settembre 11th, 2010Venezia 2010: THE TOWN

The Town (Usa, 2010) di Ben Affleck, con Ben Affleck, Jeremy Renner, Rebecca Hall, Jon Hamm, Pete Postlethwaite, Chris Cooper

Il voto di Paolino è… 7/8

Charlestown è un quartiere di Boston, uno tra i più brulicanti di criminalità. Nascerci, crescerci, viverci, è considerata una colpa, ma una colpa che tutti quelli che decidono di rimanere anche da adulti tra quelle case, in quelle strade, sanno sorreggere a testa alta. E ognuno si arrangia come può. Come Doug (Ben Affleck), all’apparenza il classico bravo ragazzo, gentile e premuroso: lui a intraprendere una strada diversa c’aveva provato, con una carriera sportiva finita però troppo presto. Così, come il padre prima di lui (Chris Cooper) ancora in galera, decide di crearsi la sua banda e di imporsi nella città con ben orchestrate rapine alle banche. La sua intelligenza e la sua freddezza sono in contrasto con l’impulsività e la rabbia del suo braccio destro, e amico d’infanzia, Jem (Jeremy Renner, The Hurt Locker), che durante l’ennesima rapina decide di prendere in ostaggio la direttrice dell’istituto, Claire (Rebecca Hall). La donna viene rilasciata subito dopo, ma Doug, per scoprire se sa qualcosa che potrebbe mettere in pericolo lui e i suoi compari, comincia a seguirla. E se ne innamora. Intanto la polizia lo bracca sempre più da vicino…

Fare il bis è sempre difficile, soprattutto quando l’esordio sorprende tutti. Ben Affleck, bistrattato attore della nuova Hollywood mai stato capace di lasciare il benché minimo segno con nessuna delle sue tante interpretazioni, stupì tutti tre anni fa con una folgorante opera prima, quel Gobe Baby Gone tratto da Lehane che più passano gli anni più fa aumentare la sua schiera di estimatori. Caso isolato? Evento irripetibile? O, i più cattivi insinuano, ghost director alla sue spalle? Ma Affleck il pallino autoriale l’ha sempre avuto (non dimentichiamo che già tredici anni fa, in coppia con Matt Damon, vinse un Oscar per la sceneggiatura di Will Hunting), e forse se non fosse stato per il bell’aspetto che gli ha facilmente aperto le porte della recitazione, ci si sarebbe dedicato fin da subito. Con The Town continua il suo discorso sulla criminalità bostoniana, e sulle modalità di redenzione che un uomo ha a disposizione per uscire da una vita che è stato costretto a crearsi. E se nei polizieschi è frequente la coppia sbirro buono/sbirro cattivo, qui invece lo scontro è tra criminale buono e criminale cattivo (Affleck e Renner), entrambi con un passato alle spalle duro da dimenticare.

The Town è spettacolare, avvincente e intelligente, ma anche più cerebrale e meno emotivo del suo predecessore. La sceneggiatura è forte, precisa e offre più di un ottimo spunto, lasciandosi andare anche a non troppo velate accuse contro l’attuale sistema poliziesco americano (esemplare un momento nel quale una guardia fa finta di non vedere i ladri all’opera, o lo sfogo del detective che non ha mezzi sufficienti per incastrare la banda perchè “nessuno di loro si è ancora convertito all’Islam”…), inoltre – caso raro – offre anche dei ruoli femminili forti (Rebecca Hall ma anche l’ottima scelta Blake Lively) e non relegati a sole pedine sullo sfondo. La trama non segue schemi, quindi il film è imprevedibile ed inaspettato. Dubbi si possono avanzare sull’interpretazione di Ben Affleck, stavolta assoluto protagonista, che ancora non riesce assolutamente ad essere incisivo. Molto meglio Renner e soprattutto il grande Jon Hamm di Mad Men, mentre le partecipazioni di ottimi comprimari come Chris Cooper e Pete Postlethwaite rendono il cast di contorno davvero eccellente.

Paragonato da più parti, e a ragione, al Cavaliere oscuro per come affronta in modo molto analogo il tema della criminalità (e sfido chiunque a non ripensare al prologo del film di Nolan quando anche The Town inizia con una rapina in banca ad opera di tizi mascherati…), il film offre anche più di una scena di adrenalinica azione, di inseguimenti tra le strade di Boston e sparatorie all’ultimo respiro. Ciò che una produzione di Hollywood dovrebbe sempre coniugare: contenuto ed entertainment.

Il film sarà nelle sale americane da questo weekend e in quelle italiane dal prossimo 8 ottobre. Segue il trailer italiano.

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I’m Still Here (Usa, 2010) di Casey Affleck

Il voto di Paolino è… 5

Bufala o realtà? Da due anni è il mistero più martellante di Hollywood. Nel 2008, poco prima dell’uscita del suo ultimo film da protagonista, Joaquin Phoenix annuncia il suo ritiro dalle scene per perseguire la sua carriera da cantate hip-hop. Si dà all’ingrasso, si fa crescere una foltissima barba e inizia a delirare. Rovina, di fatto, la promozione al bel film di James Gray in cui divideva la scena con Gwyneth Paltrow, si presenta in atteggiamento catatonico da David Letterman (qui il video, con la celebre frase ormai diventata di culto “Joaquin, mi dispiace che tu non sia potuto essere qui stasera”), scatena risse nei pub (qui l’altro video) e cerca in tutti i modi qualcuno che gli produca l’album da solista. Invano. Poi ad un certo punto si viene a sapere che il suo amico e cognato Casey Affleck lo sta riprendendo incessantemente  e che ne voglia fare un documentario. Si sparge l’idea che quindi sia tutta una montatura, una finzione, per farne una sorta di nuovo Borat. Invece pochi giorni fa alla presentazione veneziana del film, fuori concorso, Casey Affleck smentisce tutto e afferma ancora una volta che è tutto vero, che questa è la vita di Joaquin.

Bisogna credergli? Difficile dopo aver visto il film. Alcuni momenti sono palesemente organizzati, e difficilmente un uomo in quelle condizioni psicofisiche accetterebbe di buon grado di farsi riprendere 24 ore su 24 da più telecamere, io credo.  Inoltre, per sottolineare la puzza di bufala, vorrei far notare che il film inizia PRIMA che Phoenix impazzisca e annunci il suo ritiro. Affleck lo stava GIA’ filmando. Perchè lo avrebbe dovuto fare se, come afferma durante il film, non aveva idea dell’annuncio che avrebbe fatto alla stampa sulla fine della sua carriera di attore di lì a poco?

Vero o finto che sia, I’m Still Here in ogni caso è un brutto film. Vi ho postato sopra i due link ai video più celebri della “nuova vita” di Phoenix non a caso: di entrambi quei momenti, nel doc(mock)umentario assistiamo al “prima” e al “dopo”, e ad una situazione personale che, intendiamoci, non può essere frutto di sola “recitazione” (una così bella scena di vomito a comando sarebbe dura da realizzare…) ma che probabilmente viene ingigantita non poco. Affleck non dà al suo film alcun capo e alcuna coda, e quando ci prova, facendo tornare sul finale Joaquin dal padre a Panama, diventa fortemente stucchevole. Fa bene il regista a cercare spesso di sdrammatizzare la situazione, montando ad esempio varie parodie  del Joaquin disorientato che circolano sul web, tra cui quella celebre di Ben Stiller agli Oscar (video): lo stesso Stiller tra l’altro è presente nel film, quando va a proporre a Phoenix la sceneggiatura di Greenberg (per il ruolo poi andato a Rhys Ifans), e i due si rendono protagonisti di un vivace battibecco nel quale Stiller viene accusato da Phoenix di essere in “atteggiamento recitativo” di fronte alle telecamere che riprendono il tutto. Ampio spazio nel film ha anche P. Diddy, cercato da Phoenix come possibile produttore del suo disco. Anche qui, la puzza di “combine” è fortissima.

Ma I’m Still Here delude prima, ripeto, dal punto di vista cinematografico: è vuoto, non dice o aggiunge nulla a ciò che chi conosce la vicenda già sa (e chi non ne sa nulla non credo si scomoderà ad andare a vederlo). Affleck monta il film con l’accetta, senza plasmarlo, senza dargli una forma che trasudi un qualche messaggio. E’ la vita di Joaquin, punto. Questa è la giustificazione del regista. Ma è impossibile scindere il film dalla realtà: se in conferenza stampa regista e protagonista (che era presente al Lido ma non si è mai voluto mostrare il pubblico) avessero ammesso la truffa, il voto sarebbe stato probabilmente diverso. Invece il mistero continua, l’ambiguità è tanta. Il pubblico alla presentazione in sala rideva spesso e volentieri. Se tutto fosse finto, la risata ci potrebbe stare. Ma se quello che si vede sullo schermo è reale, allora tutte quelle risate sguaiate sarebbero state quantomeno inopportune, perchè saremmo davvero di fronte al ritratto di un uomo in grave crisi.

Il film uscirà negli States il prossimo 10 settembre. Nessuna notizia di un acquisizione da parte di un distributore italiano per il nostro mercato. Segue il trailer.

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settembre 7th, 2010Venezia 2010: SOMEWHERE

Somewhere (Usa, 2010) di Sofia Coppola, con Stephen Dorff, Elle Fanning, Michelle Monaghan

Il voto di Paolino è… 3½

Non c’è niente da fare: quando un autore decide di darsi all’autobiografia (pur negandola nelle interviste) fa quasi sempre flop. Stavolta il tonfo è pesante per Sofia Coppola, che memore dei suoi trascorsi fanciulleschi da “figlia di cotanto padre” si inventa (ma poi che c’era da inventarsi visto che il tutto si è già visto centinaia di volte?) la vicenda di una star di Hollywood, tale Johnny Marco (Stephen Dorff) impegnato in una solitudine autostruttiva e in un disinteresse totale per il suo lavoro e il suo successo. Vive in un hotel, si circonda di spogliarelliste, fa sesso più per dovere che per esigenza. Quando nella sua vita piomba la figlioletta Clio (Elle Fanning), che ama molto ma che vede raramente. La sua presenza – che inaspettatamente si dovrà protrarre per più del previsto – impone un radicale cambiamento di stile di vita a Johnny. Insieme i due voleranno in Italia per il ritiro di un Telegatto (…), frequenteranno casinò e in fin dei conti vivranno una vita vera, come ogni padre e ogni figlia.

Il nulla messo su schermo. Somewhere ripropone l’archetipo della star depressa senza mai graffiare, adagiandosi sui cliché (la star amica del personale dell’hotel), su assurde banalità, su irritanti messe in scena. Il cinema silenzioso e poetico a cui si aveva abituati Sofia Coppola con Lost in Translation e Marie-Antoinette diventa così stucchevole e irritante. La scena in Italia, alla quale partecipano Simona Ventura, Nino Frassica, Valeria Marini e Maurizio Nichetti, anzichè impietosa verso la tragica pochezza e futilità del mondo delle paillettes si rivela addirittura tenera, almeno fino a quando star e figliola non si danno alla fuga per tornare in America al più presto. Pochi i momenti riusciti, tra i quali segnalo il photocall durante il quale fa la sua apparizione-cameo Michelle Monaghan e durante il quale Dorff dà una strabiliante prova di recitazione. Simpatica, ma lo sarebbe stato ancor di più se non avesse parlato, la comparsata di Benicio Del Toro.

Una cocente delusione, un film che pur non annoiando mai riesce a non dire assolutamente nulla per 90 minuti, e che anzichè mostrare il vuoto interiore del protagonista mostra il vuoto ben più visibile della sceneggiatura. Senza parlare del finale, nel quale viene fatta fuori (non fisicamente!) la piccola figlioletta senza troppi complimenti prima di dedicare l’ultima sequenza ad un’uscita di scena dell’attore estramamente banale ed insensata, in stile western (!)

Presentato in concorso al Festival di Venezia, e già in sala in Italia, uscirà negli USA il prossimo 24 dicembre. Segue il trailer.

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giugno 11th, 2010THE HOLE

Tthehole_09he Hole (Usa, 2009) di Joe Dante, con Chris Massoglia, Teri Polo, Haley Bennett, Nathan Gamble, Bruce Dern

Il voto di Paolino è… 6½

Dane e Lucas sono due fratelli che da anni, con la madre, sono costretti a traslocare di città in città, di casa in casa, per sfuggire ad un passato che non vogliono ricordare. Giunti in una villetta a Bensonville, scoprono nel seminterrato della loro abitazione una botola apparentemente senza fondo. Anche la vicina di casa Julie, incuriosita (e attratta dal giovane Dane) si unisce a loro per cercare di capire dove possa portare quell’infinito buco. Intanto però creature inquietanti e vecchi incubi si fanno vivi per popolare gli incubi – e non solo – dei tre giovani protagonisti.

Noi a Joe Dante vogliamo bene. No? Non ha fatto mai nulla di male al cinema. Anzi, diciamo che si è distinto con prodottini per ragazzi che bene o male tutti ricordano, da Piranha a Gremlins passando per Small Soldiers, dotati di una dose di umorismo e spensieratezza mica da ridere. E’ con lo stesso piglio che è tornato al “family horror”, stavolta in 3D, con The Hole, nel quale però purtroppo manca quel gusto per il dileggio, quella satira nascosta, quel cinismo di fondo che più di una volta facevano capolino nei suoi lavori precedenti.

The Hole se vogliamo potrebbe sembrare tranquillamente una puntata allungata dei mai compianti volumetti della serie Piccoli Brividi che da ragazzini tutti leggevamo, con una componente adolescenziale più marcata, che immerge appieno le mani nelle prime pulsioni ormonali dei protagonisti Dane e Julie. E’ anche sotto questo aspetto che il film di Joe Dante (che dopo essere stato presentato quasi un anno fa alla Mostra di Venezia siamo il primo Paese al mondo, USA compresi, a distribuire in sala: misteri sul perchè…) regala alcuni frammenti impietosi ma brillanti sugli adolescenti di oggi, vedi l’ossessione maniacale di Dane per i suoi capelli, che si sistema più volte ogni qualvolta sta per incontrare la bionda e provocante vicina.

A Joe Dante noi vogliamo bene perchè continua, con il suo cinema giocoso, brillante e spensieratamente ingenuo (ricordo anche l’ottimo Looney Tunes: Back in Action con Brendan Fraser di qualche anno fa) ad essere il primo a non prendere sul serio la fabbrica dei sogni e a regalarci spesso piccole perle da incorniciare. Forse The Hole non è il suo film più riuscito ma è onesto e divertente, senza altre pretese che quelle di mettere a disposizione un genere “adulto” anche ai più piccoli e alle famiglie, per poi riderne a tavola il giorno dopo.

Segue il trailer.

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maggio 26th, 2010Anteprima: THE ROAD

theroadThe Road (Usa, 2009) di John Hillcoat, con Viggo Mortensen, Kodi Smit-McPhee, Charlize Theron, Robert Duvall, Guy Pearce, Molly Parker

Il voto di Paolino è… 7

Pubblicata da me anche su Trailersland.com

In un’epoca imprecisata, ma in un futuro ben più prossimo di quanto possiamo pensare, il mondo risulta praticamente morto in seguito ad una non meglio precisata catastrofe. Tra le strade arse e deserte, senza più energia elettrica o vegetazione, ancora circolano sparuti gruppi di persone alla costante ricerca di acqua, di vecchio cibo in scatola e di un riparo. Tra loro un padre (Viggo Mortensen, Il Signore degli Anelli, A History of Violence) e un figlio (Kodi Smit-McPhee) cercano di raggiungere l’oceano camminando verso sud in un estremo tentativo di sopravvivenza, ma la fame li attanaglia e i pericoli sono costantemente in agguato a causa di umani che il cataclisma ha reso folli, pronti a tutto e, persino, cannibali.

Tratto dal romanzo di Cormac McCarthy (lo stesso autore di Non è un paese per vecchi) vincitore del Premio Pulitzer nel 2007, The Road riesce a ricreare sul grande schermo una convincente America post-apocalittica piena di insidie e di paure, la cui polvere, l’umidità, lo sporco e l’aria pesante traspaiono distintamente attorno ai due protagonisti del film. Protagonisti soli contro il mondo, baluardi del vero tema portante del film, ovvero un toccante rapporto padre-figlio fatto di totale fiducia, di lucidità anche nella più estrema delle situazioni, e di amore assoluto. Il genitore, ovviamente protettivo nei confronti del piccolo, non manca però di considerarlo ben più maturo della sua età vista l’esperienza che sta attraversando, senza cercare quindi di nasconderlo alla vista dei cadaveri imputriditi dai vermi e insegnandoli addirittura, in un momento di grande tensione, quale sarà il modo giusto per suicidarsi in caso dovesse rimanere solo al mondo. Il viaggio dei due sulla loro Strada è come suddiviso in capitoli, in atti: il pericolo, con le orde di sopravvissuti assetati di carne umana; l’orrore, quando i due troveranno un vero e proprio macello di loro simili ancora in vita; la speranza, grazie ad un magazzino sotterraneo che per un po’ riporterà il sorriso sui loro consunti volti; la compassione, con l’emozionante e commovente Robert Duvall nei panni di un vecchio la cui speranza è ancora forte; la dura realtà della guerra, quando verso il finale il padre dovrà compiere una scelta di vendetta impopolare ma a suo parere dovuta. Il tutto intervallato, ed è questo il tasto più dolente della pellicola, da continui flashback dedicati al loro passato, a quando il nucleo familiare era completato dalla madre Charlize Theron, la quale, pur dando al suo personaggio una connotazione interessante e sofferta, non giustifica le inutili interruzioni del racconto che, oltre a smorzare la tensione, erano anche quasi del tutto assenti nel testo di McCarthy. A conti fatti, se il suo personaggio fosse stato completamente tagliato, il film ne avrebbe giovato non poco.

La trasposizione in fin dei conti funziona soprattutto grazie all’intelligente sceneggiatura di Joe Penhall (L’amore fatale), mentre la regia di John Hillcoat (autore dell’interessante western postmoderno La proposta con Guy Pearce, che proprio in The Road ha un cameo finale) lascia coscientemente che a parlare al pubblico siano le tristi immagini di un mondo ormai incenerito. La clamorosa interpretazione di Viggo Mortensen, infine, è da pelle d’oca. E’ un’ingiustizia che la “stagione dei premi” non gli abbia tributato il giusto onore. Debole invece la performance del piccolo Smit-McPhee, un vero peccato.

In sala da venerdì 28 maggio. Segue il trailer.

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aprile 19th, 2010CELLA 211

celda211Celda 211 (Spagna/Francia, 2009) di Daniel Monzon, con Alberto Ammann, Luis Tosar, Carlos Bardem, Marta Etura, Antonio Resines

Il voto di Paolino è… 8

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Juan Oliver (Antonio Ammann) è un giovane ragazzo spagnolo che ha appena ottenuto un impiego da secondino in un carcere. Per prendere confidenza con il luogo decide di presentarsi sul posto il giorno prima di prendere effettivamente servizio. Pessima scelta, perchè proprio quel giorno scoppia una rivolta dei detenuti e per un triste scherzo del destino Juan si ritrova bloccato nel braccio di massima sicurezza circondato da pazzi e assassini che lo credono uno come loro appena arrivato. Dovrà cercare di rendersi credibile come criminale ai loro occhi e di non fare scoprire la sua vera identità, in attesa che la rivolta sia sedata.

E’ uscito nelle sale italiane uno dei film più osannati della scorsa Mostra di Venezia, nonché vincitore di 8 premi Goya (i riconoscimenti del cinema spagnolo) dove ha battuto anche i più strombazzati Agorà di Amenabar e persino Il segreto dei suoi occhi, a cui l’Academy ha invece assegnato poche settimane fa l’Oscar come miglior film straniero. Il semidebuttante Daniel Monzon entra così di diritto nel novero dei nuovi cineasti spagnoli da seguire e amare (da Balaguerò a Bayona, da De La Iglesia al già citato Amenabar), grazie a questa solidissima e tesa prova che tiene letteralmente col fiato sospeso per tutta la sua durata. Cella 211, dal nome della stanza da cui la disavventura del povero Juan prende il via, travalica il confine del mero genere carcerario per farsi anche dramma umano e sociale. Durante lo svolgimento della storia la sceneggiatura porta a galla anche tematiche molto serie, come i disagi dei detenuti di massima sicurezza e i loro diritti violati, per poi passare grazie ad un autentico script meravigliosamente ad incastro a portare in gioco anche gli affetti familiari del giovane protagonista, con una moglie incinta che entra piano piano nel racconto e ne diventa epicentro.

Un paio di piccole scivolatine poco chiare nella parte centrale si dimenticano in fretta, mentre il film prosegue senza mai un attimo di stanchezza o di tregua verso un finale impietoso. La violenza c’è ma viene dosata e soprattutto controllata, quasi regolarizzata dai detenuti (molti dei quali sono stati interpretati da veri condannati in libertà vigilata grazie alla collaborazione di autorità penitenziarie spagnole), e le interpretazioni dei due protagonisti principali sono trascinanti, vigorose e possenti. Se Luis Tosar nel ruolo di Malamadre, capo della rivolta,  è una garanzia del cinema spagnolo, un attore versatile e massiccio capace di ogni più minuscola sfumatura, stupisce ancor più la prova del giovane Antonio Ammann, praticamente un debuttante (tra l’altro identico a James McAvoy) che letteralmente si trasforma sotto i nostri occhi da impaurito agnellino a temerario leone.

Una storia sporca, dura e provocatoria da vedere assolutamente. Segue il trailer.

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iosonolamore(Italia, 2009) di Luca Guadagnino, con Tilda Swinton, Flavio Parenti, Edoardo Gabbriellini, Alba Rohrwacher, Pippo Delbono, Diane Fleri, Gabriele Ferzetti, Maria Paiato

Il voto di Paolino è… 4

Innanzitutto voglio rispondere subito alla domanda che vi starete ponendo: che ci fa il premio Oscar Tilda Swinton, una delle più brave e richieste attrici americane del momento, in un film italiano diretto da un regista noto giusto per aver portato sul grande schermo quello scempio di Melissa P.? In realtà tra lei e il regista Luca Guadagnino c’è davvero una forte amicizia e stima, nata fin dal 1999 quando lei era ancora pressoché sconosciuta e fu la protagonista del suo documentario The Protagonists. Da allora la collaborazione è continuata fino a questo Io sono l’amore, di cui la Swinton è anche produttrice.

La storia è ambientata nel mondo dell’alta borghesia milanese, dove Emma (Swinton) è la moglie russa del magnate Tancredi Recchi. Insieme portano avanti un rapporto non più tanto appassionato, vivendo nel loro immenso ma freddo palazzo con i tre figli Elisabetta (Alba Rohrwacher), lesbica insicura, Gianluca, cinico e ansioso di seguire le orme del padre, ed Edoardo (Flavio Parenti), giovane idealista che sogna di aprire un ristorante sui colli con l’amico chef poveraccio Antonio (Edoardo Gabbriellini). Proprio quest’ultimo scombussolerà la silenziosa vita di villa Recchi, iniziando con Emma una passionale ma pericolosa relazione.

Il film vorrebbe dire: non crediate che i borghesotti arricchiti non abbiano i loro problemi. Non vedo come tutto ciò potrebbe interessare al pubblico, ma ci starei anche se la pellicola, che vuole muoversi in ambienti sfarzosi ed incantevoli, riuscisse a farlo con la dovuta eleganza. Perchè proprio chi questo è riuscito a farlo egregiamente, Luchino Visconti, è stato tirato in ballo indegnamente come pietra di paragone per questa immane porcata. Guadagnino utilizza la macchina da presa come farebbe vostro nipote al matrimonio di zia Concetta, senza una buona idea, e con accostamenti metaforici arditi (scult una sequenza di sesso all’aperto intervallata dalle api che impollinano i fiori… da brividi!) La Swinton dal canto suo avrà anche creduto fermamente nel progetto (concedendosi anche completamente nuda con le sue non proprio godibili forme all’occhio clinico dell’obbiettivo) ma fa il minimo sindacale e recita alla meno peggio, contorniata da un mucchio di cani, chi più chi meno. E se la forma non è un granchè, ci pensa la trama a peggiorare la situazione, l’ennesima in cui è il cibo a fare da viatico per l’amore e la passione, facendo finire insieme la Swinton e Gabbriellini (oddio!!), una coppia paragonabile per bellezza e credibilità a quella formata da Cristiano Malgioglio e Michelle Pfeiffer. Tra l’altro se bastasse un dolce fatto bene per essere pieni di donne, Vissani non riuscirebbe più a scollarsele di dosso!

Un film falso e ipocrita, un’opera poco più che indegna sottolineata dalle inascoltabili musiche (vagamente hitchcockiane) del debuttante John Adams, nome che mi sa tanto da pseudonimo. Presentato a Venezia Orizzonti, sarà nelle sale da venerdì 19 marzo. Segue il trailer.

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gennaio 20th, 2010A SINGLE MAN

asinglemanA Single Man (Usa, 2009) di Tom Ford, con Colin Firth, Julianne Moore, Nicholas Hoult, Matthew Goode, Ginnifer Goodwin

Il voto di Paolino è… 7½

Anno del Signore 1962, Los Angeles. Il professore universitario George Falconer (Colin Firth) si ritrova improvvisamente solo dopo che il suo ragazzo Jim (Matthew Goode) muore in un incidente stradale mentre era andato a trovare i genitori. Per volere della famiglia del defunto, non gli è neppure concesso di partecipare al funerale dell’uomo – o meglio del ragazzo, vista la notevole differenza di età – con cui aveva passato gli ultimi 16 anni di vita. George entra così in un profondo stato di sopita disperazione che cercherà di affrontare con l’aiuto dell’amica del cuore Charley (Julianne Moore), mentre il suo giovane alunno Kenny (Nicholas Hoult) cercherà di tenergli compagnia ignaro di quello che l’uomo sta passando.

Incredibile opera prima dello stilista americano Tom Ford, A Single Man riesce in un’impresa quantomai stupefacente: parlare di puri e gloriosi sentimenti essendo al contempo sfarzoso e patinato, elegante e virtuoso, retrò ma moderno. Non svela nulla di nuovo il film di Ford, non insegna e non sale in cattedra: racconta solo la storia di un uomo, di un amore straziante finito troppo presto, di una relazione di cui rimane soltanto un passato e non più un futuro. Un film banale nel senso più prezioso del termine: è banale perchè parla di cose banali. Dal bar che ci ricorda il primo incontro con la persona della nostra vita, al cagnolino che per strada ci fa tornare alla mente l’animale domestico che ci teneva compagnia in casa, alla foto che riporta alla luce i lunghi pomeriggi sulla spiaggia. Oggi tutto questo non c’è più, resta soltanto il dubbio su come possa continuare la vita senza di lui. Sempre che sia il caso di continuarla. E se si scegliesse di farla finita, in quale modo? Magistrale in questo senso la scena in cui George cerca di trovare il modo più “elegante” con il quale spararsi un colpo di pistola in bocca, la posizione più consona affinchè il corpo venga sì trovato senza vita ma comunque con una dovuta dignità. A Single Man ritrae un uomo in confusione, che non sa più cosa chiedere alla vita perchè l’unica cosa che voleva gli è stata tolta: e così quando gli si presentano davanti dei ragazzi desiderosi e disponibili con cui potrebbe facilmente dimenticare il suo amato anche solo per un’ora, la sua risposta è un gentile diniego, quasi paternalistico.

Tom Ford utilizza clichè collaudati dal cinema melodrammatico, flashback e ralenti che si soffermano su elementi che lui ritiene imprescindibili, ma con una raffinatezza di sguardo e di linguaggio che incanta, colpisce, spesso spaventa. Calca la mano – anche troppo – sugli squilibri cromatici della fotografia di Eduard Grau e si avvale di una straordinaria colonna sonora firmata dal polacco Abel Korzeniowski, giustamente candidato al Golden Globe e speriamo anche all’Oscar. E se ad infondere classe al film ci pensa anche la splendida e sempre grande Julianne Moore, lascio appositamente per ultima la mia considerazione su Colin Firth, un attore che chi segue i miei commenti sa che ho sempre bistrattato. Ebbene, questa non potrà che essere la prova della vita di Colin Firth. Incredibilmente trasformato e quasi irriconoscibile, Firth si cala mimeticamente nel suo personaggio, gli infonde una gamma straziante di connotazioni che l’attore inglese trasmette quasi impercettibilmente, senza mai calcare la mano neppure laddove si sarebbe potuto fare (penso alla scena del litigio con Charley) restando alla larga dal macchiettismo. Una prova di grandezza assoluta che sarà difficile ripetere.

Piccola curiosità: voglio rendervi partecipi del mio stupore quando ho scoperto che Nicholas Hoult, l’etereo biondino che nel film tenta di sedurre il protagonista spudoratamente anche senza vestiti, altri che non è che il candido bambino che otto anni fa rendeva impossibile la vita a Hugh Grant in About a boy. Pazzesco questo cinema…

Segue il trailer.

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gennaio 11th, 2010[REC] 2

Locandina italiana [Rec] 2[•REC]² (Spagna, 2009) di Jaume Balaguerò, Paco Plaza, con Manuela Velasco, Ferran Terraza, Javier Botet, Pablo Rosso

Il voto di Paolino è… 6½

E’ davvero un’epidemia quella che ha colpito l’edificio in quarantena in quella strada di Barcellona? Così ancora credono all’esterno, e così crede la squadra delle forze speciali che irrompe nel condominio alla ricerca di sopravvissuti, guidata da un uomo che in realtà si rivelerà ben più informato degli altri riguardo alla faccenda. Nel frattempo un gruppo di adolescenti appena fatti sgomberare dal tetto dell’edificio trova il modo di rientrarci per osservare da vicino quello che sta succedendo. Tutti, ovviamente, sono muniti di videocamera…

Presentato, come il primo episodio, alla Mostra di Venezia, il nuovo film di Balaguerò e Plaza enuncia fin dal titolo la loro dichiarazione d’intenti: non REC 2, ma REC “alla seconda”. Tutto è potenziato, tutto esplode, tutto è maggiorato: non più un solo punto di vista ma molteplici e di diverse qualità visive (i vari membri della squadra d’assalto hanno ognuno la propria microcamera HD sul caschetto, mentre i ragazzini in vena di baldoria producono riprese amatoriali), e soprattutto una trama che vira, svolta bruscamente addentrandosi in un territorio esoterico – ricordate la rivelazione con il quale si chiudeva il primo film? – particolarmente pericoloso. Rec 2 osa, rischia, prende percorsi tortuosi per cercare di non risultare una semplice fotocopia del primo film, e per questo sbanda, sfora, buca le gomme ma riesce comunque a rimanere in carreggiata e a portare a casa un minimo risultato. Il dubbio amletico che mi assale, soprattutto alla luce della trovata più discutibile e mal riuscita dell’intero film (verso la fine, ha a che fare con le proprietà del “buio”) è che la pellicola venga in qualche modo “salvaguardata”, anche se non priva di notevoli sbavature di sceneggiatura, perchè proveniente dal vecchio continente e quindi meritevole di più attenzione rispetto a prodotti simili americani.

Resta in ogni caso una dignitosa seconda parte di uno degli esperimenti più interessanti e riusciti dell’horror degli ultimi anni. Speriamo però, per il bene della saga e alla luce del finale, che non venga prodotto un terzo episodio.

Segue il trailer.

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dicembre 5th, 2009Anteprima: DIECI INVERNI

la-locandina-di-dieci-inverni-138907(Italia/Russia, 2009) di Valerio Mieli, con Isabella Ragonese, Michele Riondino, Vinicio Capossela, Luis Molteni, Roberto Nobile

Il voto di Paolino è… 6½

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Per Camilla (Isabella Ragonese) il passo è grande. E’ il 1999, e per la prima volta andrà a vivere da sola, a Venezia, per frequentare l’università. Sul vaporetto che la sta portando alla sua nuova abitazione, un rudere fatiscente da poter chiamare comunque “casa”, incontra Silvestro (Michele Riondino), anch’egli studente fresco di trasferimento. Due occhiate fugaci e il ragazzo parte all’attacco: scende alla fermata di lei (“per sbaglio”, dirà poi) e le chiede ospitalità per la notte. Ma non aspettatevi nulla di che: tra i due non sarà certo un colpo di fulmine, anzi. Per ben dieci anni si scontreranno, si incontreranno, si perderanno e si ritroveranno, tra le nebbiose e invernali calli veneziane e più di un viaggio nella gelida Russia, dove Camilla volerà per perfezionare la lingua da lei studiata e dove la attenderanno esperienze inaspettate.

Premiata allo scorso Festival di Venezia, esce in sala l’opera prima di Valerio Mieli (allievo del Centro Sperimentale di Cinematografia) tratta dal soggetto che gli è valso il diploma e coprodotta da Italia e Russia, dove si svolge buona parte della vicenda utilizzando anche vari attori locali. Non esente da difetti, caratteristica comune a quasi tutti gli esordi “scolastici” che peccano nel volere stradire e strafare, Dieci inverni è comunque un interessante e riuscito spaccato di vita giovanile, fortemente ancorato alla realtà (anche dura, ben dipingendo la vita e le sofferenze che sono costretti ad affrontare gli studenti fuori porta senza una famiglia di lorsignori alle spalle) che utilizza il pretesto di una storia d’amore che fatica a compiersi per parlare più in generale di sentimenti, di affetti, di speranza per il futuro. Gran parte del merito della riuscita del film va ai due bravi e freschi interpreti: la sempre impeccabile Isabella Ragonese (Oggi sposi, Il cosmo sul comò) e la buona promessa Michele Riondino (Il passato è una terra straniera, Fortapasc), che nasconde dietro la facciata da furbetto del quartierino una malinconia estremamente tangibile. A completare il quadro la comparsa speciale di Vinicio Capossela.

Si diceva anche dei difetti, però. Proprio per il voler raccontare tanto, se non troppo, il film ad un certo punto entra in un cerchio dal qualche sembra far fatica ad uscire, e mentre per i “primi inverni” si prende il tempo utile al racconto, verso la fine comincia a diventare frettoloso e meno incisivo. A fine proiezione un signore al mio fianco ha sbottato: “Ma siamo pazzi? Dieci inverni per ‘na scopata?!”. E in effetti è una critica legittima, al di là di come sia stata formulata: ne sarebbero bastati meno, diciamo cinque, e l’effetto sarebbe stato buono ugualmente, anche perchè il materiale non sarebbe mancato comunque. In ogni caso, mi associo a quanto scritto da Andrea Morandi su Ciak: “E’ questo il cinema italiano che vogliamo vedere”.

Il film esce venerdì 10 dicembre. Segue il trailer.

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