… Chi si aspettava un George Clooney, un Kevin Costner o un Hugh Grant quella sera si trovò sul palco dell’Ariston nientemeno che Franco Nero, “uno che non fa un film da quindic’anni” (Marco dixit), che biecamente e senza un minimo di pudore si trovò ai microfoni della Gialappa’s a millantare amicizie famose e a vantarsi dei suoi innumerevoli viaggi.

Una tristezza infinita.

Quanta vergogna nel ricordare la grande artista Haiducii, che tra il 2003 e il 2004 inondò le radio con questa canzone inascoltabile in rumeno dal titolo Dragostea Tin Dei. Finì anche sul palco dell’Ariston, circondata da gente che si ingroppava brutalmente e senza pudore alcuno. Da riascoltare assolutamente, con tanto di dubbi amtletici di Giorgio (“io questa l’ho vista in tangenziale più volte”), rivelazioni scottanti (A Rudy Zerbi’s Production!) e un’intervista finale da capogiro!

Commentano la Gialappa’s, Rudy Zerbi (all’epoca sconosciuto patron della Sony ma oggi anche lanciato in tv da Amici e Italia’s Got Talent), Fabio De Luigi e, dal retropalco, Fabio Canino e Flavia Cercato.

febbraio 16th, 2010R.I.P., Rai dire Sanremo

Stasera parte in pompa magna il 60esimo Festival di Sanremo, tra mille dubbi (riuscirà la Clerici a non far rimpiangere Bonolis?), le solite polemiche (Morgan, Povia) e una sola, grande certezza: quest’anno, forse per il primo anno da una vita, il sottoscritto non lo seguirà se non di sfuggita. Motivo? La radiocronaca della Gialappa’s Band, che da nove anni permetteva di seguire l’evento in maniera dissacrante ed irriverente, non esiste più. Il neodirettore di Radio2 li ha silurati, sostituendoli con il più tranquillo, e meno costoso, Carlo Pastore di MTV.

Solo in radio la Gialappa’s riusciva ancora ad essere quella di un tempo, quella che in tv non è più da molti anni. Libero da vincoli, il trio si lasciava andare ad una genialità dietro l’altra, creando tante volte dei veri e propri tormentoni (stamattina su Radio 105 ancora rammentavano lo storico Situation), sbriciolando la sacralità della kermesse minandone le fondamente stesse (vincitori annunciati in anticipo, sorprese rovinate, retroscena rivelati).

Da domani quindi, proprio durante la settimana sanremese, Paolino’s Life li ricorderà con una serie di perle raccolte dai tanti appassionati che quest’anno faranno a meno del loro annuale appuntamento fisso.

Intanto oggi scopriamo un fan d’eccezione di Marco, Carlo e Giorgio: il simpatico Adolf Hitler

stefaniaorlandoillottoalleottoEbbene sì, la notizia è fresca fresca… Su RaiDue sta per tornare un programma che pensavamo fosse morto e sepolto dopo anni di pensionamento: Il lotto alle otto! Da lunedì 8 febbraio tornano le estrazioni in diretta, condotte da Tiberio Timperi, uno dei personaggi più odiosi e incapaci della tv dopo Adalberto Scanchirli e Floriano Stramurti, e da lei, la regina del Lotto, che segnerà così il suo importantissimi ritorno al piccolo schermo dopo anni passati a suonare e ballare fenomenali hit da combattimento in giro per  locali fatiscenti, feste della birra, compleanni pluricentenari e giornate degli anziani: Stefania Orlando! Ecco le sue dichiarazioni alla vigilia del debutto:

Sono la donna dei numeri, torno dopo alcuni anni ad una trasmissione richiesta proprio dai giocatori che volevano vedere le estrazioni in tv. Ho lasciato le estrazioni con il bambino bendato e ora trovo quelle automatizzate. La garanzia e la sicurezza i principi base della trasmissione. Il nostro percorso si muove tra innovazione e tradizione”.

Sembrerebbe quasi una cosa seria. E invece stiamo a parlare del Lotto! Io ho solo una richiesta: la sigla del programma deve essere affidata ad uno dei suoi pezzi! Sarebbe la sua consacrazione! Una cosa come questa, per dire…


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