Marzo 9th, 2010Anteprima: MINE VAGANTI

minevaganti(Italia, 2010) di Ferzan Ozpetek, con Riccardo Scamarcio, Alessandro Preziosi, Ennio Fantastichini, Lunetta Savino, Nicole Grimaudo, Ilaria Occhini, Elena Sofia Ricci, Carolina Crescentini, Daniele Pecci, Paola Minaccioni

Il voto di Paolino è… 6½

Pubblicata anche su Trailersland.com

Il giovane Tommaso Cantone (Riccardo Scamarcio) torna nella natìa Lecce per ricevere controvoglia, assieme al fratello Antonio (Alessandro Preziosi) le redini del pastificio di famiglia. Laureatosi segretamente in Lettere e con ambizioni da scrittore, Tommaso si decide finalmente a rivelare all’ottuso padre Vincenzo (Ennio Fantastichini), alla premurosa madre Stefania (Lunetta Savino), alla zia zitella e alcolizzata (Elena Sofia Ricci) e all’amorevole nonna (Ilaria Occhini), il segreto che tiene nascosto da una vita: la sua omosessualità. Peccato che ad anticiparlo sia proprio Antonio, che celava il suo stesso peso sulla coscienza e che appena vuotato il sacco viene cacciato di casa dal capofamiglia. Tommaso diventa così il figlio prediletto, quello che porterà avanti la dinastia dei Cantone. Che fare? Dire la verità o tacere per non procurare altri dispiaceri?

“Ferzan è mio amico”, così dicevano gli adesivi che durante la Mostra di Venezia di un paio d’anni fa spopolavano sugli abiti dei ragazzi e dei giornalisti per ironizzare e gettare acqua sulle polemiche legate alle feroci critiche mosse al suo lavoro di allora, l’orribile Un giorno perfetto. Perchè in effetti Ozpetek riesce bene solo quando ha a che fare con i temi a lui più cari e vicini: l’omosessualità, il concetto di famiglia allargata, di diversità e di “coesistenza”. Mine vaganti si accoda quindi a prestigiosi lavori come Le fate ignoranti, La finestra di fronte e Saturno contro virando però molto più sui toni della commedia brillante. Anche troppo. Tanto che quando appare in scena Elena Sofia Ricci pare per un attimo di trovarsi di fronte ad un episodio dei Cesaroni!

Mine vaganti è altalenante come lo sono gli umori che pervadono la pellicola, dai gioiosi battibecchi paesani della Savino alla sana scazzottata tra due fratelli che hanno appena scoperto di non conoscersi affatto. Peccato che ai toni spensierati di quella che negli intenti doveva essere una frizzante commedia che poteva dare qualche buono spunto all’Italia più bigotta (sulla scia di Diverso da chi?) Ozpetek decida di aggiungere lo sguardo al passato, con continui flashback riguardanti il personaggio della nonna (la superlativa Ilaria Occhini) che si tramutano nel finale in un vero e proprio miscuglio onirico tra ieri e oggi  (ricordate la conclusione di Baaria? Ecco siamo lì…) Il film funziona molto più nella seconda parte, con l’entrata in scena del cast più queer, gli amici e il fidanzato romani di Tommaso, che la fanno sotto gli occhi all’intero nucleo familiare (o quasi) sventolando improbabili fidanzate che li attendono con ansia a casa e improvvisando balletti in mare in stile sirenetti.

Un altro buon motivo per per cui vale comunque la pena di vedere e supportare Mine vaganti, mi spiace per chi ancora non ha il coraggio di ammetterlo, è sicuramente l’ottima interpretazione di Riccardo Scamarcio, che dona al suo personaggio un’infinita gamma di sfumature e si sta confermando sempre più uno dei nostri maggiori talenti. Ma tutto il cast, dai più giovani ai più maturi, è di quelli davvero forti. Si poteva dare maggiore coesione al racconto e puntare un po’ meno sulla macchietta, ma per il cinema italiano questa è aria freschissima.

Il film sarà nelle sale da venerdì 12 marzo. Segue il trailer.

Read the rest of this entry »

Febbraio 28th, 2010Anteprima: ALICE IN WONDERLAND

aliceinwonderlandAlice in Wonderland (Usa, 2010) di Tim Burton, con Mia Wasikowska, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Anne Hathaway, Crispin Glover, Stephen Fry, Alan Rickman, Timothy Spall, Michael Sheen

Il voto di Paolino è… 5/6

Pubblicata anche su Trailersland.com

Comincia a mostrare la corda la pluridecennale collaborazione tra Tim Burton e Johnny Depp. Le variazioni sul tema “mostro dal cuore tenero”, che hanno dato vita a gioielli come Edward mani di forbice e La sposa cadavere sembrano ormai essersi esaurite, così che anche in questo Alice in Wonderland il personaggio del Cappellaio Matto è godibile artisticamente (trucco, acconciature, vestiario) ma scarso di vero fascino. Ed è solo uno dei vari problemi del film con cui Burton, coadiuvato dalla sceneggiatrice Linda Woolverton (che tutti citano giustamente come scrittrice de La bella e la bestia e Il Re Leone, ma che viene spontaneo chiedersi anche anche cos’altro abbia compiuto dal 1994 ad oggi…), ha voluto dare forma ad una specie di sequel delle avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, facendo tornare l’ormai diciannovenne fanciulla inglese (interpretata qui da Mia Wasikowska, Amelia, Defiance) a Sottomondo. Ci sono proprio tutti ad aspettarla, dal Brucaliffo (creato in motion capture sulle movenze di Alan Rickman, il Piton di Harry Potter) allo Stregatto, dalla perfida Regina Rossa che tiene in scacco tutto il mondo magico (Helena Bonham Carter) alla dolce Regina Bianca che vorrebbe riportare la pace nel regno (Anne Hathaway).

Altro tasto dolente è il versante tecnico. Del 3D parleremo tra poco, ma intanto soffermiamoci sui set, tanto fantasiosi quanto poco fotorealistici, così come tantissime creature che popolano il film. L’impressione è che si sia voluto dare un tocco cartoonesco al progetto (altrimenti non si spiegherebbero lo Stregatto e il Bianconiglio realizzati in maniera così insoddisfacente), purtroppo però in contrasto con personaggi “troppo” reali come Alice e il Cappellaio. Ancor peggiore è il tentativo di creare pessime vie di mezzo come il Fante di Cuori Ilosovic Stayne, interpretato da Crispin Glover, con testa umana e corpo digitale. E per il versante tridimensionalità? Vi do un consiglio, perchè vi voglio bene: andate a vedere il film in 2D, risparmierete qualche soldino, il vostro naso non dovrà sopportare torture inutili e lo spettacolo sarà pressochè invariato. Il problema della riconversione in 3D post-girato (il film è stato realizzato in 2D, e lo stesso problema sono sicuro si ripresenterà anche a breve in Scontro tra titani) porta ad uno dei peggiori risultati in questo ambito da quando la tecnica è risorta a nuova vita. Pochissima profondità di campo, attori completamente sfocati in molti momenti che interagiscono con creature digitali – evidentemente “create” fin da subito in 3D – perfettamente a fuoco. Insomma un totale fallimento, che dopo i fasti di Avatar non può essere tollerato.

In generale comunque il film divertirà i più piccoli e probabilmente molti adulti, ma non si può non ammettere che manchi di appeal  e di forza narrativa e che la giovane protagonista sia poco in parte. Molto meglio la straordinaria Regina Rossa della Bonham Carter, capace di alternare perfidia e tenerezza in maniera splendida. Peccato che il colpo definitivo allo stomaco arrivi quando il drago contro cui Alice deve fronteggiarsi nell’ultima parte del film si metta a parlare con la voce di Optimus Prime! Ci pensa alla fine la folle (e gratuitissima) “deliranza” di Johnny Depp a rasserenare lievemente gli animi e a ricordarci il film che potrebbe essere stato ma che non è.

Alice In Wonderland uscirà nei cinema italiani mercoledì 3 marzo, e in quelli statunitensi venerdì 5.

Febbraio 24th, 2010Anteprima: INVICTUS

invictusInvictus (Usa, 2009) di Clint Eastwood, con Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge, Matt Stern

Il voto di Paolino è… 7+

Pubblicata anche su Trailersland.com

E’ il 1994 quando Nelson Mandela, detto Madiba (Morgan Freeman) viene eletto Presidente del Sudafrica. La sua politica di riconciliazione nazionale, di abbandono dell’apartheid per una pura democrazia si deve scontrare con le forti resistenze sia del popolo bianco che del popolo nero. Per cercare di unire gli abitanti del suo Paese decide quindi di chiedere al capitano della debole squadra nazionale di rugby Francois Pienaar (Matt Damon) di compiere un’impresa titanica: vincere i campionati del mondo che si svolgeranno proprio in Sudafrica l’anno successivo.

La scelta di Clint Eastwood è chiara: Nelson Mandela non merita ombre, il suo personaggio è talmente grande e forte da meritarsi un biopic che sfiori l’agiografia astenendosene giusto in tempo. Invictus è un  film dall’impianto solido, dalla sceneggiatura efficace (firmata da Anthony Peckham, uno dei writer di Sherlock Holmes) e dalla resa cinematografica classica e di ampio respiro. La costruzione del racconto utilizza ben tre punti di vista differenti per narrare la storia: quello del Presidente, impegnato a imparare a memoria i nomi dei giocatori della propria squadra per non fare brutta figura e a doversi nel frattempo occupare di “bazzecole” come intervenire ad una conferenza all’ONU o stringere patti economici con i paesi più industrializzati del mondo; quello di Francois Pienaar, chiamato a portare a termine un compito troppo grande persino per lui; e quello – il più insospettabile ed inaspettato di tutti – delle guardie del corpo di Madiba, un nucleo di persone bianche e nere costrette a collaborare e a vincere le proprie resistenze le une verso le altre  in nome della sicurezza del loro capo.

Si diceva del forte rischio che ha corso Eastwood nel mettere in scena questo episodio, facendo di Mandela una figura quasi astratta, mistica: in questo senso l’inserimento nel plot di episodi cinematograficamente pericolosi come la decisione di donare un terzo del suo grosso stipendio da Presidente in beneficenza, o le camminate all’alba con i bodyguards di cui si interessa in modo quasi paterno, avrebbero tranquillamente potuto infastidire ed innervosire, mentre in Invictus trovano posto in un disegno più ampio e compatto, votato ad un positivismo totalmente giustificato. E la parte finale del film è tutta giocata sul campo, in una partita dall’esito conosciuto ma che riesce ugualmente a trasmettere un forte pathos allo spettatore. Merito soprattutto dello sforzo fisico di Matt Damon (da quello attoriale non ci si aspettava poi molto, la nomination all’Oscar è francamente esagerata) e della sua ottima complementarità con il Mandela di Morgan Freeman, mimeticamente straordinario.

C’è chi è rimasto deluso da Invictus perchè non all’altezza degli ultimi capolavori di Eastwood. Forse, anzi sicuramente, è così: la regia è molto sobria e alcune piccole pecche qua e là fanno storcere il naso (il momento in cui Pienaar visita la cella in cui era rinchiuso Mandela, ad esempio, è riuscito male). Ma sottovalutare Invictus perchè è “solo” un bel film anziché un “ottimo” film, suona piuttosto ridicolo.

Il film sarà nelle sale da venerdì 26 febbraio. Segue il trailer.

Read the rest of this entry »

Il poster italiano di SurrogatesSurrogates (Usa, 2009) di Jonathan Mostow, con Bruce Willis, Radha Mitchell, Rosamund Pike, James Cromwell, Ving Rhames

Il voto di Paolino è… 5

Pubblicata anche su Trailersland.com

In un futuro prossimo l’umanità vivrà attraverso dei surrogati, macchine del tutto simili ad un essere umano che si possono comandare a distanza comodamente sdraiati su un lettino tra le mura domestiche. Questo farà in modo che ognuno possa vivere la propria vita senza però rischiare incidenti, omicidi o quant’altro, perchè il rischio lo correrebbe il suo “robot” personalizzato. Almeno fino a quando l’attentato ad un paio di questi surrogati non risulterà direttamente letale anche per i propri “padroni”. Sul caso indaga l’agente di polizia Tom Greer (Bruce Willis), che sarà costretto dopo anni a tornare tra le strade della città con il suo vero corpo in carne ed ossa.

Superato lo shock iniziale provocato dall’esilarante visione nelle prime sequenze del film di un Bruce Willis impomatato all’inverosimile per cercare di farlo sembrare un robot ricoperto di gomma con tanto di ciuffo biondo posticcio molto anni ‘70, si può cominciare a ragionare su Il mondo dei replicanti. Che parte da uno spunto talmente assurdo da rendere indisponente la visione di tutto il film. Uno spunto che poteva anche essere interessante o addirittura affascinante se approfondito e analizzato in maniera più sociologica che fantascientifica, mentre purtroppo qui tutto è buttato via, banale, scontato, prevedibile. Se il cinema negli ultimi anni sta facendo a gara nel prevedere universi futuri afflitti da disastri, apocalissi e in definitiva cupi e pessimistici, il film di Jonathan Mostow (regista di Terminator 3, la cui unica cosa interessante era appunto il finale senza speranza) decide di essere invece rassicurante, di dare un futuro all’umanità, di mostrarci che gli uomini possono ancora cambiare. Libero di farlo, ma libero anche di risultare fuori tempo, mal calato nella società di oggi. E la sottotrama drammatica (perchè ci deve essere sempre un figlio morto di mezzo? Perchè??) risulta quantomai posticcia e superflua in un blockbuster che voleva fare dell’azione (poca) e degli effetti speciali (non esaltanti ma comunque efficaci) uno dei suoi punti di forza.

Bruce Willis ormai recita la parte di Bruce Willis, e la durata irrisoria (80 miseri minuti senza contare i titoli di coda) se da un lato allevia la pena, dall’altro dimostra quanto poco il film avesse da dire. Piccola curiosità: qualcuno di voi noterà più di una somiglianza con Io Robot di Alex Proyas. La più clamorosa è che in entrambi i film il creatore dei robot sia interpretato dallo stesso attore, James Cromwell.

In sala da venerdì 8 gennaio 2010. Segue il trailer.

Read the rest of this entry »

Dicembre 7th, 2009Anteprima: LAND OF THE LOST

landofthelost_usLand of the Lost (Usa, 2009) di Brad Silberling, con Will Ferrell, Anna Friel, Danny McBride, Jorma Taccone

Il voto di Paolino è… 3

Pubblicata anche su Trailersland.com

Lo scienziato Rick Marshall (Will Ferrell) è caduto in disgrazia dopo che le sue strambe teorie sui viaggi nel tempo – o meglio in tempi paralleli - sono state derise a livello mondiale. Con la collaborazione della sua fan Holly però, Rick ritrova la passione per il suo lavoro e crea un macchinario grazie al quale verrà catapultato in un mondo alternativo dove sembra finiscano le cose perdute. A popolare questo arido pianeta una primitiva popolazione di uomini-scimmia, gigantesche creature preistoriche e orde di anfibi troppo cresciuti e dalla sessualità contorta.

Avete estremo bisogno di tranquillità per studiare in pace ma persino la biblioteca vi sembra troppo affollata? Andate a vedere Land of the Lost, e niente potrà distrarvi! I vostri figli a casa non fanno che fare baccano e avete assoluto bisogno di un meritato riposo? Andate a vedere Land of the Lost, e il pisolino sarà assicurato! Avete compiuto un’azione di cui andate poco fieri e cercate un modo per espiare la vostra colpa? Andate a vedere Land of the Lost: non ci potrebbe essere tortura più grande da autoinfliggersi.

Se ancora non l’aveste capito, Land of the Lost non è propriamente un gran film. Diciamo pure che risulta difficile chiamare con quel nome un raffazzonato tentativo di dar vita ad una comica avventura a metà tra un Jurassic Park dei poveri e un Indiana Jones in sovrappeso, con gag puerili e neppure il minimo tentativo di creare una trama quantomeno accettabile. Se a dirigerlo fosse stato una specie di Ed Wood o almeno il contemporaneo Uwe Boll qualcuno avrebbe timidamente scritto che si tratta sì di un film di serie Zeta ma almeno consapevole di esserlo. Invece il film pare proprio prendersi sul serio, e stupisce che a dirigerlo sia stato Brad Silberling (Casper, Una serie di sfortunati eventi) e a scriverlo sia stato nientemeno che lo sceneggiatore di Changeling! Probabilmente entrambi hanno voluto prendersi una vacanza premio. E se qualcuno rischierà di sorridere qua e là per delle situazioni soltanto ridicole, il problema maggiore è che Land of the Lost risulta antipatico fin dai suoi interpreti, un terzetto formato da Will Ferrell - che stavolta ha davvero dimostrato quanto la sua carriera cinematografica sia un regalo troppo grande in confronto ai suoi scarsi meriti artistici – e dai due semi-sconosciuti Anna Friel (Pushing Daisies in tv) e Danny McBride (Tropic Thunder, Strafumati), tutti irritanti, tutti incapaci, tutti inguardabili. Lo scenografo di Edward mani di forbice e Batman – Il ritorno Bo Welch ambienta la storia in un poverissimo paesaggio deserto post-apocalittico nel quale i personaggi paiono più volte perdersi. Si fossero persi davvero tra quelle dune, sarebbe stato meglio per tutti.

Per fortuna in pochi avranno la fortuna di vederlo al cinema. Universal lo distribuirà in un’uscita tecnica da una decina di copie da venerdì 10 dicembre, e non si è neanche presa la briga di far doppiare un trailer. C’è sono il filmatino promozionale dopo il saltino.

Read the rest of this entry »

Dicembre 5th, 2009Anteprima: DIECI INVERNI

la-locandina-di-dieci-inverni-138907(Italia/Russia, 2009) di Valerio Mieli, con Isabella Ragonese, Michele Riondino, Vinicio Capossela, Luis Molteni, Roberto Nobile

Il voto di Paolino è… 6½

Pubblicata anche su Trailersland.com

Per Camilla (Isabella Ragonese) il passo è grande. E’ il 1999, e per la prima volta andrà a vivere da sola, a Venezia, per frequentare l’università. Sul vaporetto che la sta portando alla sua nuova abitazione, un rudere fatiscente da poter chiamare comunque “casa”, incontra Silvestro (Michele Riondino), anch’egli studente fresco di trasferimento. Due occhiate fugaci e il ragazzo parte all’attacco: scende alla fermata di lei (”per sbaglio”, dirà poi) e le chiede ospitalità per la notte. Ma non aspettatevi nulla di che: tra i due non sarà certo un colpo di fulmine, anzi. Per ben dieci anni si scontreranno, si incontreranno, si perderanno e si ritroveranno, tra le nebbiose e invernali calli veneziane e più di un viaggio nella gelida Russia, dove Camilla volerà per perfezionare la lingua da lei studiata e dove la attenderanno esperienze inaspettate.

Premiata allo scorso Festival di Venezia, esce in sala l’opera prima di Valerio Mieli (allievo del Centro Sperimentale di Cinematografia) tratta dal soggetto che gli è valso il diploma e coprodotta da Italia e Russia, dove si svolge buona parte della vicenda utilizzando anche vari attori locali. Non esente da difetti, caratteristica comune a quasi tutti gli esordi “scolastici” che peccano nel volere stradire e strafare, Dieci inverni è comunque un interessante e riuscito spaccato di vita giovanile, fortemente ancorato alla realtà (anche dura, ben dipingendo la vita e le sofferenze che sono costretti ad affrontare gli studenti fuori porta senza una famiglia di lorsignori alle spalle) che utilizza il pretesto di una storia d’amore che fatica a compiersi per parlare più in generale di sentimenti, di affetti, di speranza per il futuro. Gran parte del merito della riuscita del film va ai due bravi e freschi interpreti: la sempre impeccabile Isabella Ragonese (Oggi sposi, Il cosmo sul comò) e la buona promessa Michele Riondino (Il passato è una terra straniera, Fortapasc), che nasconde dietro la facciata da furbetto del quartierino una malinconia estremamente tangibile. A completare il quadro la comparsa speciale di Vinicio Capossela.

Si diceva anche dei difetti, però. Proprio per il voler raccontare tanto, se non troppo, il film ad un certo punto entra in un cerchio dal qualche sembra far fatica ad uscire, e mentre per i “primi inverni” si prende il tempo utile al racconto, verso la fine comincia a diventare frettoloso e meno incisivo. A fine proiezione un signore al mio fianco ha sbottato: “Ma siamo pazzi? Dieci inverni per ‘na scopata?!”. E in effetti è una critica legittima, al di là di come sia stata formulata: ne sarebbero bastati meno, diciamo cinque, e l’effetto sarebbe stato buono ugualmente, anche perchè il materiale non sarebbe mancato comunque. In ogni caso, mi associo a quanto scritto da Andrea Morandi su Ciak: “E’ questo il cinema italiano che vogliamo vedere”.

Il film esce venerdì 10 dicembre. Segue il trailer.

Read the rest of this entry »

Dicembre 2nd, 2009Anteprima: A CHRISTMAS CAROL

achristmascarolA Christmas Carol (Usa, 2009) di Robert Zemeckis, con Jim Carrey, Colin Firth, Gary Oldman, Cary Elwes, Robin Wright, Bob Hoskins

Il voto di Paolino è… 7

Pubblicata anche su Trailersland.com

Il vecchio strozzino Ebenezer Scrooge odia il Natale, odia le persone, odia tutto. Londra intera lo disprezza, e lui sembra andarne fiero. In una fredda notte di Vigilia però, gli appare il fantasma di un suo defunto socio in affari, che gli preannuncia la visita di tre spiriti, che lo accompagneranno in un viaggio tra i suoi natali del passato, del presente e del futuro. Scrooge imparerà che non è mai troppo tardi per essere una bella persona.

Tutto ci saremmo aspettati dalla Walt Disney Pictures tranne che sotto Natale portasse sugli schermi una versione  del Canto di Natale di Dickens apparentemente innocua ma in realtà, in più punti, assolutamente terrificante, tanto da renderla totalmente inadatta ai più piccoli! Persino il sottoscritto lo ammette senza problemi: in un paio di momenti, complice un affascinante effetto 3D in cinemascope, la paura ha fatto capolino. Due momenti vanno ricordati in merito: la sequenza in cui il fantasma del collega di Scrooge, Marley, gli appare in casa imprigionato da rumorosissime catene, e tutta la parte in cui lo spirito del Natale futuro mostra a Ebenezer cosa lo aspetterà se non cambierà il suo atteggiamento nei confronti del prossimo. Detto questo, tocca continuare a chiederci perchè il talento visionario di Robert Zemeckis (Forrest Gump, Ritorno al futuro, Cast Away) venga da anni dedicato all’ormai nota tecnica cinematografica della performance capture – che non ha sinceramente mai fatto presa sul pubblico. Dall’ancora acerbo Polar Express fino al buon risultato (almeno per il sottoscritto, mentre da molti è odiato) di Beowulf, uno dei primissimi 3D quando ancora in pochi potevano goderne, la sfida di Zemeckis sembra essere quella di portare sullo schermo storie e personaggi che da sempre vuole raccontare ma che la tecnica tradizionale non gli permetteva di filmare come lui desiderava, una volontà che già aveva dimostrato di avere nel 1988 con un certo Roger Rabbit… Ecco quindi nuovamente un mix di animazione computerizzata tradizionale (sfondi, costumi, scenografie) e live action, con ottimi attori chiamati a prestare le movenze dei propri volti per rendere credibili i loro alter-ego digitali. Jim Carrey di caratterizzazioni ne fa addirittura otto (le varie età di Scrooge più i tre spiriti), donando soprattutto al vecchio protagonista una mimica e un’intensità notevoli, glorificati dall’estrema accuratezza della sua versione animata. Altre figure soffrono invece di una realizzazione tecnica di media qualità: penso soprattutto al nipote Fred di Colin Firth, verosimile come un Cicciobello, o al vessato Bob Cratchit di Gary Oldman che non brilla per fattezza.

E’ invece sul fronte registico che Zemeckis dà sfogo a tutta la sua bravura: sequenze da mozzare il fiato, voli tra il cielo stellato, trovate visive sensazionali e mai una caduta di ritmo. Sotto questo punto di vista, A Christmas Carol è sicuramente una delle più degne rivisitazioni del classico dickensiano, valorizzata da una tridimensionalità assolutamente non fine a se stessa ma sfruttata a dovere quasi sempre per valorizzare il lavoro scenografico.

Nelle sale da giovedì. Segue il trailer.

Read the rest of this entry »

Dicembre 1st, 2009Anteprima: MOON

moonMoon (UK, 2009) di Duncan Jones, con Sam Rockwell, Kevin Spacey (solo voce originale), Dominique McElligott

Il voto di Paolino è… 7

Pubblicata anche su Trailersland.com

Innanzitutto: non perdete tempo a cercare questo film, visto che la Sony lo distribuirà nella miseria di una decina di copie in tutta Italia a partire da venerdì. Semmai appuntatevelo e recuperatelo appena possibile.

In un futuro prossimo, la Terra è riuscita a risolvere il problema delle sue risorse energetiche in via di esaurimento: è la Luna a fornire uno speciale gas che ha ridato speranza all’intera umanità. Per estrarlo dal satellite basta che in loco sia presente una sola persona che controlli il regolare funzionamento dei macchinari: al momento tocca a Sam Bell (Sam Rockwell) vivere nella stazione spaziale, dove la sua unica compagnia è data dal computer di bordo GERTY, con il quale può parlare (in originale ha la voce di Kevin Spacey). Mancano poche settimane alla fine del suo contratto triennale, e quindi al suo rientro a casa da moglie e figlia neonata, quando Sam è vittima di un incidente all’esterno del suo abitacolo: risvegliatosi dentro la stazione, e malgrado GERTY si opponga, Sam decide di tornare sul luogo dell’impatto per capirne di più, e lì troverà, abbandonato e ferito ma ancora vivo, un altro se stesso. I due Sam, perfettamente identici sia nell’aspetto che nel cervello, saranno costretti a coabitare.

Innanzitutto parliamo dell’ambientazione di Moon: probabilmente anche per una notevole mancanza di budget, il film pur essendo ambientato nel futuro si sviluppa in ambienti molto seventies, che non possono (ma credo la cosa sia voluta) non rimandare immediatamente a 2001 o Solaris. I bianchi, accecanti interni dell’astronave sono quanto di più semplice e meno tecnologico si possa immaginare, mentre il robot di bordo, pur racchiuso in una scatola consunta, parla correntemente come un essere umano e – si vedrà – è capace anche di provare emozioni e di legarsi al suo compagno di viaggio. Inutile dire, se avete letto la trama, che l’intero film poggia interamente sulle spalle di Sam Rockwell, addirittura in versione doppia. E’ lui a dover rendere convincente dapprima il senso di solitudine e spaesamento del suo Sam e poi la stranezza del dover condividere la stanza con un suo “uguale ma diverso”. A livello registico la faccenda dello sdoppiamento di persona è resa in maniera molto semplice e artigianale, con campi e controcampi furbi ma ben realizzati (mentre una scena di lotta fisica tra i due è poco convincente proprio per la scarsità di effetti speciali che potessero renderla visibilmente intrigante). Confezione a parte, Moon vive soprattutto di una sceneggiatura che affronta con intelligenza e ponderatezza gli stilemi del genere di riferimento, immergendo lo spettatore in un costante senso di angoscia e paura dell’ignoto. La regia di Duncan Jones (figlio di David Bowie) si dimostra costantemente capace di mantenere alta l’attenzione pur lasciandosi andare a lunghe sequenze di doveroso silenzio o di poetico “vuoto”, in un film che farà felici gli appassionati della fantascienza (o meglio, dello sci-fi) più pura, lontana dai fronzoli dell’ingegneria digitale.

Segue il trailer.

Read the rest of this entry »

Novembre 23rd, 2009Anteprima: (500) GIORNI INSIEME

la-locandina-italiana-di-500-giorni-insieme-132934(500) Days of Summer (Usa, 2009) di Marc Webb, con Joseph Gordon-Levitt, Zooey Deschanel, Geoffrey Arend, Chloe Moretz, Clark Gregg

Il voto di Paolino è… 7/8

Pubblicata anche su Trailersland.com

Tom (Joseph Gordon-Levitt) è un giovane ragazzo laureato in architettura che sogna la svolta nella vita ma nel frattempo si occupa di scrivere frasi poetiche per i biglietti di auguri. Un giorno in ufficio spunta Sole (Zooey Deschanel), e sarà colpo di fulmine. E’ il giorno 1. Da lì in poi ne passeranno altri 499 durante i quali il rapporto tra i due giovani ragazzi prenderà pieghe inaspettate, talvolta piacevoli talvolta meno, come in ogni tormentata storia d’amore che si rispetti. Solo che questa è suon di musica!

Parte già benissimo la commedia americana più sorprendente dell’anno, con una dedica iniziale che colpisce nel segno e fa presagire il tono spigliato della narrazione. 500 giorni insieme riconcilia col romantico genere “boy meets girl” mettendo in scena, con un brio, una freschezza ed un’originalità visiva coinvolgenti, un classico tira e molla tra post-adolescenti trendy (nel look, nei gusti, anche se poi vanno da Ikea…) ma dal cuore d’oro e sognatori nello spirito inscrivendolo però in scenari e situazioni poetiche per nulla mielose. La struttura messa in piedi dal regista Marc Webb è intrigante: un continuo andirivieni temporale, un frenetico andare avanti e indietro nel tempo durante quei 500 giorni al quale ci si presta volentieri grazie ad un “counter” che prima di ogni scena ci mostra in che punto della storia ci troviamo. La sceneggiatura è una delle più brillanti delle ultime stagioni, semplice ma efficace, con battute sempre azzeccate, mai una caduta di tono ed inserti geniali: come non citare la scena musical della quale è protagonista Tom appena dopo aver fatto l’amore per la prima volta con Sole, o la meravigliosa rivisitazione dei drammi in bianco e nero in cui si trova catapultato quasi per magia quando le cose iniziano ad andare male. Tutte situazione che hanno contribuito a rendermi finalmente simpatico Joseph Gordon-Levitt (Miracolo a Sant’Anna, G.I. Joe), un attore che fino ad oggi, senza essere né carne né pesce, non mi aveva mai convinto ma che in questa prova mostra una spigliatezza invidiabile.

500 giorni insieme si basa su elementi non certo originali, ma capisce che il segreto è il mix, la loro unione in modi mai visti prima. Lo stratagemma dello “spezzettamento” del racconto poi evita il calo fisiologico del ritmo a cui i film sentimentali sono sempre sottoposti nei loro pre-finali, quando fa capolino la “crisi” e ci si prepara alla risoluzione, positiva o negativa che sia. Proprio un colpo di scena incomprensibile e forzato verso la fine può far storcere un po’ il naso, ma è una colpa lieve che non intacca la gioia e la serenità che il film trasmette dall’inizio alla fine.

In sala da venerdì 27 novembre. Segue il trailer.

Read the rest of this entry »

CARTEL 01Los abrazos rotos (Spagna, 2009) di Pedro Almodovar, con Penelope Cruz, Lluis Homar, Bianca Portillo, José Luis Gomez, Tamar Novas

Il voto di Paolino è… 7½

Mateo Blanco (Lluis Homar) è stato un grande maestro del cinema. I suoi film venivano osannati, le star facevano la fila per lavorare con lui. Purtroppo, un incidente lo ha reso cieco, e oggi tira a campare scrivendo sceneggiature con lo pseudonimo di Harry Caine, assistito dalla sua storica collaboratrice Judit e dal figlio di lei, aspirante scrittore, Diego. Un giorno si presenta alla sua porta un ragazzo dall’inquietante aspetto (straordinariamente simile al bieco Javier Bardem di Non è un paese per vecchi) nonché aspirante regista che chiede di poter scrivere un copione assieme al maestro Blanco. In realtà quella richiesta cela una verità ben più grande, che Mateo ha cercato in tutti i modi di dimenticare ma che sarà costretto a riportare alla luce. Perchè Lena (Penelope Cruz), la donna che più di tutte ha sconvolto la sua vita, tornerà prepotentemente a farsi viva nei suoi ricordi.

Presentato in concorso al Festival di Cannes lo scorso maggio, Gli abbracci spezzati ha raccolto meno plausi di quanti sia solito riceverne il sempre affidabile Pedro Almodovar. Forse perchè alla fine della visione ci si rende conto di aver visto un film inusuale per il regista spagnolo, meno sentimentale e più misterioso, indecifrabile: sostanzialmente un melodramma tinto di noir, che si sviluppa su due piani temporali ed immerge lo spettatore in un vortice di passione e ossessione che trova sfogo nel liberatorio finale. Gli abbracci spezzati, poi, è anche un giallo. Un giallo la cui vittima però è assolutamente inaspettata. La vittima è il cinema. Il cinema stesso. La pellicola che il protagonista della storia, Blanco, stava girando all’epoca dell’incidente che gli procurò il suo grave handicap  (un film nel film che rimanda chiaramente, per temi e colori, a Donne sull’orlo di una crisi di nervi)  diventerà l’oggetto del contendere, il bersaglio designato per un gioco di rabbia e vendetta destinato fin da subito a non finire come preventivato. Almodovar gioca sul terreno che gli è più familiare, lasciandosi andare a citazioni e artifici narrativi degni del grande cineasta che è, ma rischiando anche, nella parte finale, di risultare un po’ troppo schematico e poco incisivo.

Un film molto meno giocato del solito sul punto di vista femminile, checché ne dica lo straziante volto di Penelope Cruz sulla locandina, che anzi rivolge maggiormente la propria attenzione ai suoi protagonisti maschili, a cominciare dal regista non vedente, interpretato magnificamente da Lluis Homar, per finire con il magnate dell’industria Ernesto Matel, l’uomo che gli renderà la vita un inferno. Un film che si concede anche, a sorpresa, qualche esilarante sprazzo comico, complici dei filmini muti da interpretare seguendo i movimenti delle labbra delle persone riprese.

Almodovar confeziona un magistrale vortice di immagini e parole che ammalia ed appassiona, ridando finalmente dignità al mezzo espressivo con il quale da anni regala al pubblico piccoli grandi gioielli come questo.

In sala da venerdì 13 novembre. Segue il breve teaser trailer.

Read the rest of this entry »


© 2007 Paolino's Life | Web Hosting by Shellrent.com | Powered by Wordpress