novembre 4th, 2009CAPITALISM: A LOVE STORY

capitalismalovestoryCapitalism: A Love Story (Usa, 2009) di Michael Moore

Il voto di Paolino è… 6½

Ogni film di Michael Moore è sempre un’illuminazione. Ci ricorda come con poche, semplici ricerche, un uomo possa mettere alla berlina istituzioni e persone d’alto rango. Questa volta il bersaglio è l’economia americana, con la famigerata crisi che sta mettendo in ginocchio il mondo intero. Le banche, gli istituti di credito, i politici: tutti sotto accusa per capire cosa è andato storto. E per Moore la risposta è una sola: il capitalismo non può andare d’accordo con la democrazia. L’uno annulla l’altra. Una provocazione forte, quella portata avanti dal documentarista, che fa testimoniare persino il proprio padre e richiama in causa la sua cittadina d’origine, Flint, già protagonista del suo film d’esordio, Roger & Me, i cui temi erano pressochè gli stessi, solo vent’anni fa.

E allora eccoci a scoprire il mercato che sta sotto gli sfratti, con i cosiddetti Avvoltoi che rivendono a caro prezzo case pignorate e acquistate da loro a pochi spiccioli; e poi l’incredibile, comprovata, storia delle aziende che stipulano polizze sulla vita dei loro dipendenti all’insaputa degli stessi, e che si dispiacciono quando il loro “piano di morte” annuale non raggiunge i profitti sperati! I ladri, i furbetti del quartierino, i rapinatori, non sono solo quelli che entrano nelle banche col volto incappucciato puntando una pistola all’addetto al di là dello sportello: è proprio da chi sta al di là dello sportello che bisognerebbe guardarsi. Non che fosse una novità…

E’ un Moore molto più arrabbiato, serio e visibilmente stanco quello di Capitalism: A Love Story rispetto ai suoi lavori precedenti. Poca ironia, molti numeri e tanti paroloni: un film che può facilmente risultare poco comprensibile a chi non mastica Il Sole 24 Ore quotidianamente, e che trova in questo piccolo ma significativo particolare uno dei suoi tasti dolenti. Per il resto non si può che plaudirlo ancora una volta, il mondo ha bisogno di persone come lui.

Segue il trailer.

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ottobre 16th, 2009LO SPAZIO BIANCO

lospaziobianco(Italia, 2009) di Francesca Comencini, con Margherita Buy, Gaetano Bruno, Giovanni Ludeno, Antonia Truppo, Maria Paiato, Guido Caprino

Il voto di Paolino è… 7

Maria (Margherita Buy) è una donna single che vive sola dopo essersi trasferita a Napoli per il suo lavoro di insegnante alle scuole serali. Il suo unico amico è il collega Fabrizio, con il quale si confida e si sfoga.  Durante uno dei suoi numerosi pomeriggi al cinema in solitaria incontra Pietro, ragazzo padre con figlioletto appresso, con il quale inizierà una passionale relazione che terminerà quando lei scoprirà di essere incinta. Rimasta nuovamente sola, Maria dovrà affrontare la nascita prematura di sua figlia al sesto mese con relativo calvario per aspettare che la piccola finisca di crescere in incubatrice: vivrà o morirà?

Da Francesca Comencini (della quale avevo detestato A casa nostra) arriva questo toccante ritratto di donna fragile e isolata dal mondo che si ritrova, di punto in bianco e in un’età non più giovanissima, a dover assistere un fagotto scuro che ha pochi mesi di vita ma è già costretto a lottare strenuamente per poterla continuare. Un film sull’attesa, lento e delicato ma mai noioso, anzi appassionante e coinvolgente grazie ad una stupenda Margherita Buy (decisamente la miglior attrice italiana vivente, non c’è alcun dubbio), che per una volta dimentica i personaggi isterici e nervosi che i registi sono soliti affidarle e si fa incredibilmente sobria dando vita ad un’interpretazione che passa dal comico al doloroso con una delicatezza encomiabile.

E’ una Napoli “da favola” a fare da sfondo alla storia, ed è qui che forse Lo spazio bianco pecca leggermente. Gli studenti dei corsi serali di Maria rasentano la macchietta, e la bonarietà partenopea, che serve a smorzare la tensione e a dare respiro allo spettatore, alla lunga indispone leggermente. Malgrado questo però il film regala allo spettatore una storia inconsueta e onesta fortemente ancorata alla realtà (tranne per un surreale inserto musical che faccio finta di non aver visto).

Il film è passato in concorso al Festival di Venezia. Segue il trailer.

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baariaBaarìa (Italia, 2009) di Giuseppe Tornatore, con Francesco Scianna, Margareth Madè, Salvo Ficarra, Valentino Picone, Raoul Bova, Giorgio Faletti, Leo Gullotta, Nicole Grimaudo, Gabriele Lavia, Angela Molina, Enrico Lo Verso, Nino Frassica, Aldo Baglio, Marcello Mazzarella, Luigi LoCascio, Beppe Fiorello, Donatella Finocchiaro, Lina Sastri, Laura Chiatti, Luigi Maria Burruano, Paolo Briguglia, Corrado Fortuna, Monica Bellucci, Michele Placido, Vincenzo Salemme

Il voto di Paolino è… 6-

Scelta tristemente prevedibile quella di mandare Baaria a Hollywood come candidato italiano alle prossime nomination agli Oscar, dettata come succede molto spesso più dalla notorietà del regista che dal progetto in sé. Tornatore in America ancora qualcuno (pochi) se lo ricorda, e quindi proviamo a imbambolarli con sto polpettone per vedere se ci cascano.

Polpettone sì, ma sia detto con simpatia. Perchè dopo Michele Placido (che ha una parte pure qui) e il suo Smorto Sogno, pure Peppuccio Tornatore quest’anno ha voluto rifilare agli italiani il suo filmetto autobiografico. Filmetto costato 25 milioni di euro, che forse vedrà coperte le sue spese quando gli alieni sbarcheranno sulla Terra, e che non si limita a raccontarci dell’infanzia del regista in quel di Bagheria ma pure di quella di suo padre e de su’ nonno! Baarìa è una grande epopea che ha inizio nel ventennio fascista con un bambino, Ciccio, ribelle e pastore con la passione della letteratura, che diventerà padre di Peppino (Francesco Scianna), vero protagonista del film, destinato ad emergere come esponente del Partito Comunista e futuro marito della bella Mannina (Margareth Madè), da cui nascerrano una marea di figli tra cui, appunto, l’autore della pellicola.

Un affresco corale, un atto d’amore alla Sicilia, alla sua gente e alle sue tradizioni. Tornatore circonda i suoi due protagonisti principali di decine di comprimari più o meno famosi (fatevene un’idea dando un’occhiata al cast che vi ho elencato sopra) ed immergendoli in set mastodontici e curati nei minimi particolari. Di questo, va detto, dobbiamo essere orgogliosi: perchè allora è vero che pure in Italia possiamo fare vero cinema, epico, grandioso, di ampio respiro. Pure troppo in questo caso, se vogliamo, ma è un troppo nel quale ci immergiamo volentieri pensando che solo maestranze del Belpaese hanno creato quello che vedono i nostri occhi. Che poi Peppuccio abbia il brutto vizio di strafare con i movimenti di macchina, le musiche (Morricone, io non ce l’ho con te, la colonna sonora è bella e se la dirigi ad un concerto te vengo pure a vedere: il problema è che nel film è usata male e dopo un po’ rompe pure li cojoni!), l’eccesso di citazioni e situazioni, la durata (ahinoi, ma non ci si stanca troppo) e tutto il resto, è cosa arcinota. Ripiazzare poi un bambino parecchio simile a quello di Nuovo cinema paradiso con tanto di pezzi di pellicola annessi, non può non sembrare un tantino furbetto. Ma vabbè… Baarìa vuole essere spettacolare ma vuole anche raccontarci un secolo di storia italiana visto dal sincero punto di vista del suo ideatore. In alcuni casi il tutto riesce (penso ad un paio di momenti divertenti con protagonista un affresco religioso), in altri è più forzato e difficile da mandare giù (la scena finale del piccolo in giro per la Bagheria di oggi sarebbe da mettere al rogo ma non si può dire non sia realizzata bene). Stupisce poi la scelta dei due attori protagonisti, una coppia di sconosciuti ed esordienti che riesce comunque a bucare lo schermo e a recitare con onestà. Tra gli attori più famosi, invece, Salvo Ficarra è quello che ha il ruolo più ricorrente, mentre diverte Leo Gullotta e stupisce la sempre più brava Nicole Grimaudo, penalizzata da un trucco fatto veramente male. Cameo imbarazzante e ovviamente con la tetta-di fuori per Monica Bellucci.

Baarìa pecca molto. Pecca del macchiettismo di vari personaggi, pecca di luoghi comuni, pecca di un montaggio troppo frenetico e tagliato con l’accetta soprattutto nella prima parte, pecca di alcune scelte artistiche realizzate male (penso ad esempio ad alcuni cambi di attori per lo stesso personaggio in stile Beautiful), pecca di troppa carne al fuoco. Ma si lascia vedere (e perdonare) per il suo calore, la gioia che traspare dalle sue immagini, il potere di trasportarci fisicamente in un mondo passato di sacro e profano, lecito e non lecito, vecchio e nuovo, tradizione e modernità. Ci accontentiamo. Ma non resterà una pietra miliare, Tornatore può fare di meglio.

Segue il trailer.

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settembre 22nd, 2009IL GRANDE SOGNO

ilgrandesogno

Il grande sogno (Italia/Francia, 2009) di Michele Placido, con Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Luca Argentero, Massimo Popolizio, Alessandra Acciai, Laura Morante, Silvio Orlando

Il voto di Paolino è… 4½

1968: Nicola (Scamarcio) ama il teatro e vuole diventare attore, ma è costretto controvoglia ad indossare la divisa da poliziotto. Laura (Trinca) è una studentessa universitaria che, in contrasto con la famiglia borghesotta e cattolica, si fa ribelle. Libero (Argentero) e uno dei trascinanti leader del movimento studentesco di quell’anno. Quando Nicola sarà chiamato ad infiltrarsi nell’università occupata, tra gli altri, da Laura e Libero, per lui cambierà la visione del mondo.

Quando un regista si mette a girare un film autobiografico bisogna sempre temere il peggio, perchè di solito il rischio è quello di trovarsi di fronte un prodotto che interessa solo a chi l’ha fatto. Sulla carta Michele Placido (Romanzo criminale) poteva essere la persona giusta a rileggere gli avvenimenti del ’68: purtroppo però i risultati sono ben più scadenti di quanto ci si potesse immaginare. Costruito su basi scricchiolanti e sceneggiato in maniera banale e poco avvincente, Il grande sogno finisce col diventare fin da subito una specie di romanzetto stile Harmony con lo spessore psicologico di un fotoromanzo in cui le rivolte degli studenti sono solo uno sfondo ad un triangolo d’amore possibile solo grazie alla liberazione sessuale. Le scene ambientate nella famiglia di Laura sono tra le più false e artefatte della memoria recente, mentre l’unica vicenda che sta in piedi (liason con la professoressa di recitazione Laura Morante a parte) è proprio quella dell’alter-ego di Placido, Nicola/Scamarcio. Anche lì però ci si immedesima in un personaggio e in una situazione che potrebbe essere stata ambientata in qualsiasi altra epoca dei nostri ultimi decenni, e il risultato sarebbe stato il medesimo.

Bravo Argentero, che è ancora acerbo ma punta stavolta sull’impeto rivoluzionario. Troppo composta la Trinca (premiata come attrice rivelazione all’ultimo Festival di Venezia: ma rivelazione de che??? fa film da ‘na vita!). Il migliore dei tre è Scamarcio, drammatico quando deve e comico quando è richiesto, una sempre migliore garanzia. Tutti gli altri attori di contorno, soprattutto i giovani dell’università e della scuola di teatro, sono quanto di peggio ci si possa aspettare dal grande schermo. Provenienti, suppongo, proprio dalle accademie di recitazione, questi giovanotti si esibiscono in maniera forzata, inumana, fredda, razionale e in definitiva irreale, dando al tutto un senso di artificiosità e di finzione (la differenza con la naturalezza di Scamarcio, ad esempio, è abissale). Ma questi pensano davvero di diventare attori recitando in questa maniera? Poveri noi.

Complimenti al reparto promozionale che ha aspettato a scattare la foto per il manifesto quando Argentero si era già rapato i capelli per il suo film successivo, Oggi sposi. Ne consegue che nella locandina ha un look, nel film ne ha tutt’altro. Bravi! Segue il trailer.

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ilcattivotenente_09Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans (Usa, 2009) di Werner Herzog, con Nicolas Cage, Eva Mendes, Val Kilmer, Fairuza Balk, Jennifer Coolidge, Brad Dourif, Michael Shannon, Irma P. Hall,

Il voto di Paolino è… 6-

Terence McDonagh (Nicolas Cage) diventa tenente dopo aver salvato un ispanico da morte certa e dopo che in quella stessa occasione si è procurato un danno permanente alla schiena che significa per lui un vitalizio di Vicodin per sopportare il dolore. Drogato di medicinali e di ogni altra qualsivoglia droga, esercita così il suo ruolo di tutore della legge infischiandosi della legge stessa e facendo i suoi sporchi comodi, molto spesso legati al bisogno di farsi. Nella New Orleans post-Katrina, Terence tira a campare con la complicità amorevole della squillo d’alto borgo Frankie (Eva Mendes, sciatta). Un giorno gli viene affidato un caso riguardante lo sterminio di una famiglia di afroamericani, che lo porterà in un vortice di spacciatori, informatori e loschi criminali dal quale sarà dura uscire indenni.

La particolarità maggiore riguardo questa rivisitazione (non è un remake né tantomeno un sequel) de Il cattivo tenente di Abel Ferrara è ovviamente la scelta dell’attore protagonista, solitamente dedito a tutt’altro tipo di ruoli per famiglie. Di certo Nicolas Cage sarà stato il primo ad essere felice che la scelta sia ricaduta su di lui, perchè per la prima volta dopo anni riesce finalmente a dare prova di alcune basilari capacità recitative, da troppo tempo sepolte sotto chili di cerone e una capigliatura imbarazzante. In alcuni frangenti, soprattutto in quelli più estremi che coinvolgono il suo personaggio (mi viene in mente una scopata a cielo aperto, gli sniffamenti infiniti o un momento di risata isterica), Cage convince, mentre in altri la sua recitazione si fa più svogliata. Passando al film, siamo di fronte ad un poliziesco particolarmente ingarbugliato e non troppo interessante, nel mezzo del quale trovano posto piccole visionarietà linchane apparentemente insignificanti ma non del tutto prive di fascino. A molti il nome di Werner Herzog dirà poco, in realtà trattasi di un consideratissimo regista e documentarista tedesco da anni operante anche negli USA (il suo ultimo film è stato L’alba della libertà del 2006 con Christian Bale protagonista, uscito da noi solo in home video) che ha fatto dell’estremo realismo delle sue pellicole un marchio di fabbrica, molto spesso inserendo in ambienti invivibili o pericolosi, figure umane fuori da ogni schema e sempre, moralmente o psicologicamente, sull’orlo del precipizio.

Herzog sa colpire nel segno in certi frangenti (come nella scena dell’interrogatorio alla vecchia in carrozzina, sublimamente delirante) ma l’impressione è che gli riesca male il fattore coinvolgimento, elemento imprescindibile in un poliziesco che si costruisce sulle indagini e la ricerca di indizi. Ottima fotografia, ottime atmosfere, ma poca vera narrazione e la cara vecchia noia. Poteva davvero diventare un gioiello di genere.

In concorso al Festival di Venezia. Segue il trailer.

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settembre 9th, 2009Anteprima: THE INFORMANT!

locandinaThe Informant! (Usa, 2009) di Steven Soderbergh, con Matt Damon, Scott Bakula, Joel McHale, Melanie Lynskey

Il voto di Paolino è… 5½

Uscita nelle sale USA e Italia: 18 settembre

Va considerato ormai perso per strada Steven Soderbergh, che da ammirato e promettente regista della nuova Hollywood si è trasformato negli anni in un decisamente medio mestierante con velleità autorali troppo alte per le sue capacità. Dopo che persino il secondo e il terzo capitolo della saga di Ocean riuscivano a non essere mai troppo brillanti e soddisfacenti per colpa di qualche “colpo di testa” di troppo, la scelta di portare sullo schermo la storia vera di Mark Whitacre in The Informant! pareva quella giusta per rilanciarlo sulla strada del cinema mainstream e per riprendersi dal flop di pubblico e di critica del suo dittico sul Che. E invece, pur graziandoci con una durata accettabile (cosa non scontata per il regista), il suo nuovo lavoro non riesce mai a centrare il bersaglio trascinandosi spesso stancamente verso un finale che, con il passare dei minuti, finisce per non interessare più a nessuno.

Siamo all’inizio degli anni ’90 e Mark Whitacre, biochimico con mire dirigenziali nella società agroalimentare in cui lavora, scopre per caso dell’esistenza di un cartello sui prezzi di una sostanza chiamata lisina di cui la sua azienda è diretta promotrice. Deciso a fare chiarezza e a mettersi in buona luce sperando magari di ottenere per questo un avanzamento di carriera, Mark spiffera tutto all’FBI e diventa il loro infiltrato. Ben presto si accorge però che la sua onestà potrebbe non portargli la gloria sperata e darà inizio alla costruzione di un castello di bugie destinato inevitabilmente a crollare su sé stesso.

Soderbergh sa dove mettere la macchina da presa, sa inquadrare i suoi personaggi, sa scegliere le facce giuste per i suoi protagonisti (due o tre comprimari fanno ridere al solo sguardo), sa illuminare la scena (anche stavolta si cela come direttore della fotografia dietro lo pseudonimo di Peter Andrews): ma tutta questa capacità tecnica e stilistica continua a non venire amalgamata a dovere, risultando frettolosa e poco studiata e lasciando l’amaro in bocca per quello che questo film avrebbe potuto essere in altre mani. Si pensi ad esempio, come ha suggerito qualcuno, a lavori come Prova a prendermi, o Confessioni di una mente pericolosa (da lui peraltro prodotto), le cui tematiche erano assonanti ma i cui risultati finali sono di ben altro livello. Peccato perché il vero fiore all’occhiello di questa commedia stava nella sceneggiatura di Scott Z. Burns (The Bourne Ultimatum), efficace in più passaggi ma non trasformata a dovere in immagini. E la performance di Matt Damon, ingrassato di tredici chili per l’occasione, non aiuta a fare il salto di qualità mantenendosi stabile, costante, di routine.

Il trailer ve l’ho mostrato pochi giorni fa.

Steven Soderbergh. Classico esempio di uno che vorrebbe essere Autore ma nun gliela fa. Quando fa il brillante (Ocean’s Eleven, Out of Sight, Sesso bugie e videotape) se la cava anche con il dovuto mestiere e si prende i suoi modesti plausi. Poi però se ne esce con Traffic (riuscendo a prendere in giro tutti e prendendosi 4 Oscar!!), Erin Brockovich, Solaris, Intrigo a Berlino e non ultimo il dittico megaflop di pubblico e di critica sul Che

Gli va dato atto però di essere instancabile ed ecco che quindi riciccia in sala per la terza volta quest’anno tornando a toni di commedia che speriamo essere ben più gradevoli dei suoi ultimi lavori con The Informant!, la storia vera di Mark Whitacre (un Matt Damon ingrassato di 13 chili) che nel 1992 denunciò all’FBI un accordo tra multinazionali per fissare il prezzo di una sostanza chiamata lisina, un additivo alimentare. Divenuto così informatore per i servizi segreti, Whitacre consegnò alla giustizia centinaia di ore di audio e video che servirono ad abbattere il più grande cartello della storia. Peccato però che nel frattempo pensò bene di rubare 9 milioni di dollari alla società per cui lavorava, cosa che alla fine dei conti gli costò più anni di carcere di quelli che toccarono alla gente che incastrò!

Sceneggia Scott Z. Burns (The Bourne Ultimatum), produce, tra gli altri, George Clooney. Il film uscirà in Italia day-and-date con gli USA il 18 settembre, mentre domani sarà presentato in anteprima mondiale alla Mostra di Venezia… dove sarà anche il vostro Paolino che lo vedrà per voi! Che volete di più?

Da un’intervista del 28/8 su Il giornale a Maria Grazia Cucinotta, scelta da Marco Muller come trash-madrina della nuova edizione della Mostra di Venezia che inizierà mercoledì:

D.: Sembra che il cinema italiano la tenga a distanza. Una volta lamentò che non la facevano lavorare per via del fisico troppo prorompente…

R.: «È vero e non ho mai capito perché… Non rispecchio il loro tipo di donna ideale, forse. È per questi pregiudizi del nostro cinema, tutt’altro che meritocratico, che lavoro di più all’estero. Dove mi amano per come sono, dalla Cina all’Argentina. Chi si ferma all’apparenza è uno stupido: impossibile cambiargli la testa. Tra l’altro, il nostro cinema è troppo politicizzato».

La Cucinotta non rispecchia il nostro tipo di donna ideale (la Bellucci invece sì, perchè sono agli antipodi esteticamente no?). La Cucinotta è scomoda politicamente. La Cucinotta è un’attrice incompresa. Nel resto del mondo è una diva.

A’ Cucinò, ma vaffanculo va’! Te sei mai vista recitare?

Rachel Getting Married (Usa, 2008) di Jonathan Demme, con Anne Hathway, Rosemarie DeWitt, Mather Zickel, Debra Winger

Il voto di Paolino è… 7

Quando Kym (Anne Hathaway) torna a casa della famiglia per il matrimonio della sorella Rachel (Rosemarie DeWitt), porta con sé una lunga storia di crisi personali, conflitti familiari e tragedie. La grande quantità di amici presenti al matrimonio della coppia si è riunita per un felice weekend di feste, musica ed amore, ma Kym, con le sue taglienti frasi secche ed un’inclinazione naturale a provocare drammi, rappresenta un catalizzatore per le tensioni delle dinamiche familiari.

E’ un ennesimo ritratto di famiglia disastrata quello proposto da Jonathan Demme (Il silenzio degli innocenti, Philadelphia) in Rachel sta per sposarsi, presentato con grande successo di pubblico e critica all’ultimo Festival di Venezia e in uscita nelle sale italiane il prossimo 21 novembre. Dopo essersi completamente dedicato, negli ultimi anni, al genere documentaristico, Demme torna al cinema di finzione dimostrando una nuova, ritrovata e vitalizzante voglia di raccontare storie intime e toccanti con uno stile tutto nuovo, lontano dai suoi lavori del passato. Il regista newyorchese sceglie di seguire i suoi personaggi, le sue storie, le anime dei suoi protagonisti, con una macchina a mano perennemente incollata alle loro fragili maschere, per coglierne debolezze, frustrazioni, dolori e gioie. I colori sgranati e insoddisfacenti delle scene notturne sono una scelta ragionata e ben precisa: è come se fossimo noi spettatori a manovrare una semplicissima videocamera amatoriale, a partecipare attivamente alle liti e ai disastri del gruppo, ad essere partecipi dell’evento del quale siamo tutti segretamente invitati. Uno sguardo solo all’apparenza distaccato, ma in realtà protettivo nei confronti di quella ragazza così distrutta e così delicata, buttata in pasto ai leoni.

Scritto dalla debuttante Jenny Lumet, figlia del celebre Sidney, Rachel sta per sposarsi è un onesto e riuscito dramma familiare che, pur non partendo da uno spunto originalissimo (di film che usano come espediente una cerimonia nuziale per raccontarci alti e bassi della vita ne abbiamo una sfilza infinita) e rischiando spesso di cadere nel manierismo e nella furbizia (la scena degli schiaffoni tra madre e figlia è ottima ma a posteriori un po’ inutile), sa risollevarsi sempre grazie ad interpretazioni tutte ottime (la Hathaway su tutti) e ad alcuni ben calibrati momenti tesi e drammatici, alcuni dei quali segnano il ritorno in attività dopo svariati anni di Debra Winger. Alla fine il matrimonio, interraziale e vorticoso, ci sarà. E il pubblico uscirà dalla sala a stomaco pieno.

Dopo il salto il trailer e varie chicche dalla presentazione veneziana del film, raccolte dal sottoscritto.

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ottobre 13th, 2008THE HURT LOCKER

The Hurt Locker (Usa, 2008) di Kathryn Bigelow, con Jeremy Renner, Anthony Mackie, Brian Geraghty, Guy Pearce, Ralph Fiennes, David Morse

Il voto di Paolino è… 8

Iraq, giorni nostri. La squadra speciale Bravo Company ha il compito di setacciare le strade di Baghdad e di ripulirle dalle bombe e da qualsiasi altro tipo di ordigni sparsi sul territorio. Inaspettatamente rimasta senza capo (Guy Pearce, in una comparsata amichevole), la compagnia, a cui manca poco più di un mese prima di terminare il proprio turno di servizio, vede arrivare come nuovo sergente il veterano bombarolo William James (Jeremy Renner), esperto in disinneschi pericolosi e conosciuta testa calda. Sprezzante del pericolo, incurante delle regole ma bravissimo nel suo lavoro, William dovrà fare i conti con molti aspetti del suo mestiere: il rapporto con i colleghi, in particolare quello col sergente JT Sanborn (Anthony Mackie), i suoi fantasmi interiori, la sua coscienza (bellissimo il rapporto che si instaura tra lui e un ragazzino iracheno che vende DVD al mercato, per il quale rischierà tutto), il suo passato, i suoi affetti.

In concorso all’ultima Mostra di Venezia, e uscito nelle sale italiane in assoluta anteprima mondiale, The Hurt Locker (letteralmente Il bauletto del dolore) è un tesissimo e testosteronico dramma moderno sulla guerra in Iraq, virile, cameratistico e macho al punto giusto… ma c’è un particolare: è diretto da una donna! Kathryn Bigelow, la femmina più tosta di Hollywood, già regista di culto per Strange Days, Point Break e K-19, firma un film che non dà giudizi, non si schiera da alcuna parte e lascia allo spettatore ogni considerazione, limitandosi a mostrarci come vanno le cose laggiù, grazie alla sceneggiatura dell’ex giornalista Mark Boal (al suo secondo copione cinematografico dopo Nella valle di Elah), che ha vissuto per lungo tempo a stretto contatto con i plotoni rappresentati con forza e convinzione sul grande schermo.

Ogni disinnesco è rappresentato in modo diverso, ogni movimento della tenaglia che deve spezzare il filo giusto è un colpo al cuore per lo spettatore, ogni sussulto del personaggio è un pugno allo stomaco. La guerra è una droga, e una volta provata non si può più farne a meno, dice il film: tutto il resto, famiglia compresa, passa in secondo piano.

Regia straordinaria, fotografia notevolissima e recitazione di alto livello (anche grazie ai camei, oltre che di Pearce, di Ralph Fiennes e David Morse): The Hurt Locker è uno dei film migliori dell’anno, ingiustamente sottovalutato alla sua presentazione veneziana, che non può non essere visto e piacerà anche ai non amanti del genere. Della Bigelow, Gillo Pontecorvo disse: “Da come dirige sembra che abbia due palle così!”, ed in effetti è verissimo.

Segue il trailer.

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