giugno 21st, 2011Otto giorni (e tante firme) a Taormina
Era la prima volta per me, al Taormina Film Fest, giunto alla 57esima edizione e diretto per il quinto anno dalla tosta Deborah Young. L’occasione è giunta grazie alla possibilità di far parte della Giuria della Gioventù, un gruppo, promosso dal Ministero della Gioventù, composto da circa 40 ragazzi provenienti da tutta Italia, che aveva il compito di vedere e giudicare tutti i film delle due sezioni principali e della sezione collaterale dedicata a dei cortometraggi di registi siciliani.
Al Festival di Taormina tutto è più semplice, più ridotto, più “seguibile” rispetto ad altri appuntamenti italiani più importanti. Una sola sala per le proiezioni (enorme ma architettonicamente orrenda) al Palazzo dei Congressi, e la splendida (ma gelida) cornice del Teatro Greco, utilizzabile ovviamente solo la sera. Due o tre film al giorno quindi, un programma smilzo e chiaro. Peccato per la mancanza di repliche, magari al mattino, per chi si fosse perso qualche proiezione.
Punto di forza del Taormina Film Fest sono le cosiddette Masterclass. Protagonisti del cinema italiano e internazionale incontrano il pubblico e si lasciano intervistare senza filtri, per alzata di mano: al bando i giornalisti. Ecco quindi che le domande possono essere sì serie e noiose, ma anche divertenti e imprevedibili. Il personaggio sotto i riflettori deve quindi far uscire tutta la sua personalità per appassionare le circa mille persone presenti in sala: il primo giorno Jack Black è stato irresistibile, ha più cantato che parlato (si è esibito addirittura in un Gloria per ricordare a tutti che da piccolo cantava nei cori religiosi) e le domande andavano da “Cosa c’è ora nel tuo iPod?” a “Credi in Dio?” (la sua risposta è stata “Fatemi domande più facili”) Qui trovate un estratto della sua intervista. Di tutt’altro stampo l’incontro successivo, con una Monica Bellucci in vena di banalità. “Ma quanto è bella la Sicilia”, “Ho sempre lavorato bene con tutti”, “Scelgo solo i film che mi piacciono”… un’ora di aria fritta. Oliver Stone il giorno dopo è apparso molto a disagio, lamentandosi per le luci e per il caldo. Tra un appello per votare al referendum e la solita frecciatina ai due Bush, si è però rifiutato di rispondere a una domanda su Obama e Berlusconi. Per il resto il discorso si è quasi interamente concentrato sul suo Alexander. Il giorno successivo la parola è andata all’attrice italiana Maya Sansa, ma la vera Masterclass (termine un po’ fuori luogo: si tratta più di conferenze stampa senza la stampa) è stata quella del grande regista francese Patrice Leconte, che con simpatia e gentilezza ha dimostrato cosa significhi davvero essere un director artigianale, semplice, conscio dei proprio limiti. “Quando un mio film non piace al pubblico io me ne vergogno. Non è il pubblico che non ha colto l’essenza del film in questione, è stato il regista ad averlo sbagliato.” “Odio gli storyboard, per me sono il contrario del cinema. Sono statici, immobili. Io quando dirigo non mi siedo dietro ai monitor, ma maneggio direttamente la macchina da presa”. Un’ora di altissimo interesse, e di grande divertimento. Intervenuto anche l’attore inglese Matthew Modine che ha presentato l’interessante cortometraggio da lui diretto Jesus Was a Commie (Gesù era comunista).


