Gennaio 20th, 2010A SINGLE MAN

asinglemanA Single Man (Usa, 2009) di Tom Ford, con Colin Firth, Julianne Moore, Nicholas Hoult, Matthew Goode, Ginnifer Goodwin

Il voto di Paolino è… 7½

Anno del Signore 1962, Los Angeles. Il professore universitario George Falconer (Colin Firth) si ritrova improvvisamente solo dopo che il suo ragazzo Jim (Matthew Goode) muore in un incidente stradale mentre era andato a trovare i genitori. Per volere della famiglia del defunto, non gli è neppure concesso di partecipare al funerale dell’uomo – o meglio del ragazzo, vista la notevole differenza di età – con cui aveva passato gli ultimi 16 anni di vita. George entra così in un profondo stato di sopita disperazione che cercherà di affrontare con l’aiuto dell’amica del cuore Charley (Julianne Moore), mentre il suo giovane alunno Kenny (Nicholas Hoult) cercherà di tenergli compagnia ignaro di quello che l’uomo sta passando.

Incredibile opera prima dello stilista americano Tom Ford, A Single Man riesce in un’impresa quantomai stupefacente: parlare di puri e gloriosi sentimenti essendo al contempo sfarzoso e patinato, elegante e virtuoso, retrò ma moderno. Non svela nulla di nuovo il film di Ford, non insegna e non sale in cattedra: racconta solo la storia di un uomo, di un amore straziante finito troppo presto, di una relazione di cui rimane soltanto un passato e non più un futuro. Un film banale nel senso più prezioso del termine: è banale perchè parla di cose banali. Dal bar che ci ricorda il primo incontro con la persona della nostra vita, al cagnolino che per strada ci fa tornare alla mente l’animale domestico che ci teneva compagnia in casa, alla foto che riporta alla luce i lunghi pomeriggi sulla spiaggia. Oggi tutto questo non c’è più, resta soltanto il dubbio su come possa continuare la vita senza di lui. Sempre che sia il caso di continuarla. E se si scegliesse di farla finita, in quale modo? Magistrale in questo senso la scena in cui George cerca di trovare il modo più “elegante” con il quale spararsi un colpo di pistola in bocca, la posizione più consona affinchè il corpo venga sì trovato senza vita ma comunque con una dovuta dignità. A Single Man ritrae un uomo in confusione, che non sa più cosa chiedere alla vita perchè l’unica cosa che voleva gli è stata tolta: e così quando gli si presentano davanti dei ragazzi desiderosi e disponibili con cui potrebbe facilmente dimenticare il suo amato anche solo per un’ora, la sua risposta è un gentile diniego, quasi paternalistico.

Tom Ford utilizza clichè collaudati dal cinema melodrammatico, flashback e ralenti che si soffermano su elementi che lui ritiene imprescindibili, ma con una raffinatezza di sguardo e di linguaggio che incanta, colpisce, spesso spaventa. Calca la mano – anche troppo – sugli squilibri cromatici della fotografia di Eduard Grau e si avvale di una straordinaria colonna sonora firmata dal polacco Abel Korzeniowski, giustamente candidato al Golden Globe e speriamo anche all’Oscar. E se ad infondere classe al film ci pensa anche la splendida e sempre grande Julianne Moore, lascio appositamente per ultima la mia considerazione su Colin Firth, un attore che chi segue i miei commenti sa che ho sempre bistrattato. Ebbene, questa non potrà che essere la prova della vita di Colin Firth. Incredibilmente trasformato e quasi irriconoscibile, Firth si cala mimeticamente nel suo personaggio, gli infonde una gamma straziante di connotazioni che l’attore inglese trasmette quasi impercettibilmente, senza mai calcare la mano neppure laddove si sarebbe potuto fare (penso alla scena del litigio con Charley) restando alla larga dal macchiettismo. Una prova di grandezza assoluta che sarà difficile ripetere.

Piccola curiosità: voglio rendervi partecipi del mio stupore quando ho scoperto che Nicholas Hoult, l’etereo biondino che nel film tenta di sedurre il protagonista spudoratamente anche senza vestiti, altri che non è che il candido bambino che otto anni fa rendeva impossibile la vita a Hugh Grant in About a boy. Pazzesco questo cinema…

Segue il trailer.

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Gennaio 11th, 2010[REC] 2

Locandina italiana [Rec] 2[•REC]² (Spagna, 2009) di Jaume Balaguerò, Paco Plaza, con Manuela Velasco, Ferran Terraza, Javier Botet, Pablo Rosso

Il voto di Paolino è… 6½

E’ davvero un’epidemia quella che ha colpito l’edificio in quarantena in quella strada di Barcellona? Così ancora credono all’esterno, e così crede la squadra delle forze speciali che irrompe nel condominio alla ricerca di sopravvissuti, guidata da un uomo che in realtà si rivelerà ben più informato degli altri riguardo alla faccenda. Nel frattempo un gruppo di adolescenti appena fatti sgomberare dal tetto dell’edificio trova il modo di rientrarci per osservare da vicino quello che sta succedendo. Tutti, ovviamente, sono muniti di videocamera…

Presentato, come il primo episodio, alla Mostra di Venezia, il nuovo film di Balaguerò e Plaza enuncia fin dal titolo la loro dichiarazione d’intenti: non REC 2, ma REC “alla seconda”. Tutto è potenziato, tutto esplode, tutto è maggiorato: non più un solo punto di vista ma molteplici e di diverse qualità visive (i vari membri della squadra d’assalto hanno ognuno la propria microcamera HD sul caschetto, mentre i ragazzini in vena di baldoria producono riprese amatoriali), e soprattutto una trama che vira, svolta bruscamente addentrandosi in un territorio esoterico – ricordate la rivelazione con il quale si chiudeva il primo film? – particolarmente pericoloso. Rec 2 osa, rischia, prende percorsi tortuosi per cercare di non risultare una semplice fotocopia del primo film, e per questo sbanda, sfora, buca le gomme ma riesce comunque a rimanere in carreggiata e a portare a casa un minimo risultato. Il dubbio amletico che mi assale, soprattutto alla luce della trovata più discutibile e mal riuscita dell’intero film (verso la fine, ha a che fare con le proprietà del “buio”) è che la pellicola venga in qualche modo “salvaguardata”, anche se non priva di notevoli sbavature di sceneggiatura, perchè proveniente dal vecchio continente e quindi meritevole di più attenzione rispetto a prodotti simili americani.

Resta in ogni caso una dignitosa seconda parte di uno degli esperimenti più interessanti e riusciti dell’horror degli ultimi anni. Speriamo però, per il bene della saga e alla luce del finale, che non venga prodotto un terzo episodio.

Segue il trailer.

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Dicembre 5th, 2009Anteprima: DIECI INVERNI

la-locandina-di-dieci-inverni-138907(Italia/Russia, 2009) di Valerio Mieli, con Isabella Ragonese, Michele Riondino, Vinicio Capossela, Luis Molteni, Roberto Nobile

Il voto di Paolino è… 6½

Pubblicata anche su Trailersland.com

Per Camilla (Isabella Ragonese) il passo è grande. E’ il 1999, e per la prima volta andrà a vivere da sola, a Venezia, per frequentare l’università. Sul vaporetto che la sta portando alla sua nuova abitazione, un rudere fatiscente da poter chiamare comunque “casa”, incontra Silvestro (Michele Riondino), anch’egli studente fresco di trasferimento. Due occhiate fugaci e il ragazzo parte all’attacco: scende alla fermata di lei (”per sbaglio”, dirà poi) e le chiede ospitalità per la notte. Ma non aspettatevi nulla di che: tra i due non sarà certo un colpo di fulmine, anzi. Per ben dieci anni si scontreranno, si incontreranno, si perderanno e si ritroveranno, tra le nebbiose e invernali calli veneziane e più di un viaggio nella gelida Russia, dove Camilla volerà per perfezionare la lingua da lei studiata e dove la attenderanno esperienze inaspettate.

Premiata allo scorso Festival di Venezia, esce in sala l’opera prima di Valerio Mieli (allievo del Centro Sperimentale di Cinematografia) tratta dal soggetto che gli è valso il diploma e coprodotta da Italia e Russia, dove si svolge buona parte della vicenda utilizzando anche vari attori locali. Non esente da difetti, caratteristica comune a quasi tutti gli esordi “scolastici” che peccano nel volere stradire e strafare, Dieci inverni è comunque un interessante e riuscito spaccato di vita giovanile, fortemente ancorato alla realtà (anche dura, ben dipingendo la vita e le sofferenze che sono costretti ad affrontare gli studenti fuori porta senza una famiglia di lorsignori alle spalle) che utilizza il pretesto di una storia d’amore che fatica a compiersi per parlare più in generale di sentimenti, di affetti, di speranza per il futuro. Gran parte del merito della riuscita del film va ai due bravi e freschi interpreti: la sempre impeccabile Isabella Ragonese (Oggi sposi, Il cosmo sul comò) e la buona promessa Michele Riondino (Il passato è una terra straniera, Fortapasc), che nasconde dietro la facciata da furbetto del quartierino una malinconia estremamente tangibile. A completare il quadro la comparsa speciale di Vinicio Capossela.

Si diceva anche dei difetti, però. Proprio per il voler raccontare tanto, se non troppo, il film ad un certo punto entra in un cerchio dal qualche sembra far fatica ad uscire, e mentre per i “primi inverni” si prende il tempo utile al racconto, verso la fine comincia a diventare frettoloso e meno incisivo. A fine proiezione un signore al mio fianco ha sbottato: “Ma siamo pazzi? Dieci inverni per ‘na scopata?!”. E in effetti è una critica legittima, al di là di come sia stata formulata: ne sarebbero bastati meno, diciamo cinque, e l’effetto sarebbe stato buono ugualmente, anche perchè il materiale non sarebbe mancato comunque. In ogni caso, mi associo a quanto scritto da Andrea Morandi su Ciak: “E’ questo il cinema italiano che vogliamo vedere”.

Il film esce venerdì 10 dicembre. Segue il trailer.

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Novembre 4th, 2009CAPITALISM: A LOVE STORY

capitalismalovestoryCapitalism: A Love Story (Usa, 2009) di Michael Moore

Il voto di Paolino è… 6½

Ogni film di Michael Moore è sempre un’illuminazione. Ci ricorda come con poche, semplici ricerche, un uomo possa mettere alla berlina istituzioni e persone d’alto rango. Questa volta il bersaglio è l’economia americana, con la famigerata crisi che sta mettendo in ginocchio il mondo intero. Le banche, gli istituti di credito, i politici: tutti sotto accusa per capire cosa è andato storto. E per Moore la risposta è una sola: il capitalismo non può andare d’accordo con la democrazia. L’uno annulla l’altra. Una provocazione forte, quella portata avanti dal documentarista, che fa testimoniare persino il proprio padre e richiama in causa la sua cittadina d’origine, Flint, già protagonista del suo film d’esordio, Roger & Me, i cui temi erano pressochè gli stessi, solo vent’anni fa.

E allora eccoci a scoprire il mercato che sta sotto gli sfratti, con i cosiddetti Avvoltoi che rivendono a caro prezzo case pignorate e acquistate da loro a pochi spiccioli; e poi l’incredibile, comprovata, storia delle aziende che stipulano polizze sulla vita dei loro dipendenti all’insaputa degli stessi, e che si dispiacciono quando il loro “piano di morte” annuale non raggiunge i profitti sperati! I ladri, i furbetti del quartierino, i rapinatori, non sono solo quelli che entrano nelle banche col volto incappucciato puntando una pistola all’addetto al di là dello sportello: è proprio da chi sta al di là dello sportello che bisognerebbe guardarsi. Non che fosse una novità…

E’ un Moore molto più arrabbiato, serio e visibilmente stanco quello di Capitalism: A Love Story rispetto ai suoi lavori precedenti. Poca ironia, molti numeri e tanti paroloni: un film che può facilmente risultare poco comprensibile a chi non mastica Il Sole 24 Ore quotidianamente, e che trova in questo piccolo ma significativo particolare uno dei suoi tasti dolenti. Per il resto non si può che plaudirlo ancora una volta, il mondo ha bisogno di persone come lui.

Segue il trailer.

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Ottobre 16th, 2009LO SPAZIO BIANCO

lospaziobianco(Italia, 2009) di Francesca Comencini, con Margherita Buy, Gaetano Bruno, Giovanni Ludeno, Antonia Truppo, Maria Paiato, Guido Caprino

Il voto di Paolino è… 7

Maria (Margherita Buy) è una donna single che vive sola dopo essersi trasferita a Napoli per il suo lavoro di insegnante alle scuole serali. Il suo unico amico è il collega Fabrizio, con il quale si confida e si sfoga.  Durante uno dei suoi numerosi pomeriggi al cinema in solitaria incontra Pietro, ragazzo padre con figlioletto appresso, con il quale inizierà una passionale relazione che terminerà quando lei scoprirà di essere incinta. Rimasta nuovamente sola, Maria dovrà affrontare la nascita prematura di sua figlia al sesto mese con relativo calvario per aspettare che la piccola finisca di crescere in incubatrice: vivrà o morirà?

Da Francesca Comencini (della quale avevo detestato A casa nostra) arriva questo toccante ritratto di donna fragile e isolata dal mondo che si ritrova, di punto in bianco e in un’età non più giovanissima, a dover assistere un fagotto scuro che ha pochi mesi di vita ma è già costretto a lottare strenuamente per poterla continuare. Un film sull’attesa, lento e delicato ma mai noioso, anzi appassionante e coinvolgente grazie ad una stupenda Margherita Buy (decisamente la miglior attrice italiana vivente, non c’è alcun dubbio), che per una volta dimentica i personaggi isterici e nervosi che i registi sono soliti affidarle e si fa incredibilmente sobria dando vita ad un’interpretazione che passa dal comico al doloroso con una delicatezza encomiabile.

E’ una Napoli “da favola” a fare da sfondo alla storia, ed è qui che forse Lo spazio bianco pecca leggermente. Gli studenti dei corsi serali di Maria rasentano la macchietta, e la bonarietà partenopea, che serve a smorzare la tensione e a dare respiro allo spettatore, alla lunga indispone leggermente. Malgrado questo però il film regala allo spettatore una storia inconsueta e onesta fortemente ancorata alla realtà (tranne per un surreale inserto musical che faccio finta di non aver visto).

Il film è passato in concorso al Festival di Venezia. Segue il trailer.

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baariaBaarìa (Italia, 2009) di Giuseppe Tornatore, con Francesco Scianna, Margareth Madè, Salvo Ficarra, Valentino Picone, Raoul Bova, Giorgio Faletti, Leo Gullotta, Nicole Grimaudo, Gabriele Lavia, Angela Molina, Enrico Lo Verso, Nino Frassica, Aldo Baglio, Marcello Mazzarella, Luigi LoCascio, Beppe Fiorello, Donatella Finocchiaro, Lina Sastri, Laura Chiatti, Luigi Maria Burruano, Paolo Briguglia, Corrado Fortuna, Monica Bellucci, Michele Placido, Vincenzo Salemme

Il voto di Paolino è… 6-

Scelta tristemente prevedibile quella di mandare Baaria a Hollywood come candidato italiano alle prossime nomination agli Oscar, dettata come succede molto spesso più dalla notorietà del regista che dal progetto in sé. Tornatore in America ancora qualcuno (pochi) se lo ricorda, e quindi proviamo a imbambolarli con sto polpettone per vedere se ci cascano.

Polpettone sì, ma sia detto con simpatia. Perchè dopo Michele Placido (che ha una parte pure qui) e il suo Smorto Sogno, pure Peppuccio Tornatore quest’anno ha voluto rifilare agli italiani il suo filmetto autobiografico. Filmetto costato 25 milioni di euro, che forse vedrà coperte le sue spese quando gli alieni sbarcheranno sulla Terra, e che non si limita a raccontarci dell’infanzia del regista in quel di Bagheria ma pure di quella di suo padre e de su’ nonno! Baarìa è una grande epopea che ha inizio nel ventennio fascista con un bambino, Ciccio, ribelle e pastore con la passione della letteratura, che diventerà padre di Peppino (Francesco Scianna), vero protagonista del film, destinato ad emergere come esponente del Partito Comunista e futuro marito della bella Mannina (Margareth Madè), da cui nascerrano una marea di figli tra cui, appunto, l’autore della pellicola.

Un affresco corale, un atto d’amore alla Sicilia, alla sua gente e alle sue tradizioni. Tornatore circonda i suoi due protagonisti principali di decine di comprimari più o meno famosi (fatevene un’idea dando un’occhiata al cast che vi ho elencato sopra) ed immergendoli in set mastodontici e curati nei minimi particolari. Di questo, va detto, dobbiamo essere orgogliosi: perchè allora è vero che pure in Italia possiamo fare vero cinema, epico, grandioso, di ampio respiro. Pure troppo in questo caso, se vogliamo, ma è un troppo nel quale ci immergiamo volentieri pensando che solo maestranze del Belpaese hanno creato quello che vedono i nostri occhi. Che poi Peppuccio abbia il brutto vizio di strafare con i movimenti di macchina, le musiche (Morricone, io non ce l’ho con te, la colonna sonora è bella e se la dirigi ad un concerto te vengo pure a vedere: il problema è che nel film è usata male e dopo un po’ rompe pure li cojoni!), l’eccesso di citazioni e situazioni, la durata (ahinoi, ma non ci si stanca troppo) e tutto il resto, è cosa arcinota. Ripiazzare poi un bambino parecchio simile a quello di Nuovo cinema paradiso con tanto di pezzi di pellicola annessi, non può non sembrare un tantino furbetto. Ma vabbè… Baarìa vuole essere spettacolare ma vuole anche raccontarci un secolo di storia italiana visto dal sincero punto di vista del suo ideatore. In alcuni casi il tutto riesce (penso ad un paio di momenti divertenti con protagonista un affresco religioso), in altri è più forzato e difficile da mandare giù (la scena finale del piccolo in giro per la Bagheria di oggi sarebbe da mettere al rogo ma non si può dire non sia realizzata bene). Stupisce poi la scelta dei due attori protagonisti, una coppia di sconosciuti ed esordienti che riesce comunque a bucare lo schermo e a recitare con onestà. Tra gli attori più famosi, invece, Salvo Ficarra è quello che ha il ruolo più ricorrente, mentre diverte Leo Gullotta e stupisce la sempre più brava Nicole Grimaudo, penalizzata da un trucco fatto veramente male. Cameo imbarazzante e ovviamente con la tetta-di fuori per Monica Bellucci.

Baarìa pecca molto. Pecca del macchiettismo di vari personaggi, pecca di luoghi comuni, pecca di un montaggio troppo frenetico e tagliato con l’accetta soprattutto nella prima parte, pecca di alcune scelte artistiche realizzate male (penso ad esempio ad alcuni cambi di attori per lo stesso personaggio in stile Beautiful), pecca di troppa carne al fuoco. Ma si lascia vedere (e perdonare) per il suo calore, la gioia che traspare dalle sue immagini, il potere di trasportarci fisicamente in un mondo passato di sacro e profano, lecito e non lecito, vecchio e nuovo, tradizione e modernità. Ci accontentiamo. Ma non resterà una pietra miliare, Tornatore può fare di meglio.

Segue il trailer.

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Settembre 22nd, 2009IL GRANDE SOGNO

ilgrandesogno

Il grande sogno (Italia/Francia, 2009) di Michele Placido, con Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Luca Argentero, Massimo Popolizio, Alessandra Acciai, Laura Morante, Silvio Orlando

Il voto di Paolino è… 4½

1968: Nicola (Scamarcio) ama il teatro e vuole diventare attore, ma è costretto controvoglia ad indossare la divisa da poliziotto. Laura (Trinca) è una studentessa universitaria che, in contrasto con la famiglia borghesotta e cattolica, si fa ribelle. Libero (Argentero) e uno dei trascinanti leader del movimento studentesco di quell’anno. Quando Nicola sarà chiamato ad infiltrarsi nell’università occupata, tra gli altri, da Laura e Libero, per lui cambierà la visione del mondo.

Quando un regista si mette a girare un film autobiografico bisogna sempre temere il peggio, perchè di solito il rischio è quello di trovarsi di fronte un prodotto che interessa solo a chi l’ha fatto. Sulla carta Michele Placido (Romanzo criminale) poteva essere la persona giusta a rileggere gli avvenimenti del ‘68: purtroppo però i risultati sono ben più scadenti di quanto ci si potesse immaginare. Costruito su basi scricchiolanti e sceneggiato in maniera banale e poco avvincente, Il grande sogno finisce col diventare fin da subito una specie di romanzetto stile Harmony con lo spessore psicologico di un fotoromanzo in cui le rivolte degli studenti sono solo uno sfondo ad un triangolo d’amore possibile solo grazie alla liberazione sessuale. Le scene ambientate nella famiglia di Laura sono tra le più false e artefatte della memoria recente, mentre l’unica vicenda che sta in piedi (liason con la professoressa di recitazione Laura Morante a parte) è proprio quella dell’alter-ego di Placido, Nicola/Scamarcio. Anche lì però ci si immedesima in un personaggio e in una situazione che potrebbe essere stata ambientata in qualsiasi altra epoca dei nostri ultimi decenni, e il risultato sarebbe stato il medesimo.

Bravo Argentero, che è ancora acerbo ma punta stavolta sull’impeto rivoluzionario. Troppo composta la Trinca (premiata come attrice rivelazione all’ultimo Festival di Venezia: ma rivelazione de che??? fa film da ‘na vita!). Il migliore dei tre è Scamarcio, drammatico quando deve e comico quando è richiesto, una sempre migliore garanzia. Tutti gli altri attori di contorno, soprattutto i giovani dell’università e della scuola di teatro, sono quanto di peggio ci si possa aspettare dal grande schermo. Provenienti, suppongo, proprio dalle accademie di recitazione, questi giovanotti si esibiscono in maniera forzata, inumana, fredda, razionale e in definitiva irreale, dando al tutto un senso di artificiosità e di finzione (la differenza con la naturalezza di Scamarcio, ad esempio, è abissale). Ma questi pensano davvero di diventare attori recitando in questa maniera? Poveri noi.

Complimenti al reparto promozionale che ha aspettato a scattare la foto per il manifesto quando Argentero si era già rapato i capelli per il suo film successivo, Oggi sposi. Ne consegue che nella locandina ha un look, nel film ne ha tutt’altro. Bravi! Segue il trailer.

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ilcattivotenente_09Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans (Usa, 2009) di Werner Herzog, con Nicolas Cage, Eva Mendes, Val Kilmer, Fairuza Balk, Jennifer Coolidge, Brad Dourif, Michael Shannon, Irma P. Hall,

Il voto di Paolino è… 6-

Terence McDonagh (Nicolas Cage) diventa tenente dopo aver salvato un ispanico da morte certa e dopo che in quella stessa occasione si è procurato un danno permanente alla schiena che significa per lui un vitalizio di Vicodin per sopportare il dolore. Drogato di medicinali e di ogni altra qualsivoglia droga, esercita così il suo ruolo di tutore della legge infischiandosi della legge stessa e facendo i suoi sporchi comodi, molto spesso legati al bisogno di farsi. Nella New Orleans post-Katrina, Terence tira a campare con la complicità amorevole della squillo d’alto borgo Frankie (Eva Mendes, sciatta). Un giorno gli viene affidato un caso riguardante lo sterminio di una famiglia di afroamericani, che lo porterà in un vortice di spacciatori, informatori e loschi criminali dal quale sarà dura uscire indenni.

La particolarità maggiore riguardo questa rivisitazione (non è un remake né tantomeno un sequel) de Il cattivo tenente di Abel Ferrara è ovviamente la scelta dell’attore protagonista, solitamente dedito a tutt’altro tipo di ruoli per famiglie. Di certo Nicolas Cage sarà stato il primo ad essere felice che la scelta sia ricaduta su di lui, perchè per la prima volta dopo anni riesce finalmente a dare prova di alcune basilari capacità recitative, da troppo tempo sepolte sotto chili di cerone e una capigliatura imbarazzante. In alcuni frangenti, soprattutto in quelli più estremi che coinvolgono il suo personaggio (mi viene in mente una scopata a cielo aperto, gli sniffamenti infiniti o un momento di risata isterica), Cage convince, mentre in altri la sua recitazione si fa più svogliata. Passando al film, siamo di fronte ad un poliziesco particolarmente ingarbugliato e non troppo interessante, nel mezzo del quale trovano posto piccole visionarietà linchane apparentemente insignificanti ma non del tutto prive di fascino. A molti il nome di Werner Herzog dirà poco, in realtà trattasi di un consideratissimo regista e documentarista tedesco da anni operante anche negli USA (il suo ultimo film è stato L’alba della libertà del 2006 con Christian Bale protagonista, uscito da noi solo in home video) che ha fatto dell’estremo realismo delle sue pellicole un marchio di fabbrica, molto spesso inserendo in ambienti invivibili o pericolosi, figure umane fuori da ogni schema e sempre, moralmente o psicologicamente, sull’orlo del precipizio.

Herzog sa colpire nel segno in certi frangenti (come nella scena dell’interrogatorio alla vecchia in carrozzina, sublimamente delirante) ma l’impressione è che gli riesca male il fattore coinvolgimento, elemento imprescindibile in un poliziesco che si costruisce sulle indagini e la ricerca di indizi. Ottima fotografia, ottime atmosfere, ma poca vera narrazione e la cara vecchia noia. Poteva davvero diventare un gioiello di genere.

In concorso al Festival di Venezia. Segue il trailer.

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Settembre 9th, 2009Anteprima: THE INFORMANT!

locandinaThe Informant! (Usa, 2009) di Steven Soderbergh, con Matt Damon, Scott Bakula, Joel McHale, Melanie Lynskey

Il voto di Paolino è… 5½

Uscita nelle sale USA e Italia: 18 settembre

Va considerato ormai perso per strada Steven Soderbergh, che da ammirato e promettente regista della nuova Hollywood si è trasformato negli anni in un decisamente medio mestierante con velleità autorali troppo alte per le sue capacità. Dopo che persino il secondo e il terzo capitolo della saga di Ocean riuscivano a non essere mai troppo brillanti e soddisfacenti per colpa di qualche “colpo di testa” di troppo, la scelta di portare sullo schermo la storia vera di Mark Whitacre in The Informant! pareva quella giusta per rilanciarlo sulla strada del cinema mainstream e per riprendersi dal flop di pubblico e di critica del suo dittico sul Che. E invece, pur graziandoci con una durata accettabile (cosa non scontata per il regista), il suo nuovo lavoro non riesce mai a centrare il bersaglio trascinandosi spesso stancamente verso un finale che, con il passare dei minuti, finisce per non interessare più a nessuno.

Siamo all’inizio degli anni ’90 e Mark Whitacre, biochimico con mire dirigenziali nella società agroalimentare in cui lavora, scopre per caso dell’esistenza di un cartello sui prezzi di una sostanza chiamata lisina di cui la sua azienda è diretta promotrice. Deciso a fare chiarezza e a mettersi in buona luce sperando magari di ottenere per questo un avanzamento di carriera, Mark spiffera tutto all’FBI e diventa il loro infiltrato. Ben presto si accorge però che la sua onestà potrebbe non portargli la gloria sperata e darà inizio alla costruzione di un castello di bugie destinato inevitabilmente a crollare su sé stesso.

Soderbergh sa dove mettere la macchina da presa, sa inquadrare i suoi personaggi, sa scegliere le facce giuste per i suoi protagonisti (due o tre comprimari fanno ridere al solo sguardo), sa illuminare la scena (anche stavolta si cela come direttore della fotografia dietro lo pseudonimo di Peter Andrews): ma tutta questa capacità tecnica e stilistica continua a non venire amalgamata a dovere, risultando frettolosa e poco studiata e lasciando l’amaro in bocca per quello che questo film avrebbe potuto essere in altre mani. Si pensi ad esempio, come ha suggerito qualcuno, a lavori come Prova a prendermi, o Confessioni di una mente pericolosa (da lui peraltro prodotto), le cui tematiche erano assonanti ma i cui risultati finali sono di ben altro livello. Peccato perché il vero fiore all’occhiello di questa commedia stava nella sceneggiatura di Scott Z. Burns (The Bourne Ultimatum), efficace in più passaggi ma non trasformata a dovere in immagini. E la performance di Matt Damon, ingrassato di tredici chili per l’occasione, non aiuta a fare il salto di qualità mantenendosi stabile, costante, di routine.

Il trailer ve l’ho mostrato pochi giorni fa.

Steven Soderbergh. Classico esempio di uno che vorrebbe essere Autore ma nun gliela fa. Quando fa il brillante (Ocean’s Eleven, Out of Sight, Sesso bugie e videotape) se la cava anche con il dovuto mestiere e si prende i suoi modesti plausi. Poi però se ne esce con Traffic (riuscendo a prendere in giro tutti e prendendosi 4 Oscar!!), Erin Brockovich, Solaris, Intrigo a Berlino e non ultimo il dittico megaflop di pubblico e di critica sul Che

Gli va dato atto però di essere instancabile ed ecco che quindi riciccia in sala per la terza volta quest’anno tornando a toni di commedia che speriamo essere ben più gradevoli dei suoi ultimi lavori con The Informant!, la storia vera di Mark Whitacre (un Matt Damon ingrassato di 13 chili) che nel 1992 denunciò all’FBI un accordo tra multinazionali per fissare il prezzo di una sostanza chiamata lisina, un additivo alimentare. Divenuto così informatore per i servizi segreti, Whitacre consegnò alla giustizia centinaia di ore di audio e video che servirono ad abbattere il più grande cartello della storia. Peccato però che nel frattempo pensò bene di rubare 9 milioni di dollari alla società per cui lavorava, cosa che alla fine dei conti gli costò più anni di carcere di quelli che toccarono alla gente che incastrò!

Sceneggia Scott Z. Burns (The Bourne Ultimatum), produce, tra gli altri, George Clooney. Il film uscirà in Italia day-and-date con gli USA il 18 settembre, mentre domani sarà presentato in anteprima mondiale alla Mostra di Venezia… dove sarà anche il vostro Paolino che lo vedrà per voi! Che volete di più?


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