giugno 11th, 2010THE HOLE

Tthehole_09he Hole (Usa, 2009) di Joe Dante, con Chris Massoglia, Teri Polo, Haley Bennett, Nathan Gamble, Bruce Dern

Il voto di Paolino è… 6½

Dane e Lucas sono due fratelli che da anni, con la madre, sono costretti a traslocare di città in città, di casa in casa, per sfuggire ad un passato che non vogliono ricordare. Giunti in una villetta a Bensonville, scoprono nel seminterrato della loro abitazione una botola apparentemente senza fondo. Anche la vicina di casa Julie, incuriosita (e attratta dal giovane Dane) si unisce a loro per cercare di capire dove possa portare quell’infinito buco. Intanto però creature inquietanti e vecchi incubi si fanno vivi per popolare gli incubi – e non solo – dei tre giovani protagonisti.

Noi a Joe Dante vogliamo bene. No? Non ha fatto mai nulla di male al cinema. Anzi, diciamo che si è distinto con prodottini per ragazzi che bene o male tutti ricordano, da Piranha a Gremlins passando per Small Soldiers, dotati di una dose di umorismo e spensieratezza mica da ridere. E’ con lo stesso piglio che è tornato al “family horror”, stavolta in 3D, con The Hole, nel quale però purtroppo manca quel gusto per il dileggio, quella satira nascosta, quel cinismo di fondo che più di una volta facevano capolino nei suoi lavori precedenti.

The Hole se vogliamo potrebbe sembrare tranquillamente una puntata allungata dei mai compianti volumetti della serie Piccoli Brividi che da ragazzini tutti leggevamo, con una componente adolescenziale più marcata, che immerge appieno le mani nelle prime pulsioni ormonali dei protagonisti Dane e Julie. E’ anche sotto questo aspetto che il film di Joe Dante (che dopo essere stato presentato quasi un anno fa alla Mostra di Venezia siamo il primo Paese al mondo, USA compresi, a distribuire in sala: misteri sul perchè…) regala alcuni frammenti impietosi ma brillanti sugli adolescenti di oggi, vedi l’ossessione maniacale di Dane per i suoi capelli, che si sistema più volte ogni qualvolta sta per incontrare la bionda e provocante vicina.

A Joe Dante noi vogliamo bene perchè continua, con il suo cinema giocoso, brillante e spensieratamente ingenuo (ricordo anche l’ottimo Looney Tunes: Back in Action con Brendan Fraser di qualche anno fa) ad essere il primo a non prendere sul serio la fabbrica dei sogni e a regalarci spesso piccole perle da incorniciare. Forse The Hole non è il suo film più riuscito ma è onesto e divertente, senza altre pretese che quelle di mettere a disposizione un genere “adulto” anche ai più piccoli e alle famiglie, per poi riderne a tavola il giorno dopo.

Segue il trailer.

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maggio 26th, 2010Anteprima: THE ROAD

theroadThe Road (Usa, 2009) di John Hillcoat, con Viggo Mortensen, Kodi Smit-McPhee, Charlize Theron, Robert Duvall, Guy Pearce, Molly Parker

Il voto di Paolino è… 7

Pubblicata da me anche su Trailersland.com

In un’epoca imprecisata, ma in un futuro ben più prossimo di quanto possiamo pensare, il mondo risulta praticamente morto in seguito ad una non meglio precisata catastrofe. Tra le strade arse e deserte, senza più energia elettrica o vegetazione, ancora circolano sparuti gruppi di persone alla costante ricerca di acqua, di vecchio cibo in scatola e di un riparo. Tra loro un padre (Viggo Mortensen, Il Signore degli Anelli, A History of Violence) e un figlio (Kodi Smit-McPhee) cercano di raggiungere l’oceano camminando verso sud in un estremo tentativo di sopravvivenza, ma la fame li attanaglia e i pericoli sono costantemente in agguato a causa di umani che il cataclisma ha reso folli, pronti a tutto e, persino, cannibali.

Tratto dal romanzo di Cormac McCarthy (lo stesso autore di Non è un paese per vecchi) vincitore del Premio Pulitzer nel 2007, The Road riesce a ricreare sul grande schermo una convincente America post-apocalittica piena di insidie e di paure, la cui polvere, l’umidità, lo sporco e l’aria pesante traspaiono distintamente attorno ai due protagonisti del film. Protagonisti soli contro il mondo, baluardi del vero tema portante del film, ovvero un toccante rapporto padre-figlio fatto di totale fiducia, di lucidità anche nella più estrema delle situazioni, e di amore assoluto. Il genitore, ovviamente protettivo nei confronti del piccolo, non manca però di considerarlo ben più maturo della sua età vista l’esperienza che sta attraversando, senza cercare quindi di nasconderlo alla vista dei cadaveri imputriditi dai vermi e insegnandoli addirittura, in un momento di grande tensione, quale sarà il modo giusto per suicidarsi in caso dovesse rimanere solo al mondo. Il viaggio dei due sulla loro Strada è come suddiviso in capitoli, in atti: il pericolo, con le orde di sopravvissuti assetati di carne umana; l’orrore, quando i due troveranno un vero e proprio macello di loro simili ancora in vita; la speranza, grazie ad un magazzino sotterraneo che per un po’ riporterà il sorriso sui loro consunti volti; la compassione, con l’emozionante e commovente Robert Duvall nei panni di un vecchio la cui speranza è ancora forte; la dura realtà della guerra, quando verso il finale il padre dovrà compiere una scelta di vendetta impopolare ma a suo parere dovuta. Il tutto intervallato, ed è questo il tasto più dolente della pellicola, da continui flashback dedicati al loro passato, a quando il nucleo familiare era completato dalla madre Charlize Theron, la quale, pur dando al suo personaggio una connotazione interessante e sofferta, non giustifica le inutili interruzioni del racconto che, oltre a smorzare la tensione, erano anche quasi del tutto assenti nel testo di McCarthy. A conti fatti, se il suo personaggio fosse stato completamente tagliato, il film ne avrebbe giovato non poco.

La trasposizione in fin dei conti funziona soprattutto grazie all’intelligente sceneggiatura di Joe Penhall (L’amore fatale), mentre la regia di John Hillcoat (autore dell’interessante western postmoderno La proposta con Guy Pearce, che proprio in The Road ha un cameo finale) lascia coscientemente che a parlare al pubblico siano le tristi immagini di un mondo ormai incenerito. La clamorosa interpretazione di Viggo Mortensen, infine, è da pelle d’oca. E’ un’ingiustizia che la “stagione dei premi” non gli abbia tributato il giusto onore. Debole invece la performance del piccolo Smit-McPhee, un vero peccato.

In sala da venerdì 28 maggio. Segue il trailer.

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aprile 19th, 2010CELLA 211

celda211Celda 211 (Spagna/Francia, 2009) di Daniel Monzon, con Alberto Ammann, Luis Tosar, Carlos Bardem, Marta Etura, Antonio Resines

Il voto di Paolino è… 8

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Juan Oliver (Antonio Ammann) è un giovane ragazzo spagnolo che ha appena ottenuto un impiego da secondino in un carcere. Per prendere confidenza con il luogo decide di presentarsi sul posto il giorno prima di prendere effettivamente servizio. Pessima scelta, perchè proprio quel giorno scoppia una rivolta dei detenuti e per un triste scherzo del destino Juan si ritrova bloccato nel braccio di massima sicurezza circondato da pazzi e assassini che lo credono uno come loro appena arrivato. Dovrà cercare di rendersi credibile come criminale ai loro occhi e di non fare scoprire la sua vera identità, in attesa che la rivolta sia sedata.

E’ uscito nelle sale italiane uno dei film più osannati della scorsa Mostra di Venezia, nonché vincitore di 8 premi Goya (i riconoscimenti del cinema spagnolo) dove ha battuto anche i più strombazzati Agorà di Amenabar e persino Il segreto dei suoi occhi, a cui l’Academy ha invece assegnato poche settimane fa l’Oscar come miglior film straniero. Il semidebuttante Daniel Monzon entra così di diritto nel novero dei nuovi cineasti spagnoli da seguire e amare (da Balaguerò a Bayona, da De La Iglesia al già citato Amenabar), grazie a questa solidissima e tesa prova che tiene letteralmente col fiato sospeso per tutta la sua durata. Cella 211, dal nome della stanza da cui la disavventura del povero Juan prende il via, travalica il confine del mero genere carcerario per farsi anche dramma umano e sociale. Durante lo svolgimento della storia la sceneggiatura porta a galla anche tematiche molto serie, come i disagi dei detenuti di massima sicurezza e i loro diritti violati, per poi passare grazie ad un autentico script meravigliosamente ad incastro a portare in gioco anche gli affetti familiari del giovane protagonista, con una moglie incinta che entra piano piano nel racconto e ne diventa epicentro.

Un paio di piccole scivolatine poco chiare nella parte centrale si dimenticano in fretta, mentre il film prosegue senza mai un attimo di stanchezza o di tregua verso un finale impietoso. La violenza c’è ma viene dosata e soprattutto controllata, quasi regolarizzata dai detenuti (molti dei quali sono stati interpretati da veri condannati in libertà vigilata grazie alla collaborazione di autorità penitenziarie spagnole), e le interpretazioni dei due protagonisti principali sono trascinanti, vigorose e possenti. Se Luis Tosar nel ruolo di Malamadre, capo della rivolta,  è una garanzia del cinema spagnolo, un attore versatile e massiccio capace di ogni più minuscola sfumatura, stupisce ancor più la prova del giovane Antonio Ammann, praticamente un debuttante (tra l’altro identico a James McAvoy) che letteralmente si trasforma sotto i nostri occhi da impaurito agnellino a temerario leone.

Una storia sporca, dura e provocatoria da vedere assolutamente. Segue il trailer.

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iosonolamore(Italia, 2009) di Luca Guadagnino, con Tilda Swinton, Flavio Parenti, Edoardo Gabbriellini, Alba Rohrwacher, Pippo Delbono, Diane Fleri, Gabriele Ferzetti, Maria Paiato

Il voto di Paolino è… 4

Innanzitutto voglio rispondere subito alla domanda che vi starete ponendo: che ci fa il premio Oscar Tilda Swinton, una delle più brave e richieste attrici americane del momento, in un film italiano diretto da un regista noto giusto per aver portato sul grande schermo quello scempio di Melissa P.? In realtà tra lei e il regista Luca Guadagnino c’è davvero una forte amicizia e stima, nata fin dal 1999 quando lei era ancora pressoché sconosciuta e fu la protagonista del suo documentario The Protagonists. Da allora la collaborazione è continuata fino a questo Io sono l’amore, di cui la Swinton è anche produttrice.

La storia è ambientata nel mondo dell’alta borghesia milanese, dove Emma (Swinton) è la moglie russa del magnate Tancredi Recchi. Insieme portano avanti un rapporto non più tanto appassionato, vivendo nel loro immenso ma freddo palazzo con i tre figli Elisabetta (Alba Rohrwacher), lesbica insicura, Gianluca, cinico e ansioso di seguire le orme del padre, ed Edoardo (Flavio Parenti), giovane idealista che sogna di aprire un ristorante sui colli con l’amico chef poveraccio Antonio (Edoardo Gabbriellini). Proprio quest’ultimo scombussolerà la silenziosa vita di villa Recchi, iniziando con Emma una passionale ma pericolosa relazione.

Il film vorrebbe dire: non crediate che i borghesotti arricchiti non abbiano i loro problemi. Non vedo come tutto ciò potrebbe interessare al pubblico, ma ci starei anche se la pellicola, che vuole muoversi in ambienti sfarzosi ed incantevoli, riuscisse a farlo con la dovuta eleganza. Perchè proprio chi questo è riuscito a farlo egregiamente, Luchino Visconti, è stato tirato in ballo indegnamente come pietra di paragone per questa immane porcata. Guadagnino utilizza la macchina da presa come farebbe vostro nipote al matrimonio di zia Concetta, senza una buona idea, e con accostamenti metaforici arditi (scult una sequenza di sesso all’aperto intervallata dalle api che impollinano i fiori… da brividi!) La Swinton dal canto suo avrà anche creduto fermamente nel progetto (concedendosi anche completamente nuda con le sue non proprio godibili forme all’occhio clinico dell’obbiettivo) ma fa il minimo sindacale e recita alla meno peggio, contorniata da un mucchio di cani, chi più chi meno. E se la forma non è un granchè, ci pensa la trama a peggiorare la situazione, l’ennesima in cui è il cibo a fare da viatico per l’amore e la passione, facendo finire insieme la Swinton e Gabbriellini (oddio!!), una coppia paragonabile per bellezza e credibilità a quella formata da Cristiano Malgioglio e Michelle Pfeiffer. Tra l’altro se bastasse un dolce fatto bene per essere pieni di donne, Vissani non riuscirebbe più a scollarsele di dosso!

Un film falso e ipocrita, un’opera poco più che indegna sottolineata dalle inascoltabili musiche (vagamente hitchcockiane) del debuttante John Adams, nome che mi sa tanto da pseudonimo. Presentato a Venezia Orizzonti, sarà nelle sale da venerdì 19 marzo. Segue il trailer.

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gennaio 20th, 2010A SINGLE MAN

asinglemanA Single Man (Usa, 2009) di Tom Ford, con Colin Firth, Julianne Moore, Nicholas Hoult, Matthew Goode, Ginnifer Goodwin

Il voto di Paolino è… 7½

Anno del Signore 1962, Los Angeles. Il professore universitario George Falconer (Colin Firth) si ritrova improvvisamente solo dopo che il suo ragazzo Jim (Matthew Goode) muore in un incidente stradale mentre era andato a trovare i genitori. Per volere della famiglia del defunto, non gli è neppure concesso di partecipare al funerale dell’uomo – o meglio del ragazzo, vista la notevole differenza di età – con cui aveva passato gli ultimi 16 anni di vita. George entra così in un profondo stato di sopita disperazione che cercherà di affrontare con l’aiuto dell’amica del cuore Charley (Julianne Moore), mentre il suo giovane alunno Kenny (Nicholas Hoult) cercherà di tenergli compagnia ignaro di quello che l’uomo sta passando.

Incredibile opera prima dello stilista americano Tom Ford, A Single Man riesce in un’impresa quantomai stupefacente: parlare di puri e gloriosi sentimenti essendo al contempo sfarzoso e patinato, elegante e virtuoso, retrò ma moderno. Non svela nulla di nuovo il film di Ford, non insegna e non sale in cattedra: racconta solo la storia di un uomo, di un amore straziante finito troppo presto, di una relazione di cui rimane soltanto un passato e non più un futuro. Un film banale nel senso più prezioso del termine: è banale perchè parla di cose banali. Dal bar che ci ricorda il primo incontro con la persona della nostra vita, al cagnolino che per strada ci fa tornare alla mente l’animale domestico che ci teneva compagnia in casa, alla foto che riporta alla luce i lunghi pomeriggi sulla spiaggia. Oggi tutto questo non c’è più, resta soltanto il dubbio su come possa continuare la vita senza di lui. Sempre che sia il caso di continuarla. E se si scegliesse di farla finita, in quale modo? Magistrale in questo senso la scena in cui George cerca di trovare il modo più “elegante” con il quale spararsi un colpo di pistola in bocca, la posizione più consona affinchè il corpo venga sì trovato senza vita ma comunque con una dovuta dignità. A Single Man ritrae un uomo in confusione, che non sa più cosa chiedere alla vita perchè l’unica cosa che voleva gli è stata tolta: e così quando gli si presentano davanti dei ragazzi desiderosi e disponibili con cui potrebbe facilmente dimenticare il suo amato anche solo per un’ora, la sua risposta è un gentile diniego, quasi paternalistico.

Tom Ford utilizza clichè collaudati dal cinema melodrammatico, flashback e ralenti che si soffermano su elementi che lui ritiene imprescindibili, ma con una raffinatezza di sguardo e di linguaggio che incanta, colpisce, spesso spaventa. Calca la mano – anche troppo – sugli squilibri cromatici della fotografia di Eduard Grau e si avvale di una straordinaria colonna sonora firmata dal polacco Abel Korzeniowski, giustamente candidato al Golden Globe e speriamo anche all’Oscar. E se ad infondere classe al film ci pensa anche la splendida e sempre grande Julianne Moore, lascio appositamente per ultima la mia considerazione su Colin Firth, un attore che chi segue i miei commenti sa che ho sempre bistrattato. Ebbene, questa non potrà che essere la prova della vita di Colin Firth. Incredibilmente trasformato e quasi irriconoscibile, Firth si cala mimeticamente nel suo personaggio, gli infonde una gamma straziante di connotazioni che l’attore inglese trasmette quasi impercettibilmente, senza mai calcare la mano neppure laddove si sarebbe potuto fare (penso alla scena del litigio con Charley) restando alla larga dal macchiettismo. Una prova di grandezza assoluta che sarà difficile ripetere.

Piccola curiosità: voglio rendervi partecipi del mio stupore quando ho scoperto che Nicholas Hoult, l’etereo biondino che nel film tenta di sedurre il protagonista spudoratamente anche senza vestiti, altri che non è che il candido bambino che otto anni fa rendeva impossibile la vita a Hugh Grant in About a boy. Pazzesco questo cinema…

Segue il trailer.

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gennaio 11th, 2010[REC] 2

Locandina italiana [Rec] 2[•REC]² (Spagna, 2009) di Jaume Balaguerò, Paco Plaza, con Manuela Velasco, Ferran Terraza, Javier Botet, Pablo Rosso

Il voto di Paolino è… 6½

E’ davvero un’epidemia quella che ha colpito l’edificio in quarantena in quella strada di Barcellona? Così ancora credono all’esterno, e così crede la squadra delle forze speciali che irrompe nel condominio alla ricerca di sopravvissuti, guidata da un uomo che in realtà si rivelerà ben più informato degli altri riguardo alla faccenda. Nel frattempo un gruppo di adolescenti appena fatti sgomberare dal tetto dell’edificio trova il modo di rientrarci per osservare da vicino quello che sta succedendo. Tutti, ovviamente, sono muniti di videocamera…

Presentato, come il primo episodio, alla Mostra di Venezia, il nuovo film di Balaguerò e Plaza enuncia fin dal titolo la loro dichiarazione d’intenti: non REC 2, ma REC “alla seconda”. Tutto è potenziato, tutto esplode, tutto è maggiorato: non più un solo punto di vista ma molteplici e di diverse qualità visive (i vari membri della squadra d’assalto hanno ognuno la propria microcamera HD sul caschetto, mentre i ragazzini in vena di baldoria producono riprese amatoriali), e soprattutto una trama che vira, svolta bruscamente addentrandosi in un territorio esoterico – ricordate la rivelazione con il quale si chiudeva il primo film? – particolarmente pericoloso. Rec 2 osa, rischia, prende percorsi tortuosi per cercare di non risultare una semplice fotocopia del primo film, e per questo sbanda, sfora, buca le gomme ma riesce comunque a rimanere in carreggiata e a portare a casa un minimo risultato. Il dubbio amletico che mi assale, soprattutto alla luce della trovata più discutibile e mal riuscita dell’intero film (verso la fine, ha a che fare con le proprietà del “buio”) è che la pellicola venga in qualche modo “salvaguardata”, anche se non priva di notevoli sbavature di sceneggiatura, perchè proveniente dal vecchio continente e quindi meritevole di più attenzione rispetto a prodotti simili americani.

Resta in ogni caso una dignitosa seconda parte di uno degli esperimenti più interessanti e riusciti dell’horror degli ultimi anni. Speriamo però, per il bene della saga e alla luce del finale, che non venga prodotto un terzo episodio.

Segue il trailer.

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dicembre 5th, 2009Anteprima: DIECI INVERNI

la-locandina-di-dieci-inverni-138907(Italia/Russia, 2009) di Valerio Mieli, con Isabella Ragonese, Michele Riondino, Vinicio Capossela, Luis Molteni, Roberto Nobile

Il voto di Paolino è… 6½

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Per Camilla (Isabella Ragonese) il passo è grande. E’ il 1999, e per la prima volta andrà a vivere da sola, a Venezia, per frequentare l’università. Sul vaporetto che la sta portando alla sua nuova abitazione, un rudere fatiscente da poter chiamare comunque “casa”, incontra Silvestro (Michele Riondino), anch’egli studente fresco di trasferimento. Due occhiate fugaci e il ragazzo parte all’attacco: scende alla fermata di lei (“per sbaglio”, dirà poi) e le chiede ospitalità per la notte. Ma non aspettatevi nulla di che: tra i due non sarà certo un colpo di fulmine, anzi. Per ben dieci anni si scontreranno, si incontreranno, si perderanno e si ritroveranno, tra le nebbiose e invernali calli veneziane e più di un viaggio nella gelida Russia, dove Camilla volerà per perfezionare la lingua da lei studiata e dove la attenderanno esperienze inaspettate.

Premiata allo scorso Festival di Venezia, esce in sala l’opera prima di Valerio Mieli (allievo del Centro Sperimentale di Cinematografia) tratta dal soggetto che gli è valso il diploma e coprodotta da Italia e Russia, dove si svolge buona parte della vicenda utilizzando anche vari attori locali. Non esente da difetti, caratteristica comune a quasi tutti gli esordi “scolastici” che peccano nel volere stradire e strafare, Dieci inverni è comunque un interessante e riuscito spaccato di vita giovanile, fortemente ancorato alla realtà (anche dura, ben dipingendo la vita e le sofferenze che sono costretti ad affrontare gli studenti fuori porta senza una famiglia di lorsignori alle spalle) che utilizza il pretesto di una storia d’amore che fatica a compiersi per parlare più in generale di sentimenti, di affetti, di speranza per il futuro. Gran parte del merito della riuscita del film va ai due bravi e freschi interpreti: la sempre impeccabile Isabella Ragonese (Oggi sposi, Il cosmo sul comò) e la buona promessa Michele Riondino (Il passato è una terra straniera, Fortapasc), che nasconde dietro la facciata da furbetto del quartierino una malinconia estremamente tangibile. A completare il quadro la comparsa speciale di Vinicio Capossela.

Si diceva anche dei difetti, però. Proprio per il voler raccontare tanto, se non troppo, il film ad un certo punto entra in un cerchio dal qualche sembra far fatica ad uscire, e mentre per i “primi inverni” si prende il tempo utile al racconto, verso la fine comincia a diventare frettoloso e meno incisivo. A fine proiezione un signore al mio fianco ha sbottato: “Ma siamo pazzi? Dieci inverni per ‘na scopata?!”. E in effetti è una critica legittima, al di là di come sia stata formulata: ne sarebbero bastati meno, diciamo cinque, e l’effetto sarebbe stato buono ugualmente, anche perchè il materiale non sarebbe mancato comunque. In ogni caso, mi associo a quanto scritto da Andrea Morandi su Ciak: “E’ questo il cinema italiano che vogliamo vedere”.

Il film esce venerdì 10 dicembre. Segue il trailer.

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novembre 4th, 2009CAPITALISM: A LOVE STORY

capitalismalovestoryCapitalism: A Love Story (Usa, 2009) di Michael Moore

Il voto di Paolino è… 6½

Ogni film di Michael Moore è sempre un’illuminazione. Ci ricorda come con poche, semplici ricerche, un uomo possa mettere alla berlina istituzioni e persone d’alto rango. Questa volta il bersaglio è l’economia americana, con la famigerata crisi che sta mettendo in ginocchio il mondo intero. Le banche, gli istituti di credito, i politici: tutti sotto accusa per capire cosa è andato storto. E per Moore la risposta è una sola: il capitalismo non può andare d’accordo con la democrazia. L’uno annulla l’altra. Una provocazione forte, quella portata avanti dal documentarista, che fa testimoniare persino il proprio padre e richiama in causa la sua cittadina d’origine, Flint, già protagonista del suo film d’esordio, Roger & Me, i cui temi erano pressochè gli stessi, solo vent’anni fa.

E allora eccoci a scoprire il mercato che sta sotto gli sfratti, con i cosiddetti Avvoltoi che rivendono a caro prezzo case pignorate e acquistate da loro a pochi spiccioli; e poi l’incredibile, comprovata, storia delle aziende che stipulano polizze sulla vita dei loro dipendenti all’insaputa degli stessi, e che si dispiacciono quando il loro “piano di morte” annuale non raggiunge i profitti sperati! I ladri, i furbetti del quartierino, i rapinatori, non sono solo quelli che entrano nelle banche col volto incappucciato puntando una pistola all’addetto al di là dello sportello: è proprio da chi sta al di là dello sportello che bisognerebbe guardarsi. Non che fosse una novità…

E’ un Moore molto più arrabbiato, serio e visibilmente stanco quello di Capitalism: A Love Story rispetto ai suoi lavori precedenti. Poca ironia, molti numeri e tanti paroloni: un film che può facilmente risultare poco comprensibile a chi non mastica Il Sole 24 Ore quotidianamente, e che trova in questo piccolo ma significativo particolare uno dei suoi tasti dolenti. Per il resto non si può che plaudirlo ancora una volta, il mondo ha bisogno di persone come lui.

Segue il trailer.

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ottobre 16th, 2009LO SPAZIO BIANCO

lospaziobianco(Italia, 2009) di Francesca Comencini, con Margherita Buy, Gaetano Bruno, Giovanni Ludeno, Antonia Truppo, Maria Paiato, Guido Caprino

Il voto di Paolino è… 7

Maria (Margherita Buy) è una donna single che vive sola dopo essersi trasferita a Napoli per il suo lavoro di insegnante alle scuole serali. Il suo unico amico è il collega Fabrizio, con il quale si confida e si sfoga.  Durante uno dei suoi numerosi pomeriggi al cinema in solitaria incontra Pietro, ragazzo padre con figlioletto appresso, con il quale inizierà una passionale relazione che terminerà quando lei scoprirà di essere incinta. Rimasta nuovamente sola, Maria dovrà affrontare la nascita prematura di sua figlia al sesto mese con relativo calvario per aspettare che la piccola finisca di crescere in incubatrice: vivrà o morirà?

Da Francesca Comencini (della quale avevo detestato A casa nostra) arriva questo toccante ritratto di donna fragile e isolata dal mondo che si ritrova, di punto in bianco e in un’età non più giovanissima, a dover assistere un fagotto scuro che ha pochi mesi di vita ma è già costretto a lottare strenuamente per poterla continuare. Un film sull’attesa, lento e delicato ma mai noioso, anzi appassionante e coinvolgente grazie ad una stupenda Margherita Buy (decisamente la miglior attrice italiana vivente, non c’è alcun dubbio), che per una volta dimentica i personaggi isterici e nervosi che i registi sono soliti affidarle e si fa incredibilmente sobria dando vita ad un’interpretazione che passa dal comico al doloroso con una delicatezza encomiabile.

E’ una Napoli “da favola” a fare da sfondo alla storia, ed è qui che forse Lo spazio bianco pecca leggermente. Gli studenti dei corsi serali di Maria rasentano la macchietta, e la bonarietà partenopea, che serve a smorzare la tensione e a dare respiro allo spettatore, alla lunga indispone leggermente. Malgrado questo però il film regala allo spettatore una storia inconsueta e onesta fortemente ancorata alla realtà (tranne per un surreale inserto musical che faccio finta di non aver visto).

Il film è passato in concorso al Festival di Venezia. Segue il trailer.

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baariaBaarìa (Italia, 2009) di Giuseppe Tornatore, con Francesco Scianna, Margareth Madè, Salvo Ficarra, Valentino Picone, Raoul Bova, Giorgio Faletti, Leo Gullotta, Nicole Grimaudo, Gabriele Lavia, Angela Molina, Enrico Lo Verso, Nino Frassica, Aldo Baglio, Marcello Mazzarella, Luigi LoCascio, Beppe Fiorello, Donatella Finocchiaro, Lina Sastri, Laura Chiatti, Luigi Maria Burruano, Paolo Briguglia, Corrado Fortuna, Monica Bellucci, Michele Placido, Vincenzo Salemme

Il voto di Paolino è… 6-

Scelta tristemente prevedibile quella di mandare Baaria a Hollywood come candidato italiano alle prossime nomination agli Oscar, dettata come succede molto spesso più dalla notorietà del regista che dal progetto in sé. Tornatore in America ancora qualcuno (pochi) se lo ricorda, e quindi proviamo a imbambolarli con sto polpettone per vedere se ci cascano.

Polpettone sì, ma sia detto con simpatia. Perchè dopo Michele Placido (che ha una parte pure qui) e il suo Smorto Sogno, pure Peppuccio Tornatore quest’anno ha voluto rifilare agli italiani il suo filmetto autobiografico. Filmetto costato 25 milioni di euro, che forse vedrà coperte le sue spese quando gli alieni sbarcheranno sulla Terra, e che non si limita a raccontarci dell’infanzia del regista in quel di Bagheria ma pure di quella di suo padre e de su’ nonno! Baarìa è una grande epopea che ha inizio nel ventennio fascista con un bambino, Ciccio, ribelle e pastore con la passione della letteratura, che diventerà padre di Peppino (Francesco Scianna), vero protagonista del film, destinato ad emergere come esponente del Partito Comunista e futuro marito della bella Mannina (Margareth Madè), da cui nascerrano una marea di figli tra cui, appunto, l’autore della pellicola.

Un affresco corale, un atto d’amore alla Sicilia, alla sua gente e alle sue tradizioni. Tornatore circonda i suoi due protagonisti principali di decine di comprimari più o meno famosi (fatevene un’idea dando un’occhiata al cast che vi ho elencato sopra) ed immergendoli in set mastodontici e curati nei minimi particolari. Di questo, va detto, dobbiamo essere orgogliosi: perchè allora è vero che pure in Italia possiamo fare vero cinema, epico, grandioso, di ampio respiro. Pure troppo in questo caso, se vogliamo, ma è un troppo nel quale ci immergiamo volentieri pensando che solo maestranze del Belpaese hanno creato quello che vedono i nostri occhi. Che poi Peppuccio abbia il brutto vizio di strafare con i movimenti di macchina, le musiche (Morricone, io non ce l’ho con te, la colonna sonora è bella e se la dirigi ad un concerto te vengo pure a vedere: il problema è che nel film è usata male e dopo un po’ rompe pure li cojoni!), l’eccesso di citazioni e situazioni, la durata (ahinoi, ma non ci si stanca troppo) e tutto il resto, è cosa arcinota. Ripiazzare poi un bambino parecchio simile a quello di Nuovo cinema paradiso con tanto di pezzi di pellicola annessi, non può non sembrare un tantino furbetto. Ma vabbè… Baarìa vuole essere spettacolare ma vuole anche raccontarci un secolo di storia italiana visto dal sincero punto di vista del suo ideatore. In alcuni casi il tutto riesce (penso ad un paio di momenti divertenti con protagonista un affresco religioso), in altri è più forzato e difficile da mandare giù (la scena finale del piccolo in giro per la Bagheria di oggi sarebbe da mettere al rogo ma non si può dire non sia realizzata bene). Stupisce poi la scelta dei due attori protagonisti, una coppia di sconosciuti ed esordienti che riesce comunque a bucare lo schermo e a recitare con onestà. Tra gli attori più famosi, invece, Salvo Ficarra è quello che ha il ruolo più ricorrente, mentre diverte Leo Gullotta e stupisce la sempre più brava Nicole Grimaudo, penalizzata da un trucco fatto veramente male. Cameo imbarazzante e ovviamente con la tetta-di fuori per Monica Bellucci.

Baarìa pecca molto. Pecca del macchiettismo di vari personaggi, pecca di luoghi comuni, pecca di un montaggio troppo frenetico e tagliato con l’accetta soprattutto nella prima parte, pecca di alcune scelte artistiche realizzate male (penso ad esempio ad alcuni cambi di attori per lo stesso personaggio in stile Beautiful), pecca di troppa carne al fuoco. Ma si lascia vedere (e perdonare) per il suo calore, la gioia che traspare dalle sue immagini, il potere di trasportarci fisicamente in un mondo passato di sacro e profano, lecito e non lecito, vecchio e nuovo, tradizione e modernità. Ci accontentiamo. Ma non resterà una pietra miliare, Tornatore può fare di meglio.

Segue il trailer.

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