No perché io c’ho una memoria un po’ di merda. Ero convinto di aver già scritto qualche riga suThe Killing, poi mi sono accorto che questa settimana FoxCrime ha iniziato la programmazione italiana di questo telefilm targato AMC (la stessa rete che produce Mad Men e The Walking Dead, per dirne due) e mi sono reso conto che me n’ero scordato. Abbiate pazienza. In realtà tutto quello che voglio dirvi è: guardatelo.
The Killingè il remake americano di una serie danese ed è da tutti stato etichettato come la risposta moderna a Twin Peaks: in realtà le due serie poco hanno in comune, se non lo spunto iniziale, ovvero la scomparsa di una giovane ragazza. La nuova Laura Palmer si chiama Rosie Larsen, ed è una dolce adolescente di Seattle che una sera semplicemente non torna a casa dai suoi genitori Mitch e Stanley. Il caso viene assegnato a Sarah Linden, una risoluta detective prossima al trasferimento per seguire in una nuova città l’uomo che ama assieme al figlioletto avuto da un precedente uomo. L’uomo che dovrà sostituirla al dipartimento è il giovane Stephen Holder, che arriva dalla narcotici e ha dei metodi decisamente poco ortodossi. I due iniziano a lavorare insieme, e cominciano a capire che dietro la sparizione di Rosie si celano segreti che coinvolgeranno anche eminenti figure della città, tra cui il candidato sindaco Darren Richmond, che pare avere molti scheletri nel suo armadio.
Perché a volte il titolo di un post potrebbe anche bastare.
Ce l’hanno venduto come l’evento televisivo del 2011: OK, ci potevo stare. Vero è che ormai il nome di Spielberg alla produzione conta meno di una gomma da masticare appiccicata sotto le mie scarpe, quindi non c’avevo badato più di tanto, ma l’idea di una serie a grosso budget che, grazie alla tecnologia sempre più avanzata, potesse rendere effetti speciali (e dinosauri, in questo caso) a misura di TV mi sembrava avvincente. Un po’ di Lost, un po’ di 24 (regista e produttori vengono proprio dalla serie con Kiefer Sutherland) e un po’ di Jurassic Park. Risultato? Uno dei serial più banali e noiosi che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni.
Il pilot di due ore, previsto per maggio ma poi rinviato all’autunno per “perfezionare gli effetti speciali” (pensa com’erano prima…) è stato sconcertante: un prologo su una Terra invivibile del futuro, sbrigativo (e di questo non ci si lamenta affatto) ma soprattutto tremendamente assurdo, sbandante tra il tentativo di mostrare marchingegni futuristici (come un laser che il protagonista utilizza per segare le sbarre della prigione in cui è rinchiuso) e quello di mantenersi tragicamente ancorati al verosimile (nel 2149 ancora le prigioni con le sbarre?). Poi, il salto indietro nel tempo. E qui iniziano i punti interrogativi. E’ il vero passato o è un passato alternativo (come parrebbe)? Se la via è di sola andata come fanno gli abitanti di Terra Nova a comunicare col futuro? E soprattutto, ma lanciare una bella granata sulla casa della famiglia dei protagonisti (un nucleo familiare che rende simpatico quello degli spot del Mulino Bianco)?
Ormai i tempi in cui ci si stupiva di come la qualità del piccolo schermo potesse spesso competere e superare quella di molti prodotti cinematografici più ambizioni sono fortunatamente passati (addirittura il Festival di Venezia, la settimana prossima, proporrà come evento speciale la miniserie di Todd Haynes Mildred Pierce, con Kate Winslet). Nella stagione 2010/2011 HBO ha calato due veri e propri pezzi da 90, che assicureranno fortuna e ascolti anche nei prossimi anni, il primo in apertura e il secondo in chiusura di ogni annata:Boardwalk Empire e Game of Thrones.
Il primo (12 episodi, già trasmessi anche in Italia da SkyUno, la seconda stagione parte negli Usa il 25 settembre) è opera dello sceneggiatore de I Soprano Terence Winter ed è ambientato ad Atlantic City durante l’epoca del proibizionismo. Enoch “Nucky” Thompson (Steve Buscemi, premiato con il Golden Globe per la sua interpretazione, così come la serie l’ha vinto come Miglior drama) è il tesoriere di Capital City, e grazie ai suoi contatti e al suo potere ne è praticamente il boss. Controlla la polizia, i trafficanti, offre protezione a chi non gli volta le spalle e sa essere violento e vendicativo con chi gli fa uno sgarbo. Corrotto fino alla punta dei capelli, Nucky crea una fitta rete di collaborazioni per diventare ricco col commercio illegale dell’alcol, aiutato dal giovane Jimmy Darmody (Michael Pitt), suo protetto.
Continuando il mio excursus nelle serie legal che l’annata americana 2010/2011 ci ha regalato, e dopo non aver portato proprio benissimo alla prima di cui vi ho parlato, The Defenders, che è stata chiusa dopo una sola stagione (sebbene gli ascolti non fossero disdicevoli), passiamo a quello che dal sottoscritto era considerato come il vero e proprio evento dell’anno: il ritorno sugli schermi di una serie creata e firmata da David E. Kelley, padre delle più belle serie giudiziarie degli ultimi 20 anni: The Practice, Ally McBeal, Boston Legal.
Si intitola Harry’s Law, e ha come protagonista un volto decisamente noto del cinema americano: Kathy Bates (premi Oscar per Misery non deve morire, candidata anche per A proposito di Schmidt e I colori della vittoria). Nel telefilm, che ha debuttato in midseason su NBC con 12 episodi e che tornerà in autunno con una seconda stagione, interpreta l’avvocato Harriet Korn, specializzato in brevetti. Stanca del suo lavoro, molla, anzi si fa mollare dal prestigioso studio in cui lavora in cerca di nuovi stimoli. Un paio di incidenti fortuiti nei quali rischia la vita la portano a contatto con un mondo che non conosceva: in un quartiere malfamato di Cincinnati, scopre un universo di microcriminalità e di disadattati che vivono come in un moderno Far West, con proprie regole e leggi. Seguìta dalla sua disinibita segretaria Jenna (Brittany Snow), rileva così un negozio di scarpe abbandonato tra quelle strade pericolose e apre un suo studio legale, iniziando a difendere casi che finalmente la appassionano, come quello del ragazzo che nel pilot le piomba letteralmente addosso dopo essersi gettato da un tetto per non finire in carcere per droga.
In tv come al cinema tutto può essere etichettato. Tra i telefilm americani, i sottogeneri più gettonati sono ovviamente i medical drama (House, Grey’s Anatomy) e i crime drama (i vari CSI, Bones, Dexter). Ma tosto come un mulo, seppur considerato “minore” rispetto ai suoi colleghi, resiste il legal drama, che a dircela tutta è un po’ il genere che preferisco. C’è un solo uomo, un geniale autore che ha fatto la storia dei legal (sia nel versante drama che comedy) negli anni ’90 e che ha debuttato sugli schermi americani col suo nuovo show da qualche settimana, ma ve ne parlerò la prossima volta. Oggi mi voglio soffermare invece su un prodotto in onda ormai da diversi mesi: The Defenders.
Quando un autore crea un legal show, la prima cosa che deve decidere è lo stato americano in cui ambientarlo: da quello dipenderà molto della struttura dei casi trattati. Pensate per esempio ad uno show su casi giudiziari ambientato a… Las Vegas! Lo hanno scritto Kevin Kennedy e Niels Mueller, ispirandosi a due avvocati realmente esistenti nella capitale del gioco d’azzardo, su cui la CBS stava realizzando un documentario, e riprendendo il titolo di una serie della stessa rete andata in onda negli anni ’60 (in Italia si chiamava La parola alla difesa). Ma se pensate che tutto ciò sia comunque di una noia immane, la coppia di attori scelti come protagonisti potrebbe farvi cambiare idea: Jim Belushi (La vita secondo Jim) e Jerry O’Connell (meno famoso, ma i tanti appassionati di “commedie sporcaccione” lo ricorderanno sicuramente, e al momento è al cinema in Piranha 3D…)
Torno a parlarvi di serialità televisiva per presentarvi un prodotto inglese di altissima qualità, trasmesso negli scorsi mesi dalla rete ITV1 e con un cast di grandissimi attori: Downton Abbey. Sette episodi da un’ora ciascuno (ma una seconda serie è già in preparazione) che raccontano due anni di vita in una gigantesca magione a Downton, dal 1912 (si apre con la notizia dell’affondamento del Titanic) al 1914 (si chiude con l’arrivo della Guerra). Le vicende ruotano attorno alla famiglia Crawley e alla loro servitù. Se il concept vi ricorda lo splendido Gosford Park di Robert Altman, non siete lontani: in effetti entrambi i lavori sono scritti dalla stessa penna, quella di Julian Fellowes, e lo stile è pressoché identico. L’affondamento del transatlantico più grande del mondo dà il “la” alla vicenda: nel naufragio infatti muoiono i due eredi diretti di Lord Grantham (Hugh Bonneville), che resta così con sole figlie femmine e una ricchezza da destinare. La linea di successione prevede che tocchi al lontano cugino Matthew Crawley (Dan Stevens) ereditare il palazzo di Downton Abbey, ma nessuna delle figlie di Grantham pare intenzionata a sposarlo.
Nel frattempo, ai piani bassi, le cucine e le lavanderie pullulano di servitù rigorosa ed attenta, con una precisissima gerarchia che vede sulla cima il severo maggiordomo Carson (Jim Carter) e la governante Mrs. Hughes (Phyllis Logan), intenti a badare ad una folta schiera di giovani camerieri, inservienti, aiutanti in cucina e autisti, tutti decisi ad emergere e senza alcuna remora per cattiverie e astuzie di ogni tipo atte a screditare loro colleghi. Sullo sfondo, un’Inghilterra che cambia, le donne che aspirano a maggiori riconoscimenti e un conflitto mondiale che si avvicina…
Downton Abbey è un prodotto di stupefacente realizzazione, di rigore formale e recitativo ineccepibile, con alcuni tra i più grandi attori inglesi, tra cui una splendida 78enne – e due volte premio Oscar – Maggie Smith. Quando si prevede calma piatta all’orizzonte, per la relativa tranquillità della vita a “palazzo”, ecco irrompere uno scandalo, un colpo di scena: c’è passione, c’è malignità, c’è imprevedibilità. Perfino un omicidio. E i battibecchi tra le due “megere” di casa Downton (Maggie Smith appunto, e la madre del nuovo erede) sono impagabili. Qualsiasi piccola cosa viene resa appassionante: dalla preparazione di una fiera di giardinaggio alla realizzazione del pranzo nelle cucine sotto i rigidi ordini di Mrs. Patmore, la cuoca. E le figlie di Lord Grantham, così diverse e di vedute opposte (ribelle e determinata la maggiore, ingenua e sognatrice la seconda, anticonformista e “amica della servitù” la minore) scalderanno gli animi dei propri genitori e dei pretendenti al loro cuore in maniera insospettabile.
L’impresa era ardua e doveva essere ben pianificata. Una trasposizione per il cinema del capolavoro letterario di Ken Follett I pilastri della terra era impossibile (veleggiamo sulle 1030 pagine), mentre un serial si sarebbe prestato perfettamente all’intento. Ci ha provato la tv via cavo americana STARZ, che solo da un paio d’anni ha dato il via alla produzione di proprie serie in modo da diventare un competitor dei più forti HBO e Showtime. I buoni risultati di Crash e Spartacus: Blood and Sand (un successo quest’ultimo fermatosi però alla prima stagione, a causa di un cancro che ha colpito il protagonista principale), hanno quindi convinto STARZ a puntare decisamente più in alto mettendo in cantiere un vero e proprio kolossal televisivo.
I pilastri della terra ha luogo in una località immaginaria dell’Inghilterra del XII secolo, Kingsbridge, un priorato guidato dal giovane e caparbio priore Philip (Matthew MacFayden), e racconta della costruzione di una nuova ed imponente cattedrale, ad opera di Tom il costruttore (Rufus Sewell), giunto sul luogo con i due figli in cerca di lavoro dopo aver perso la moglie durante un parto travagliato. Intorno alla costruzione di questa opera edilizia e religiosa si muove un nutrito gruppo di persone tutte prese da nient’altro se non i propri interessi, dal subdolo vescovo Waleran (Ian McShane) che farà di tutto affinchè la cattedrale non venga costruita, alla famiglia Hamleigh, nobili decaduti in cerca di potere, fino ad Aliena che, caduta in disgrazia dopo l’uccisione del padre, conte di Shiring, dovrà ripartire da zero inventandosi mercante di lana e aiutando il proprio fratello minore a rifarsi una posizione sul campo di battaglia e magari, perchè no, a riprendersi il titolo che gli spetta di diritto.
Purtroppo scritta così la trama sembra tragicamente noiosa, in realtà è tutt’altro: intrighi, colpi di scena, risvolti di faccia si susseguono e danno vita ad un romanzo fiume che appassiona. E la sua trasposizione su schermo? Prima considerazione: STARZ non ha i fondi delle sue dirette concorrenti, e lo sfarzo di costumi, set e riprese che poteva permettersi, per dirne una, The Tudors, è un vago ricordo. L’impressione è come che il budget sia andato interamente a coprire i salari di un cast-bomba (McShane, Fayden, Hayley Atwell e Tony Curran sono attivissimi al cinema, se poi ci mettiamo le partecipazioni di Donald Sutherland e Rufus Sewell…), mentre si sia deciso di risparmiare su tutto il resto. La produzione è quindi canadese (motivi fiscali?), la serie è stata girata in Europa (Austria e Ungheria) e le maestranze sono tutte del posto, a cominciare dal regista Sergio Mimica-Gezzan, che pur ha un buon curriculum (è stato per più di un decennio il primo assistente alla regia di Spielberg, e ha diretto vari episodi di Prison Break, Heroes, Battlestar Galactica).
Ad ogni modo la resa cinematografica è più che buona, le interpretazioni – manco a dirlo – sono straordinarie, il ritmo è ottimo. Cosa c’è allora che non va? Beh, presto detto: il romanzo abbraccia un arco di tempo che va dal 1135 al 1174. 40 anni. Gli episodi della serie sono otto. E sono da 50 minuti l’uno. 400 minuti per 40 anni fa esattamente… 5 anni per episodio. 1 anno ogni dieci minuti. Lo capite da voi che il difetto peggiore quindi si rivela la sbrigatività. Decisamente troppo pochi episodi per poter regalare il giusto approfondimento ai personaggi, e il doveroso rispetto ad un’opera così complessa e articolata. Rimane quindi una delle più classiche occasioni sprecate: per mancanza di…? per scelta di…? Non è dato a sapersi.
Prodotto da Ridley e Tony Scott, I pilastri della Terra sta andando in onda in Italia dalla scorsa settimana su Sky Cinema 1.
Io parlo sempre meno di telefilm su questo blog e me ne dispiaccio. Ma nei mesi scorsi ho dedicato specifici articoli solo a pochissime serie: Psych, True Blood, Mad Men, Nurse Jackie, Modern Family. E chi ha fatto man bassa di premi l’altra notte durante gli Emmy 2010? Mad Men, Nurse Jackie e Modern Family! Grande Paolino
A parte gli scherzi, una serata divertente (strano per gli Emmy…) ha visto l’assegnazione di un premio più meritato dell’altro: magari fossero così anche i Golden Globes e gli Oscar! La febbre di Glee (serie carina, divertente ma non eccezionale) per fortuna non ha offuscato la vista ai giurati che gli hanno affibiato solo i premi per la miglior regia di Ryan Murphy (per il pilot) e per l’attrice non protagonista “comedy” (meritatissimo a Jane Lynch). Per il resto tanti e tanti riconoscimenti alle serie delle tv via cavo, quelle meno viste e più di nicchia ma che fanno incetta di statuette ogni anno: Mad Men ha vinto il premio per la miglior serie “drama” per il terzo anno consecutivo (e su AMC fa 4 milioni di spettatori a episodio, gli stessi che fa una qualsiasi scadente fiction con Gabriel Garko su Canale5…) più quello per la miglior sceneggiatura “drama”, e Breaking Bad, che mi sono colpevolmente perso in questi anni ma di cui voglio parlarvi presto, si è portato a casa quelli per il miglior protagonista “drama” (terza volta di fila per Bryan Cranston) e per la prima volta anche quello per il non protagonista, Aaron Paul. Certo, vedere ancora una volta dimenticato l’incommensurabile Michael C. Hall di Dexter o lo Hugh Laurie di House (sempre nominato ma mai premiato in sei anni!) fa male, ma evidentemente questa Cranston deve essere proprio bravo…
Tra le donne, la miglior attrice “drama” è stata Kyra Sedgwick per The Closer, mentre la non protagonista è stata Archie Panjabi per The Good Wife.
Passando al versante comedy, la vera ovazione c’è stata per il premio a Jim Parsons, il geniale Sheldon Cooper di The Big Bang Theory, alla sua prima assegnazione. Sorpresissima invece per la statuetta a Edie Falco come protagonista di Nurse Jackie: non ci credeva neppure lei, ma è sacrosanta. I non protagonisti sono stati Eric Stonestreet per il ruolo dello strabordante (nel senso che è obeso) marito gay di Modern Family, e la già citata Jane Lynch (lesbica pure lei, tra l’altro) di Glee. Modern Family quindi ha scippato a Glee il titolo di miglior serie “comedy” dell’anno, nonché quello per la miglior sceneggiatura (del pilot). Va detto che per entrambe le serie c’è stato un sensibile calo di inventiva e di ritmo durante la seconda parte della stagione, quella primaverile. Speriamo che il premio (mancato o vinto che sia) sia da stimolo ad entrambi i team creativi per osare qualcosina in più in vista del nuovo riavvio.
A mani vuote Lost (in molti lamentano che il premio per la colonna sonora sia andato a 24 anziché a Michael Giacchino), True Blood(ma qui già le nomination erano un regalo), 30 Rock (che le sue soddisfazioni se le è già prese in passato) e Dexter se non per i premi minori a John Lithgow come miglior guest star e per la miglior regia dell’episodio The Getaway.
La serata, a tema musicale e condotta da Jimmy Fallon (che quasi sempre presentava strimpellando con la sua chitarra) ha visto una scoppiettante introduzione che non poteva non essere a tema Glee: solo che insieme a mezzo cast dello show di Ryan Murphy hanno ballato anche Hugo di Lost, Jon Hamm di Mad Men e Tina Fey di 30 Rock! Da vedere.
La novità televisiva della stagione appena conclusasi che mi ha convinto più tra tutte quelle che ho visto è sicuramente la strepitosa Modern Family, partita su ABC lo scorso settembre (e in Italia su Fox da febbraio) e già rinnovata per una seconda stagione dopo i risultati più che lusinghieri.
E’ una comedy strutturata in episodi da 20 minuti e, cosa che la rende estremamente vivace e senza pause, è realizzata come fosse un mockumentary, un falso documentario sulle vite di tre famiglie “moderne” legate tra loro da vincoli di parentela. Camera a mano spesso senza stacchi, e intermezzi in stile “confessionale del Grande Fratello” in cui i protagonisti si raccontano ad un ipotetico intervistatore. Più facile a vedersi che a dirsi, vi assicuro.
La famiglia più numerosa del terzetto è quella di Phil, agente immobiliare bambinone ed ingenuo, e Claire, madre iperprotettiva dei loro tre figli. Claire ha un padre, Jay, che dopo essersi divorziato si è risposato con la ben più giovane e colombiana Gloria, la quale aveva già un figlioletto tenerone e svarionato di nome Manny. Il terzo nucleo è composto da due novelli sposi gay, uno dei quali fratello di Claire e figlio di Jay, che hanno appena deciso di adottare la loro prima bambina, una neonata vietnamita.
Il punto di forza di Modern Family sta in una sceneggiatura brillante e sarcastica come non se ne ascoltavano da tempo, che trova sfogo in personaggi irresistibili e talvolta geniali. Il padre di famiglia Phil ad esempio, che spesso si rivela ben più marmocchio dei suoi piccoli, riesce ad essere sempre inopportuno e ad ingaggiare strampalate gare di superiorità con la nevrotica moglie. Alla colombiana Gloria vengono poi messe in bocca battute letteralmente politically uncorrect, molte volte di un fenomenale cinismo che riguarda soprattutto il suo paese d’origine (dove a suo dire le lezioni a scuola vengono interrotte solo quando un bambino è chiamato ad uscire dalla classe per identificare un cadavere).
Camei d’eccezione, tra cui spicca quello di Edward Norton in uno dei primi episodi, seguito da Benjamin Bratt e Minnie Driver nei seguenti. Segue una clip tratta dall’episodio pilota che presenta i personaggi principali.
Come previsto la stampa e il web italiano stanno promuovendo la partenza su Sky Uno di Nurse Jackie, serie della tv via cavo americana Showtime, indicandola come la risposta femminile al Dr. House. Niente di più sbagliato.
Jackie Peyton (Edie Falco, I Soprano) è un’infermiera del New York City Hospital che col burbero medico col bastone ha in comune soltanto la battuta facile e il vizietto di assumere ingenti quantità di medicinali per tirare avanti, nello specifico pasticche di ogni genere che il farmacista della struttura Eddie, nonché suo amante, gli fornisce in cambio di amore e sveltine. A casa ha un marito splendido e due figlie per le quali stravede, ma mentre è al lavoro si toglie la fede e conduce una vita parallela. L’unica persona a conoscere il suo segreto è uno dei dottori, Eleonor, dedita al vestiario firmato e ai bicchieri di vino. Attorno a loro un mucchio si variopinti personaggi, dal giovane medico svampito e combinaguai Fitch (Peter Facinelli, il Cullen senior di Twilight), l’infermiere gay Mo-Mo e l’intransigente direttrice del reparto Gloria. Senza contare la novellina con la testa tra le nuvole che viene affidata a Jackie, l’ingenuotta Zoey, che combinerà più di un pasticcio con i pazienti.
Jackie non è House perchè per lei i pazienti vengono prima di tutto, e sfida persino la legge per aiutarli e far valere i loro diritti. E il suo nascondersi dietro un’apparente aura di cattiveria e cinismo è soltanto un modo di farsi valere e di venire rispettata da tutti. E si droga certo per lenire il dolore che la schiena le provoca, ma anche e soprattutto per non farsi mai trovare impreparata, debole o poco reattiva.
Jackie è un personaggio da tenere d’occhio, una figura malinconica che guarda il mondo da un oblò e pare essere sé stessa soltanto tra le mura domestiche, con la famiglia che la ama. Il telefilm rende giustizia solo in parte a questo connubio di umori, viaggiando tra il serio e il faceto con leggerezza e con più di un personaggio indovinato (soprattutto il buffo dottor Fitch, affetto da una strana patologia che gli fa involontariamente “allungare le mani” sui seni delle donne quando viene sgridato).
La prima stagione del telefilm, composta da 12 episodi, parte stasera su Sky Uno. La seconda andrà in onda negli States da fine marzo.