Wrath of the Titans (Usa, 2012) di Jonathan Liebesman, con Sam Worthington, Liam Neeson, Ralph Fiennes, Edgar Ramirez, Toby Kebbell, Rosamund Pike, Bill Nighy, Danny Huston, John Bell, Lily James

Il voto di Paolino è… 4

Dieci anni dopo gli eventi narrati in Scontro tra titani, Perseo (Sam Worthington) è rimasto vedovo con un figlio a cui badare e una vita umana da portare avanti. Ma quando il padre Zeus (Liam Neeson) viene fatto prigioniero dal fratello Ade (Ralph Fiennes) e dal figlio Ares (Edgar Ramirez) all’interno del monte Tartaro, Perseo è costretto a rimontare in groppa a Pegaso e a dirigersi alla volta degli Inferi per scongiurare il ritorno sulla Terra del padre di tutti gli dei, Chronos, la venuta del quale provocherebbe la fine del mondo.

L’AVETE MAI SENTITA QUESTA? Ci sono due inglesi, un australiano, un venezuelano e un italiano… No, non è l’inizio di una barzelletta sconcia, ma è il cast “variegato” di questo evitabile sequel di Scontro tra titani, che tra le polemiche (soprattutto legate al fattore 3D) era uscito con buon successo esattamente due anni fa. In effetti, se ricordate, quel film era stato il primo, eclatante caso di “3D fasullo“: era dunque lecito aspettarsi dal seguito una rivincita almeno sotto questo punto di vista. Invece niente, anche La furia dei titani è frutto di una riconversione postuma e malfatta. Evidentemente la lezione non era servita (ma quale lezione poi? Se il successo arriverà anche stavolta significa che i produttori furbacchiotti hanno ragione)

LA GENESI DI UN SEQUEL. Leggo su “Empire” di marzo, dall’intervista a uno dei realizzatori del film: “Il reparto marketing della Warner ci disse «Dateci un mostro più grande del Kraken»”. E così ecco Chronos“. La sceneggiatura? Un optional.

UN ATTORE TRISTE. Danny Huston torna anche in questo secondo film nei panni di Poseidone. Nel primo c’era ma praticamente non si vedeva, perché la sua parte era stata completamente tagliata al montaggio. Ora, Huston non è certo un dio della recitazione ma il suo nome qualcosina conta e difatti stavolta ha preteso la sua scena madre e un’uscita di scena dedicata e strappalacrime. Almeno sulla carta…

HO IL MUTUO, NON GIUDICATEMI. Ralph Fiennes si vergogna come un cane delle parole che gli tocca pronunciare, e si vede. Liam Neeson invece ormai è ovunque e ha deciso di diventare il nuovo Nicolas Cage (cit. @gniola)

IO QUESTO FILM L’HO GIA’ VISTO. Perché ad un certo punto succede l’incredibile: La furia dei titani diventa Il Signore degli Anelli! Zeus da Grigio diventa Bianco, Ade diventa Saruman e Chronos, beh, è uguale spiccicato a Sauron.

SONO UN DIO, NON CE LA FACCIOIl film, veloce, scappa via tra una cavolata e l’altra, da un semidio che non riesce a liberarsi da una trappoletta fatta di rametti secchi del diametro di non più di 3 centimetri, al gigantesco Chronos che anziché spazzare un esercito di inermi umani con una semplice manata infuocata decide di temporeggiare per vedere com’è il tempo aspettando che Perseo lo colpisca con l’unica arma che lo può sconfiggere. Aggiungeteci delle scelte di casting infauste (il pacioccoso Edgar Ramirez – chi cazz’è? – chiamato a reggere sulle sue spalle un ruolo troppo grosso come quello del traditore Ares) e scene confuse e trascinate via con poca credibilità come quella tra Perseo e il Minotauro nel labirinto.

CAVE CANEM. Dulcis in fundo: ci sono anche dei ciclopi ridicoli che parlano un idioma tutto loro che ovviamente non è stato doppiato. Ecco, forse gli americani non se ne sono accorti ma quell’accozzaglia di suoni per loro insignificanti, produce ad un certo punto una chiarissima e ben assestata italica bestemmia.

maggio 13th, 2010ROBIN HOOD

robinRobin Hood (Usa/UK, 2010) di Ridley Scott, con Russell Crowe, Cate Blanchett, Mark Strong, Max von Sydow, William Hurt, Mard Addy, Kevin Durand, Oscar Isaac, Danny Huston, Eileen Atkins, Matthew Macfayden, Scott Grimes

Il voto di Paolino è… 6-

Robert Longstride (Russell Crowe) è un coraggioso e spavaldo arciere che sta combattendo a fianco di un ormai stanco Re Riccardo Cuor di Leone (Danny Huston) durante le Crociate. Sulla strada di ritorno verso l’Inghilterra Riccardo viene ucciso in battaglia (sé, e io sono Sbirulino) e il suo esercito si sparpaglia andando ognuno per la sua strada. Longstride e i suoi compari si imbattono per strada nel nugolo di soldati incaricati di riportare al castello la corona del re defunto e appena sorpresi da un’imboscata. E’ qui che Longstride concede una promessa solenne ad un uomo in punto di morte di nome Sir Loxley: quella di riportare a Nottingham, dal suo amato padre, la preziosa spada con cui ha combattuto. Robert mantiene la promessa e una volta giunto a Nottingham, su esplicita richiesta del padre di Loxley (Max von Sydow) assume l’identità del figlio morto per tentare di risanare i conti di un paese sull’orlo del declino per colpa del nuovo re, Giovanni (Oscar Isaac). La vedova del vero Loxley, Marion (Cate Blanchett), da subito contraria all’idea di dividere la sua casa con un estraneo, alla fine dovrà riconoscerne il valore. E Longstride, ora noto con il soprannome di Robin Hood, non si accontenterà di riportare speranza a Nottingham ma si impegnerà per ridarla a tutta l’Inghilterra.

La domanda è una e una sola: ma perchè? Perchè rifare Robin Hood quando quello con Kevin Costner poteva bastare per altri sette o otto lustri? Perchè farlo fare a Russell Crowe che più che all’inizio di una vita da fuorilegge (il film narra le origini del personaggio) pare piuttosto al capolinea? E soprattutto perchè Ridley Scott si sta così adagiando sugli allori e ha messo da parte la creatività e l’inventiva che l’hanno fatto grande? Robin Hood è un filmone per l’imponenza della realizzazione, per la durata, per il budget (230 milioni su per giù), per il cast: ma sotto sotto è un filmetto, che non ha nulla da dire e che non si prende alcun rischio, neanche il benché minimo.

Ci sono tutti: c’è fra Tuck (Mark Addy), c’è Little John (Kevin Durand), c’è lo sceriffo di Nottingham (Matthew Macfayden). Ciò che manca è un’idea precisa che valesse lo sforzo di riportarli tutti su grande schermo. Oltre e più che al Gladiatore, al quale tanti giornalisti banalmente l’hanno paragonato, Robin Hood assomiglia ad un altro recente film di Ridley Scott, Le crociate, e non solo per il periodo storico in cui è ambientato ma soprattutto per il tentativo di contestualizzare (stravolgendo anche la verità storica) miti e leggende rendendole veritiere. Troppo poco, stavolta. Il film è girato bene (vorrei anche vedere…), supportato da attori più e meno convinti, piuttosto scricchiolante in sede di sceneggiatura (con qualche doppio senso da oratorio davvero penoso) e ha solo due/tre scene davvero belle. Ma in generale si trascina piuttosto a rilento e non stupisce mai una sola volta.

Segue il trailer. Continua a leggere questo post »

aprile 16th, 2010SCONTRO TRA TITANI

scontrotratitaniClash of the Titans (Usa/UK, 2010) di Louis Leterrier, con Sam Worthington, Liam Neeson, Ralph Fiennes, Gemma Arterton, Jason Flemyng, Alexa Davalos, Mads Mikkelsen, Luke Evans, Hans Matheson, Nicholas Hoult, Pete Postlethwaite, Danny Huston

Il voto di Paolino è… 5-

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Perseo (Sam Worthington), semidio figlio di Zeus ma inconsapevole di esserlo, è cresciuto in una modesta famiglia di pescatori. Quando i genitori e la sorellina vengono uccisi, senza averne colpa, per mano di Ade, re degli Inferi (Ralph Fiennes), Perseo si ritrova catapultato in una guerra tra uomini e dei e si metterà a capo di una spedizione suicida che avrà il compito di trovare il modo di uccidere il mostruoso Kraken, creatura gigantesca che Ade scatenerà per distruggere la città di Argo e dare una lezione al popolo umano.

Consiglio: se volete girare un film mitologico, con gli dei, i mostri giganti e tutto il cucuzzaro, le opzioni sono due: o vi buttate sull’epicità maestosa, con musiche faraoniche e una forte potenza visiva (era anche un po’ il segreto de Il signore degli anelli) o scegliete la via della tamarraggine più assurda (e quindi impera 300). Scontro tra titani non è nessuna di queste due cose, non è né carne né pesce, non riesce ad essere nulla. E’ un film senz’anima, prima ancora che senza ossatura. Avere per le mani un tale materiale, dalle potenzialità praticamente infinite che avrebbe potuto dar vita a 700 sequel senza mai stancare, e sprecarlo in un filmetto scialbo e privo di qualsivoglia mordente è un peccato quasi mortale. Louis Leterrier aveva saputo risollevare il franchise di Hulk puntando proprio sull’action, sugli effetti speciali e sul totale divertimento scacciapensieri. In Scontro tra titani purtroppo pare quasi vergognarsi di dover legare tra loro le varie scene d’azione (prima gli scorpioni, poi Medusa, poi il Kraken) con dei dialoghi anche solo lontanamente credibili. E pensare che il risultato avrebbe potuto portare anche ad un discorso interessante sul ruolo della religione, di qualsiasi tipo di religione, nella vita moderna come in quella antica. Il tutto viene purtroppo buttato in caciara, con un piede in una scarpa (“Gli dei traggono forza dalla debolezza degli uomini”, dice Ade) e uno nell’altra (è l’intervento divino di Zeus ad aiutare Perseo nel compimento della sua impresa).

Come previsto il 3D non esiste se non nella prima sequenza animata, probabilmente appositamente creata dopo la decisione di riconvertire il film, e vi consiglio quindi caldamente la visione in 2D se proprio non potete perdervelo. E l’impressione è anche che la pellicola abbia subito pesantissimi tagli in sala di montaggio: non si spiegherebbe altrimenti l’ingaggio di un attore piuttosto noto come Danny Huston per il ruolo di Poseidone per farlo poi apparire solamente una volta, sullo sfondo e con una sola battuta a carico. Per portare avanti la trama e far arrivare il protagonista solo contro il Kraken nel finale, la sceneggiatura dà vita poi ad un’insensatissima morìa di protagonisti, molte morti delle quali totalmente insensate, durante lo scontro con Medusa (tra l’altro, una creatura digitale che sembra essere nata da una tecnologia vecchia di almeno dieci anni).

Anche il cast è molto deludente: Sam Worthington pare fare notevoli passi indietro non soltanto rispetto ad Avatar ma anche a Terminator: Salvation. E se Liam Neeson e Ralph Fiennes ci mettono la tecnica e nulla più, le presenze femminili, come sempre in film di questo genere, ne escono totalmente sottosfruttate e in definitiva piuttosto inutili.

Segue il trailer.

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marzo 23rd, 2010FUORI CONTROLLO

edgeofdarknessEdge of Darkness (Usa/UK, 2010) di Martin Campbell, con Mel Gibson, Ray Winstone, Danny Huston, Bojana Novakovic, Jay O. Sanders

Il voto di Paolino è… 6½

Thomas Craven (Mel Gibson) è un detective con trent’anni o anche più di onorata carriera alle spalle. Vedovo, Thomas ha una figlia che non vede mai e che rientra in città per fargli apparentemente una semplice visita. Peccato che appena arriva in casa qualcuno pensi bene di ammazzarla sull’uscio. Craven, che non è certo uno che le manda a dire, non avrà pace finché non scoprirà cosa c’è dietro la morte della figlia e finché giustizia non sarà fatta.

Ecco un tipo di cinema che non morirà mai, e a noi sta pure bene che non muoia. Le figure alla “Giustiziere della notte” stimolano sempre la fantasia e la goduria del pubblico, che vede in questa sorte di eroi senz’altro superpotere che la propria determinazione una sorta di riscatto e di rivincita verso tutte quelle persone che gli hanno reso la vita impossibile. Anche se, come in questo caso, sono eroi che tirano avanti a gingerino (!). Scrupolosa dev’essere quindi la scelta dell’attore, che deve poter alternare dolci scene domestiche, tesi colloqui e spietati combattimenti corpo a corpo senza risultare mai poco credibile. Plaudiamo per questo al ritorno sulle scene di Mel Gibson sei anni dopo il suo ultimo film da attore (Signs) e con in mezzo un paio di regie che in ogni caso ne hanno fatto sempre leggermente (eufemismo) parlare.

Il film E’ Mel Gibson. Che, sia chiaro, non fornisce neanche questa gran prestazione, ci mette il mestiere e chi s’è visto s’è visto. Ma cazzo se fa tifare per lui. L’inizio del film è incerto, si capisce subito che non era lui l’obiettivo del killer ma era la figlia sin dal principio (e la sceneggiatura questa cosa la svela solo a metà film, punto nettamente a sfavore) ma da un certo punto in poi si riprende grazie anche alla partecipazione di numerosi buoni caratteristi che creano duetti ad alta tensione e poi finiscono in ogni caso tutti morti ammazzati neanche fosse uno sparatutto. Due parole merita anche il regista Martin Campbell, che la materia la conosceva bene visto che era sua anche la regia della miniserie inglese da cui il film è tratto: seppur da molti Fuori controllo sia stato definito scialbetto (ed in effetti non è certo un capostipite del genere m’ammazzi la figlia? mo’ t’ammazzo io), la regia è sempre puntuale, mai banale e con un utilizzo magistrale della fotografia e degli spazi. Campbell in passato è riuscito a rivitalizzare generi creduti ormai defunti, prima con La maschera di Zorro, poi con lo splendido Casino Royale. Forse è giunto il momento di dargli l’attenzione che merita, e infatti per lui ora arriva il suo primo cine-comic, Lanterna Verde con Ryan Reynolds.

Fuori controllo è piacevolmente esagerato, fin dall’inizio quando la figlia di Gibson viene uccisa sul pianerottolo di casa con una specie di bazooka nucleare fotonico anzichè con un semplice doppio colpo di pistola. Vengono tirati in ballo senatori, multinazionali, esperimenti di ogni tipo. Ed il tutto è così nero e pessimista, finale compreso, che non può non mettere d’accordo pur nella sua semplicità, classicità, anche banalità.

Segue il trailer.

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novembre 11th, 2009TOTW: SCONTRO TRA TITANI

Non so perchè, ma fin da quando è entrato in produzione questo progetto epico/fantasy/action mi ha attirato molto. Sarà che ho sempre trovato affascinante la mitologia, o che il cast che è andato a formarsi col tempo, e che vi illustro più in basso, è davvero interessante. In ogni caso Scontro tra Titani è una reinterpretazione di un film del 1981 con Laurence Olivier e Ursula Andress ad opera stavolta di Louis Leterrier (L’incredibile Hulk). Nel film Perseo (il neo-divo Sam Worthington di Terminator: Salvation e Avatar), nato dio ma cresciuto uomo, perde la propria famiglia per mano del dio degli inferi Ade (Ralph Fiennes!! e già qua acquolina a non finire!). Decide così di unire le proprie forze a quelle di Zeus (Liam Neeson) per sconfiggere la divinità che gli ha tolto le persone che amava. E via a combattimenti con demoni, mostri, creature di ogni sorta, meduse e chi più ne ha…

Oltre ai tre attori sopracitati, da sottolineare la presenza nel cast di Danny Huston (X-Men: Wolverine) nei panni di Poseidone e di Gemma Arterton in quelli della gnocca. Il teaser trailer appena uscito è un minuto di pura visionarietà alla 300 sottolineata da una colonna sonora molto rock. Funzionerà?

Uscita americana l’ultima settimana di marzo, da noi 7 giorni dopo.

How to Lose Friends & Alienate People (Gran Bretagna, 2009) di Robert B. Weide, con Simon Pegg, Kirsten Dunst, Danny Huston, Gillian Anderson, Megan Fox, Thandie Newton, Jeff Bridges

Il voto di Paolino è… 7

Sidney Young (Simon Pegg) è volgare, zotico, sbruffone, improponibile, imbarazzante. E inglese. Dirige una rivistucola casalinga con uno staff di decerebrati sulla vita e le manie delle star, che lui cerca di agguantare in ogni modo possibile. D’un tratto, dopo l’ennesima figuraccia, arriva una telefonata inaspettata (nonchè l’episodio più assurdo del film, anche se pare sia una storia vera, tratta da un libro autobiografico): all’altro capo della cornetta, da New York, c’è Clayton Harding (Jeff Bridges) il potentissimo direttore della rivista di moda e gossip “Sharps” (che altri non sarebbe che il “Vanity Fair” americano…), che lo reclama negli Stati Uniti per dargli un lavoro nella sua redazione. Credendo di aver appena aperto il forziere dorato, Sidney si precipiterà in questo nuovo mondo, pensando di fare subito faville: in realtà dovrà fare i conti con un’America inaspettata, fatta di leccapiedi senza ritegno, star senza talento e PR troppo pressanti.

Finalmente in sala questa stralunata commedia inglese che mira a satireggiare sul mondo del finto giornalismo celebrativo e dei finti giornalisti che in realtà si limitano a mitizzare personaggi sconosciuti o privi di qualsiasi interesse. Inutile dire che il punto di forza della pellicola non sta certo in una regia solo poco più che funzionale al racconto, ma nell’incommensurabile interpretazione di Simon Pegg, un attore straordinario che riesce ad essere, nel giro di poche inquadrature: antipatico, sornione, sbruffone, lunatico, sfrontato, imbarazzato, costernato e chi più ne ha più ne metta! In assoluto la sua miglior prova fin’ora, dopo i pur encomiabili Hot Fuzz e L’alba dei morti dementi. Intorno a lui una serie di comprimari di lusso davvero in gran forma, dal già citato Jeff Bridges alla Kirsten Dunst di Spider-Man nei panni di un’insicura e fragile collega di Sidney, mentre il prezzemolino Danny Huston interpreta il responsabile della rubrica giornalistica e Megan Fox fa la svampita starlette in ascesa. Plauso d’onore a Gillian Anderson che scopriamo stupefacente in un ruolo brillante come non gliene erano mai stati affidati.

Tra continue citazioni (La dolce vita di Fellini è un po’ il fil rouge della storia) e situazioni paradossali, il film diverte e dimostra ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, la supponenza immotivata con cui gli americani guardano da tempi immemori ai loro cugini inglesi.

Segue il trailer.

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aprile 29th, 2009X-MEN LE ORIGINI: WOLVERINE

X-Men Origins: Wolverine (Usa, 2009) di Gavin Hood, con Hugh Jackman, Liev Schreiber, Danny Huston, Lynn Collins, Kevin Durand, Dominic Monaghan, Ryan Reynolds, Taylor Kitsch

Il voto di Paolino è… 6-

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John Logan è un mutante a tutti gli effetti, con quei suoi strani artigli, e lo è anche il fratello Victor. Insieme hanno vissuto un’infanzia travagliata e si sono arruolati nell’esercito, combattendo in battaglie cruciali come lo sbarco in Normandia. Un giorno vengono contattati dall’esercito, che vuole addestrare persone dalle abilità straordinarie come loro per utilizzarli come armi invincibili, ma il cambiamento di alcune carte in tavola costringe John ad isolarsi nel Canada più sperduto conducendo un’esistenza da taglialegna e vivendo con la donna che ama. Fino a quando il suo istinto animalesco non verrà violentemente riattivato…

Quando alla regia di un potenziale blockbuster tutto azione ed effetti speciali viene piazzato un novellino miracolato, il timore è sempre grande. Ci sono caduti I fantastici quattro, c’è caduto Daredevil, ecc. Gavin Hood è sudafricano (ma ha studiato cinema all’Università della California), ha vinto un Oscar per il miglior film straniero (Il mio nome è Tsotsi) e ad Hollywood ha diretto Rendition – Detenzione illegale. Quando Hugh Jackman l’ha cercato per Wolverine è stato il primo ad esserne sorpreso, ma voglio mettervi subito l’anima in pace: non è assolutamente lui la pecca maggiore del film. La regia di Hood è rozza, non ha stile, classica se vogliamo ma adatta al personaggio che racconta. Le scene d’azione sono oneste ed avvincenti al punto giusto. Se c’è qualcosa che non va in questa prima storia sulle origini degli X-Men è la sceneggiatura di David Benioff (La 25a ora, Troy) e Skip Woods (Codice: Swordfish, Hitman), che per cercare di far entrare nella storyline il maggior numero di mutanti, avvenimenti e colpi di scena possibili si lascia andare a raccordi ridicoli, espedienti forzati, risvolti quasi comici (l’unico modo di uccidere Wolverine sono i proiettili di adamantio, ma i ricercatori se ne “ricordano” solo ad un certo punto…) e situazioni che si mantengono estremamente in bilico sul filo del ridicolo, anche se senza mai caderci. Il film prosegue a spizzichi e bocconi, ad episodi, per non dire a siparietti nel caso dell’incontro di boxe con il ciccione Blob, mentre in altri momenti è più efficace, come nell’incontro e successivo scontro con Gambit. Tra alti e bassi si giunge ad una conclusione ricca di (troppi) colpi di scena.

Sul fronte personaggi, funziona bene Hugh Jackman nei panni che l’hanno reso famoso, pur cambiando umore un po’ troppo velocemente in vari punti della pellicola, e anche Liev Schreiber in quelli del fratello/nemico Victor Creed non sfigura, anche se il suo ruolo meritava una scrittura decisamente migliore. Ryan Reynolds nel ruolo di Wade Wilson/Deadpool (una star che si presta ad un ruolo secondario puzza molto di spin-off già contrattualizzato) è il comprimario più interessante assieme al suddetto Gambit di Taylor Kitsch, mentre Danny Huston dona al colonnello William Stryker (già interpretato da Brian Cox in X-Men 2) la giusta ambiguità e il dovuto distacco.

Segue il trailer.

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gennaio 1st, 200830 GIORNI DI BUIO

30 Days of Night (Usa, 2007) di David Slade, con Josh Hartnett, Melissa George, Danny Huston, Ben Foster

Il voto di Paolino è… 6+

In Alaska una cittadina sperduta è costretta ad affrontare ogni anno un tremendo mese in cui la luce del Sole viene completamente dimenticata per lasciare campo libero al buio e alle tenebre. Molti paesani preferiscono partire prima dell’arrivo dei fatidici ’30 giorni di buio’, ma lo sceriffo Eben Oleson (Josh Hartnett) e un piccolo manipolo di coraggiosi resta a presidiare la città. Purtroppo dovranno però affrontare un invasione di tremendi e famelici vampiri assetati di sangue e vendetta (tra l’altro molto più credibili dei loro pseudo-cugini di Io sono leggenda, che avrebbero dovuto essere come questi).

David Slade dirige un horror tosto, veloce e politically uncorrect (non ci viene risparmiata la bambina vampira che avrà la fine che si merita…), coadiuvato da un buon cool cast con a capo un Josh Hartnett sempre più somigliante a John Wayne… Regia funzionale, atmosfere perfette (dovute anche al fatto che il film viene da una graphic novel) e colonna sonora bombardante.


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