maggio 13th, 2012DARK SHADOWS / recensione

Dark Shadows (Usa, 2012) di Tim Burton, con Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Michelle Pfeiffer, Eva Green, Jackie Earle Haley, Jonny Lee Miller, Bella Heathcote, Chloe Moretz, Christopher Lee

Il voto di Paolino è… 5

Segregato in una bara per quasi due secoli, il vampiro Barnabas Collins viene liberato nel 1972 e trova la città che la sua famiglia aveva contribuito a costruire, decisamente cambiata. Il castello in cui un tempo viveva è in rovina ed ospita uno sparuto gruppo di suoi eredi, presso cui si insedia. Deciso a rimettere in sesto le finanze della famiglia Collins, Barnabas dovrà rivedersela con la strega Angelique, di lui pazzamente innamorata e responsabile del suo esilio forzato durato duecento anni.

CANINI SMUSSATI. Diciamolo fuori dai denti: Dark Shadows è una palla colossale. Solo gli occhi riescono ad uscire soddisfatti dall’ennesimo film firmato Burton/Depp (quest’ultimo anche produttore): le scenografie, i costumi, le ambientazioni e la fotografia sono tutte di eccezionale livello. Ma manca la sostanza, il racconto, un’idea precisa dello stile da adottare. Commedia o thriller gotico? Pare non saperlo bene Tim Burton, che azzecca alcuni momenti (la scena di sesso tra Depp ed Eva Green, ma anche un colloquio spassoso tra il vampiro e Chloe Moretz e i primi minuti “nel futuro” del succhiasangue, tra insegne del McDonald’s e l’asfalto da testare) ma ne dilunga tremendamente altri. Soprattutto, per lasciare sotto i riflettori un Depp che ormai ripete stancamente sé stesso, si dimentica di avere per le mani il talento smisurato di Chloe Moretz, che si doveva assolutamente sfruttare di più. In generale ad uscire vincitrici dal film sono le donne: non solo la giovane attrice, ma anche Eva Green e Michelle Pfeiffer incantano e divertono. Peccato per la mancanza di un vero e proprio motore narrativo trascinante che possa lasciare soddisfatti alla fine della visione.

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Harry Potter and the Deathly Hallows – Part II (Usa/Gran Bretagna, 2011) di David Yates, con Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson, Ralph Fiennes, Michael Gambon, Alan Rickman, Evanna Lynch, Warwick Davis, John Hurt, Helena Bonham Carter, Jason Isaacs, Helen McCrory, Tom Felton, Ciaran Hinds, Matthew Lewis, Bonnie Wright, Maggie Smith, Jim Broadbent, David Thewlis, Julie Walters, Mark Williams, James Phelps, Oliver Phelps, Natalia Tena, Emma Thompson, Robbie Coltrane, Gary Oldman

Il voto di Paolino è… 7½

La saga cinematografica di Harry Potter è giunta al termine. La parte II de I doni della morte inizia esattamente dove si era interrotto il primo capitolo, riprendendo, ancor prima del consueto logo Warner, la scena in cui Voldemort profana la tomba di Silente e gli ruba la bacchetta di Sambuco. Harry, Ron ed Hermione devono trovare e distruggere gli ultimi Horcrux, e ben presto capiscono che per scovarli devono ritornare a Hogwarts, dove ormai Severus Piton è diventato preside e vige un clima di terrore e repressione. Nel castello magico ritrovano vecchi amici (Neville, Seamus, la professoressa McGranitt…) e dovranno prepararsi alla battaglia finale.

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UPDATE: CON I VINCITORI E I MIEI COMMENTI! Beccàti 13 su 19, purtroppo risultati molto scontati (tranne il premio per la regia), quindi i miei tentativi di immaginare che qualcosa non sarebbe andato come previsto sono andati a vuoto.

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Come ogni anno non mi posso certo esimere dal fare la mia consueta figuraccia. Rieccomi quindi a pronosticare vincitori e sconfitti della Notte degli Oscar, che avrà luogo nella notte tra domenica e lunedì a Los Angeles, in una cerimonia che si preannuncia divertentissima ad opera degli spigliati James Franco ed Anne Hathaway. Vediamo quante ne azzeccherò (di solito pochissime, anche perché non ho neppure visto tutti i film nominati…)

Vince “Il discorso del re”, un film che è riuscito a mettere d’accordo tutti. — Miglior film: punto su Il discorso del re. Se fino a un paio di mesi fa The Social Network sembrava non avere rivali, i recenti premi di categoria hanno dimostrato le grandi potenzialità del suo antagonista. E anche il mio gusto personale va verso il film di Tom Hooper, la cui vittoria mi farebbe felice per il secondo anno consecutivo (dopo The Hurt Locker). Utopia?

La sorpresa della serata: il premio va a Tom Hooper per “Il discorso del re”. Francamente esagerato. — Miglior regia: è il premio più combattuto dell’anno e dal risultato più incerto. E’ raro che il film che vince il premio maggiore non si porti a casa anche la statuetta per il regista, che in questo caso, secondo logica, dovrebbe andare a Tom Hooper. Ma siccome metà dei votanti si chiederà “Ma da dove cazzo è saltato fuori ‘sto Hooper?” (giustamente), io punto su David Fincher. E sarebbe meritata: The Social Newtork non mi ha entusiasmato più di tanto, ma dal punto di vista tecnico/stilistico è ineccepibile.

Colin, che discorsi. — Miglior attore protagonista: Colin Firth non ha rivali.

Natalie, ovviamente. — Miglior attrice protagonista: Natalie Portman, stesso motivo di cui sopra.

Bale, come previsto. Banale, ma strameritato. — Miglior attore non protagonista: Christian Bale per The Fighter. E’ l’ipotesi più scontata ma anche la più realizzabile per premiare finalmente un interprete che si sta rovinando (il corpo) con le sue radicali trasformazioni fisiche film dopo film.

Vince Melissa Leo, come da previsione. Ma c’erano prove migliori della sua. Miglior attrice non protagonista: qui, chi fa i pronostici di mestiere, punta su Melissa Leo (The Fighter). Ma queste mie previsioni stanno diventando così banali e scontate da farmi pensare ad un’ipotesi alternativa: la Leo potrebbe pagare il prezzo per essere candidata in questa categoria con un’attrice del suo stesso film (Amy Adams), e se la Jackie Weaver di Animal Kingdom deve già gioire per la candidatura e i bambini (Hailee Steinfeld) hanno sempre poche chance, allora non mi resta che dire Helena Bonham Carter, che si appaierebbe a Colin Firth. Sarebbe una bella doppietta.

Vince “Il discorso del re”, premio importante. — Miglior sceneggiatura originale: Il discorso del re non dovrebbe avere problemi. Anche se mi devono spiegare perché questo film, che si basa su fatti realmente accaduti, è inserito nella categoria “originale”, mentre Toy Story 3, la cui storia è stata ovviamente inventata di sana pianta, è finito in quella dei “non originale” per la sola colpa di essere un sequel con personaggi quindi già esistenti.

Infatti, Sorkin vince. — Miglior sceneggiatura non originale: Aaron Sorkin e il suo script di The Social Network, senza dubbio.

Vince “Toy Story 3″, premio scontato. Miglior film d’animazione: per qualcuno dovrebbe essere anche il miglior film dell’anno in generale (e la nomination ce l’ha anche in quella categoria), ma di sicuro Toy Story 3 almeno questo premio se lo porterà a casa.

Vince “Inception”. — Miglior fotografia:  c’è un tale, di nome Roger Deakins, che ha avuto ben 9 nomination senza mai vincere la statuetta. Probabilmente la vincerà quest’anno, per Il Grinta, lavoro ottimo ma non il suo migliore. Io però, che lo voglio vedere premiato per qualcosa di più tosto l’anno prossimo, dico Danny Cohen, per Il discorso del re. E sono pronto a pentirmene.

Vince “Wolfman”, la scelta era francamente imbarazzante (negativamente). — Miglior make-up: tra i tre discutibili nominati (La versione di Barney, The Way Back e Wolfman) dico Wolfman perché la statuetta andrebbe così a Rick Baker.

Vince “Inception”, il suo premio più meritato. — Migliori effetti visivi: e qui finalmente Inception dovrebbe portarsi a casa il premio della staffa…

Vince “Alice in Wonderland”. Surprise. — Migliori scenografie: se tutto va come dovrebbe andare, Il discorso del re non può certo accontentarsi solo di due premi principali, e dovrebbe quindi portarsi a casa anche questo.

Vince “Alice in Wonderland”, e anche qui l’ho beccata! — Migliori costumi: e se qui Il discorso del re fosse gabbato da Alice in Wonderland? Sì, io dico Alice in Wonderland e me ne assumo le responsabilità!

Vince “The Social Network”, ottima scelta! — Miglior montaggio: deve vincerlo The Social Network, non voglio sentire scuse.

E infatti sorrido. Scelta controcorrente ma eccellente per “The Social Network”. — Miglior colonna sonora: qui la sfida è interessante… Quelle de Il discorso del re sono belle ma molto tradizionali, e Alexandre Desplat è già alla sua quarta nomination senza vittorie. Quindi voto per lui. Anche se sorriderei per un premio a The Social Network.

E vince “Toy Story 3″, che il suo autore ha però massacrato sul palco degli Oscar durante la cerimonia. — Miglior canzone: visto che non può vincere altro se non il suo premio di categoria, diamo almeno quest’altra soddisfazione a Toy Story 3.

Vince “Inception”, meritato anche questo. — Miglior montaggio effetti sonori: qui scendiamo molto sul tecnico, ma dico Tron: Legacy

Bingo! Vince “Inception”. — Miglior sonoro: e qui vado – a cazzo, come titolo del post impone – su Inception.

Tralascio di sparare a caso nelle categoria documentari e film straniero (ne ho visto 1 su 5). Quanti ne azzeccherò? Pochi, come al solito. Appuntamento a lunedì mattina per scoprirlo (o, se volete, seguite con me la diretta della cerimonia su Twitter).

febbraio 7th, 2011IL DISCORSO DEL RE

The King’s Speech (UK/Usa/Australia, 2010) di Tom Hooper, con Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Derek Jacobi, Michael Gambon, Guy Pearce, Timothy Spall

Il voto di Paolino è… 8½

Inghilterra, anni ’30. Il regno di re Giorgio V (Michael Gambon) sta per giungere al termine, e i suoi due figli maschi si preparano alla successione. Il primogenito (Guy Pearce) è uno sprovveduto dedito soprattutto alle donne e ai viaggi. Diventerà re, si farà chiamare Edoardo VIII, ma resterà al trono solo per pochi mesi, quando sarà costretto ad abdicare per poter sposare una donna pluridivorziata: tocca quindi al secondogenito, Duca di York (Colin Firth), diventare re. Ma la sua voce è claudicante: Bertie è affetto da grave balbuzie, e in un’epoca in cui i discorsi si cominciano a tenere alla radio e davanti a dei microfoni tutto ciò che un re deve avere è la sicurezza della sua voce. Le tecniche poco convenzionali dell’attore di terz’ordine Lionel Logue (Geoffrey Rush) saranno un rimedio non soltanto per la sua favella.

Seppur uscito negli schermi italiani da ormai dieci giorni, ho voluto aspettare per vedere Il discorso del re, anche dopo le 12 nomination all’Oscar che il film ha ottenuto. Il motivo è presto detto: lo volevo vedere in lingua originale. Non sono un purista, né contro il doppiaggio in senso assoluto, ma ci sono dei prodotti come questo che con le voci non originali vengono necessariamente snaturati. Lo dice il concept stesso del film, il titolo: tutto si basa sullo “speech”, che non vuol dire soltanto “discorso”, ma anche “modo di parlare”. E ho fatto bene ad aspettare, perché l’interpretazione di Colin Firth è una delle più struggenti, emozionanti e commoventi performance di un attore che io abbia mai visto negli ultimi anni. Questo straordinario attore inglese, da me in passato sbeffeggiato più di una volta, dopo A Single Man sorprende nuovamente e a questo punto negargli l’Oscar sarebbe impensabile. Statuetta che andrebbe consegnata subito anche al suo contraltare/antagonista/amico Geoffrey Rush, eccentrico, spigliato, fenomenale, divertentissimo anche in un ruolo più semplice e convenzionale.

Ma il film è notevole in tutto: nelle opprimenti e straordinarie scenografie, nella favolosa musica (di Alexandre Desplat), e in una regia che si fa amare piano piano, e che disegna ogni inquadratura come fosse un dipinto: immobile, ma incredibilmente affascinante. La perfetta architettura della sceneggiatura poi fà in modo che la vicenda del “discorso del re” non offuschi il periodo storico, l’angoscia e la paura dell’intervallo tra le due Guerre, l’avvento di Hitler (“che parla benissimo”, fa notare Bertie), i piani per l’Europa (c’è anche uno straordinario Winston Churchill firmato Timothy Spall) e il bisogno per il popolo di essere guidati da un sovrano deciso, sicuro di sé e convincente nelle sue orazioni. Toccherà, come noto, proprio a lui, a Giorgio VI.

Con questo, sono arrivato a vedere solamente quattro dei dieci film nominati per il maggior premio agli Oscar di quest’anno (usciranno tutti dalla prossima settimana in poi), ma se il lavoro di Tom Hooper venisse riconosciuto come il migliore del 2010 non opporrei certo resistenza.

Segue il trailer.

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Harry Potter and the Deathly Hallows – Part I (Usa/Gran Bretagna, 2010) di David Yates, con Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson, Bill Nighy, Richard Griffiths, Julie Walters, Bonnie Wright, Fiona Shaw, Alan Rickman, Ralph Fiennes, Helena Bonham-Carter, Jason Isaacs, Timothy Spall, Tom Felton, Peter Mullan, Michael Gambon, Robbie Coltrane, Brendan Gleeson, Mark Williams, Natalia Tena, David Thewlis, John Hurt, Evanna Lynch, Imelda Staunton, David O’Hara, Rade Serbedzija, Miranda Richardson, Warwick Davis

Il voto di Paolino è… 7

Albus Silente è morto, Voldemort sta velocemente riacquistando tutti i suoi poteri, il Ministero della Magia è sull’orlo del collasso. Perfino i Dursley lasciano la propria casa (come mai? chi ha letto il libro lo sa, i soli spettatori cinematografici non lo sapranno mai…) e Harry rimane solo. Per fortuna non gli mancano né amici né protettori, che riescono rocambolescamente a fargli raggiungere il rifugio sicuro di casa Weasley, dove si sta per celebrare un matrimonio e soprattutto dove il Ministro della Magia in persona (Bill Nighy) leggerà a Harry, Ron ed Hermione ciò che Silente ha lasciato loro in eredità. Ma i Mangiamorte non danno tregua ai tre ragazzi, che decidono di partire da soli alla ricerca degli Horcrux (oggetti nei quali Voldemort ha racchiuso pezzi della propria anima) per distruggerli.

Se un tempo ogni nuovo episodio di Harry Potter sapeva sempre offrire divertimento, azione, commedia e persino un briciolo di terrore, lo si è dovuto a registi dalle forti personalità e dalle chiare valenze artistiche (Chris Columbus, Alfonso Cuaron, Mike Newell), ognuno col suo stile diverso e ben preciso, ma tutti adatti alla sfida. Il produttore David Heyman ha recentemente rivelato di aver sempre chiesto ad ogni regista di rimanere anche per l’episodio successivo. Purtroppo David Yates (che di stile non ne ha proprio mai avuto uno) ha continuato ad accettare anche dopo il quinto capitolo, e anche dopo il sesto (e quando gli ricapitava una fortuna del genere? ricordiamoci che è spuntato beatamente dal nulla, a costo zero…) E fu così che l’arrivo di ogni nuova parte cinematografica della saga creata da J.K. Rowling è oggi visto, più che con gioia e alte aspettative, con timore e aspettative radenti il suolo. Ma una buona notizia c’è, ed è che Yates ha finalmente capito di essere un regista: questa prima tranche de I doni della morte è la sua prova più solida e controllata, nella quale – pur mantenendo il suo approccio algido dalla fotografia plumbea e glaciale – ha saputo cogliere l’occasione per buoni momenti di spettacolarità e qualche perfetta sorpresa. Si sentirà molto parlare ad esempio di una splendida, eccezionale sequenza di animazione tradizionale creata per raccontare la storia dei Doni della Morte: un piccolo capolavoro che impreziosisce  il film e l’intera serie.

Apre il film il grande Bill Nighy (d’altronde era ormai rimasto, assieme a Rhys Ifans anch’esso presente nel film, l’unico attore inglese a non avere una parte in Harry Potter), e in generale i primi 5 minuti sono davvero notevoli, soprattutto la breve sequenza a casa di Hermione: davvero emozionante. Ci si sposta poi a Villa Malfoy dove Voldemort (Ralph Fiennes) tiene le sue “riunioni operative”, e qui iniziano a fare capolino i primi problemi, che però riguardano come al solito la sceneggiatura di Steve Kloves, abilissima nel riassumere le troppe divagazioni dei libri ma spesso frettolosa e poco chiara. Accade quindi che durante la riunione, Voldemort chieda a Lucius Malfoy (Jason Isaacs) la sua bacchetta, e questi gliela consegni completamente tremante e impaurito. Motivo di questa strizza? Non è dato a sapersi, se non ai fan letterari di primo pelo. La storia continua nella dimora dei Weasley, dove Ron riceve in eredità da Silente un deluminatore «utile in caso di oscurità» esattamente come Galadriel nel Signore degli anelli regalava la stessa identica cosa e con le stesse identiche parole (ma identiche!) a Frodo. Quanto ho rimpianto Peter Jackson in quel momento…

Da lì in poi ha inizio un’avventura on the road per i tre ragazzi, fatta di boschi, radure, fiumi. Niente Hogwarts, niente maghi, niente anno scolastico. Il tutto in un’atmosfera davvero angosciante, impreziosita da qualche ottima trovata: la lista dei “maghi scomparsi” che ascoltiamo durante un momento di transizione, ad esempio, ha un tono così da II guerra mondiale da risultare pressochè perfetta; ma penso anche all’impacciato ballo che si concedono Harry ed Hermione, un momento di rara tenerezza, così come la distruzione del primo Horcrux con relativa “tentazione” per Ron, di altissima tensione.

Sono molte anche le delusioni, purtroppo. Una tra tutte riguarda la sequenza della tortura di Bellatrix Lestrange (Helena Bonham-Carter) a Hermione, con relativa incisione dell’espressione “sporca mezzosangue” sul suo braccio: una scena solamente accennata nel suo inizio e nella sua conclusione, e che probabilmente è stata tagliata per non turbare ulteriormente il pubblico dei più piccoli già abbastanza impaurito dal serpentone Nagini che si pappa la babbana. E’ anche mal realizzato un momento di poco precedente alla tortura, quando Harry viene catturato dai Ghermidori ed Hermione gli “rovina” un po’ la faccia per renderlo irriconoscibile con la conseguenza che Malfoy padre e Bellatrix non riescono a riconoscerlo (mentre in realtà è riconoscibilissimo).

Detto della debolezza dei dialoghi, ancora troppo fanciulleschi per poter essere pronunciati con credibilità da dei ragazzoni ormai maggiorenni (ma lo script si regala anche mal velati doppi sensi tipo Ron che esclama: “Mi sono sempre piaciute le fiamme di Hermione”… riferendosi a delle fiammelle, ovviamente…), viene confermata la totale inadeguatezza di Daniel Radcliffe. La sua oscena camminata (meravigliosamente presa in giro dall’attore che lo sostituisce mentre Potter, sotto false sembianze appunto, si infiltra al Ministero) è se possibile addirittura peggiorata, e il confronto con Rupert Grint (perfetto) ed Emma Watson (splendida ma doppiata orrendamente) non si pone nemmeno.

In generale, e vi prometto che concludo, questa prima parte di Harry Potter e i doni della morte (la seconda e ultimissima sarà nei cinema a luglio e si preannuncia molto più spettacolare con la battaglia di Hogwarts) si può dire abbastanza riuscita, spesso non scontata anche se generalmente piatterella (esemplare in questo senso la scelta, sbagliata a mio avviso, di non optare per un buon cliffhanger come finale ma di chiudere il film in tono calante e sommesso). Il mio voto, che potrebbe sembrare regalato, vada visto come un incoraggiamento per concludere la serie degnamente riportandola ai fasti iniziali.

Segue il trailer.

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febbraio 28th, 2010Anteprima: ALICE IN WONDERLAND

aliceinwonderlandAlice in Wonderland (Usa, 2010) di Tim Burton, con Mia Wasikowska, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Anne Hathaway, Crispin Glover, Stephen Fry, Alan Rickman, Timothy Spall, Michael Sheen

Il voto di Paolino è… 5/6

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Comincia a mostrare la corda la pluridecennale collaborazione tra Tim Burton e Johnny Depp. Le variazioni sul tema “mostro dal cuore tenero”, che hanno dato vita a gioielli come Edward mani di forbice e La sposa cadavere sembrano ormai essersi esaurite, così che anche in questo Alice in Wonderland il personaggio del Cappellaio Matto è godibile artisticamente (trucco, acconciature, vestiario) ma scarso di vero fascino. Ed è solo uno dei vari problemi del film con cui Burton, coadiuvato dalla sceneggiatrice Linda Woolverton (che tutti citano giustamente come scrittrice de La bella e la bestia e Il Re Leone, ma che viene spontaneo chiedersi anche anche cos’altro abbia compiuto dal 1994 ad oggi…), ha voluto dare forma ad una specie di sequel delle avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, facendo tornare l’ormai diciannovenne fanciulla inglese (interpretata qui da Mia Wasikowska, Amelia, Defiance) a Sottomondo. Ci sono proprio tutti ad aspettarla, dal Brucaliffo (creato in motion capture sulle movenze di Alan Rickman, il Piton di Harry Potter) allo Stregatto, dalla perfida Regina Rossa che tiene in scacco tutto il mondo magico (Helena Bonham Carter) alla dolce Regina Bianca che vorrebbe riportare la pace nel regno (Anne Hathaway).

Altro tasto dolente è il versante tecnico. Del 3D parleremo tra poco, ma intanto soffermiamoci sui set, tanto fantasiosi quanto poco fotorealistici, così come tantissime creature che popolano il film. L’impressione è che si sia voluto dare un tocco cartoonesco al progetto (altrimenti non si spiegherebbero lo Stregatto e il Bianconiglio realizzati in maniera così insoddisfacente), purtroppo però in contrasto con personaggi “troppo” reali come Alice e il Cappellaio. Ancor peggiore è il tentativo di creare pessime vie di mezzo come il Fante di Cuori Ilosovic Stayne, interpretato da Crispin Glover, con testa umana e corpo digitale. E per il versante tridimensionalità? Vi do un consiglio, perchè vi voglio bene: andate a vedere il film in 2D, risparmierete qualche soldino, il vostro naso non dovrà sopportare torture inutili e lo spettacolo sarà pressochè invariato. Il problema della riconversione in 3D post-girato (il film è stato realizzato in 2D, e lo stesso problema sono sicuro si ripresenterà anche a breve in Scontro tra titani) porta ad uno dei peggiori risultati in questo ambito da quando la tecnica è risorta a nuova vita. Pochissima profondità di campo, attori completamente sfocati in molti momenti che interagiscono con creature digitali – evidentemente “create” fin da subito in 3D – perfettamente a fuoco. Insomma un totale fallimento, che dopo i fasti di Avatar non può essere tollerato.

In generale comunque il film divertirà i più piccoli e probabilmente molti adulti, ma non si può non ammettere che manchi di appeal  e di forza narrativa e che la giovane protagonista sia poco in parte. Molto meglio la straordinaria Regina Rossa della Bonham Carter, capace di alternare perfidia e tenerezza in maniera splendida. Peccato che il colpo definitivo allo stomaco arrivi quando il drago contro cui Alice deve fronteggiarsi nell’ultima parte del film si metta a parlare con la voce di Optimus Prime! Ci pensa alla fine la folle (e gratuitissima) “deliranza” di Johnny Depp a rasserenare lievemente gli animi e a ricordarci il film che potrebbe essere stato ma che non è.

Alice In Wonderland uscirà nei cinema italiani mercoledì 3 marzo, e in quelli statunitensi venerdì 5.

Harry Potter and the Half-Blood Prince (Usa/Gran Bretagna, 2009) di David Yates, con Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson, Michael Gambon, Jim Broadbent, Bonnie Wright, Julie Walters, Helena Bonham Carter, Timothy Spall, Alan Rickman, Tom Felton, Robbie Coltrane, Warwick Davis, Maggie Smith, David Thewlis, Mark Williams

Il voto di Paolino è… 6½

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Dopo l’ascesa di Voldemort, il mondo magico è nel caos. Neppure Hogwarts è più così sicura, e se ne renderà conto persino Harry Potter, ancora turbato dalla violenta morte del suo padrino Sirius Black. Ma un nuovo anno scolastico attende gli studenti di magia e stregoneria, con un nuovo professore di Pozioni, Horace Lumacorno, e il fiorire di nuovi amori tra i corridoi della scuola. Intanto però una serie di attentati minerà la tranquillità dell’istituto, e Silente sarà costretto a rivelare ad Harry, tramite alcuni dolorosi ricordi, alcune inquietanti verità sull’ascesa del Signore Oscuro…

Chi come me restò deluso dal quinto capitolo e dall’inesperienza del britannico David Yates potrà tirare un sospiro di sollievo. Il sesto libro della saga del maghetto creato da J.K. Rowling, da molti considerato il migliore della serie, trova sul grande schermo una trasposizione almeno soddisfacente, pur con diversi limiti. Partiamo dalle note dolenti: innanzitutto un inizio confuso che fa temere il peggio, con un prologo, nel quale i Mangiamorte invadono Londra, che rimane incompiuto non portando ad alcuna conseguenza, e un successivo incontro tra Potter e Silente piuttosto imbarazzante. Da lì la qualità migliora decisamente anche se purtroppo il ritmo è generalmente scarso e la prima ora abbondante se ne va per lunghi ma necessari colloqui… A dare uno scossone alla lentezza della prima parte del film ci pensano il Quidditch con il trionfo di Ron Weasley e la verve di Jim Broadbent nei panni di Horace Lumacorno, protagonista di una memorabile entrata in scena. Il film però fatica a prendere quota anche per colpa dell’eccessiva sdolcinatezza che pervade l’intera pellicola. E’ lontanissima la delicatezza che Mike Newell ebbe nel trattare i primi pruriti d’amore nello stupendo Calice di fuoco: qui il tutto è trattato in maniera così fanciullesca da dare anche fastidio, soprattutto quando nelle questioni d’amore dei ragazzi si intromettono persino i professori (Silente che chiede a Potter cosa provi per Hermione è un colpo al cuore…)

Si diceva però che Harry Potter e il principe mezzosangue ha anche vari pregi. Non ripeterò la solita solfa del “capitolo più dark” (è da La camera dei segreti che per la critica ogni episodio è sempre banalmente e stupidament “più dark” del precedente…), anche perchè ad oggi le terrificanti ma sublimi astuzie di Alfonso Cuaron (Il prigioniero di Azkaban) sono ancora insuperate. Di sicuro però con la comparsa del tema degli Horcrux il film fa un balzo in avanti piuttosto netto e si apre ad una parte finale emozionante e commovente: la scena nella grotta degli Inferi è realizzata splendidamente, soprattutto grazie ad un’interpretazione straordinaria e toccante di Michael Gambon/Albus Silente, e i successivi accadimenti nella torre di Astronomia vanno a segno. Restando in tema di interpretazioni, il livello è altissimo da parte di tutti i componenti del cast. O quasi. Se gli adulti sono tutti dei mostri sacri, Rupert Grint (simpaticissimo) ed Emma Watson (emozionante) si confermano ottime giovani promesse, mentre il Draco Malfoy di Tom Felton, dopo alcuni episodi il cui il suo personaggio era stato relegato al ruolo di comparsa, si prende i suoi spazi e lo fa con sicurezza. A deludere è nuovamente lui, Daniel Radcliffe, per cui ormai la speranza è perduta: mai un secondo in cui riesca ad essere davvero incisivo o convincente.

A conti fatti Il principe mezzosangue compie il suo lavoro e lo fa con onore, grazie anche (soprattutto?) al ritorno alla sceneggiatura di Steve Kloves, che si era preso una pausa dalla saga lasciando L’ordine della Fenice in mani altrui. L’impressione è però che, malgrado l’imponente durata di 2h e 30′, molte importanti scene di raccordo siano rimaste sul pavimento della sala di montaggio.

Segue il trailer.

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So che farò felici molti di voi pubblicando le prime immagini promozionale dell’adattamente dei due romanzi Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, firmato Tim Burton. Il film alternerà riprese in live action, animazione digitale e sarà in 3D, per Walt Disney Pictures. La storia è la solita ma leggermente rinfrescata: Alice ha 17 anni, vive in una lussuosa villa vittoriana e centinaia di pretendenti chiedono la sua mano. Disgustata, decide di scappare inseguendo un coniglio bianco giù per la sua tana, e finendo in un luogo incantato che aveva già visitato dieci anni prima ma di cui non ricorda molto…

Ecco le straordinarie foto (ingranditele cliccandoci sopra): apriamo con Johnny Depp nei panni del Cappellaio Matto (avrà gli occhi ingranditi e ingialliti) e con Alice, interpretata dalla sconosciuta Mia Wasikowska.

L’immancabile, nei film di Burton, Helena Bonham Carter interpreta la Regina di cuori. Notare la testa ingrandita rispetto al corpo. Mentre Anne Hathaway è la Regina bianca.


Pinco Panco e Panco Pinco sono creati in motion capture seguendo i movimenti dell’attore Matt Lucas.

Infine tre artwork che vi daranno l’idea delle ambientazioni del film. In uno si vede il bianconiglio. Mancano ancora all’appello il Brucaliffo di Alan Rickman (Piton in Harry Potter) e lo Stregatto di Stephen Fry.

Il film uscirà negli Stati Uniti il 5 marzo 2010.

giugno 5th, 2009TERMINATOR SALVATION

Terminator Salvation (Usa, 2009) di McG, con Christian Bale, Sam Worthington, Moon Bloodgood, Helena Bonham Carter, Anton Yelchin, Bryce Dallas Howard, Jane Alexander

Il voto di Paolino è… 6½

E’ il 2018, il Giorno del Giudizio è avvenuto e le macchine hanno preso il controllo del pianeta. I piccoli manipoli di Resistenza sparsi tra le città cercano come possono di sopravvivere e di trovare una soluzione affinchè la razza umana possa tornare a prevalere. Leader riconosciuto, seppur non ufficiale, e motivatore per eccellenza degli umani è John Connor (Christian Bale), appena venuto in possesso di un file che trasmesso via radio può mandare in pappa il cervello elettronico dei robot. A complicare le cose però ci penserà l’arrivo del misterioso Marcus Wright (Sam Worthington), dal passato incerto, e soprattutto il fatto che Kyle Reese (Anton Yelchin), “futuro” padre di Connor, sia il principale obiettivo di Skynet.

Uno dei fattori lodevoli del franchise di Terminator è che non abbia bisogno di reboot, remake, prequel o sotterfugi simili per tornare sul grande schermo: giunta al quarto capitolo (il primo è datato 1984) la saga non fa altro che continuare seguendo la storyline originale e andando ad aggiungere tasselli al racconto. Dopo tre film (e una serie tv, The Sarah Connor Chronicles) in cui era sì il fulcro della vicenda ma non il protagonista, il personaggio di John Connor prende piena vita grazie al prezzemolino Christian Bale e al suo “esercito” di combattenti, impegnati a fronteggiare l’intelligenza artificiale. Ma la vera novità di Terminator Salvation è il personaggio di Marcus Wright, protagonista di un prologo ambientato nel 2003 in cui, condannato alla pena di morte, sta per essere giustiziato: come fa dunque ad essere ancora vivo nel 2018, e come mai non si ricorda nulla degli ultimi 15 anni?

Se c’è qualcosa da rimproverare a questo nuovo capitolo della serie è che il racconto non si smuove, alla fine della visione ci si chiede cosa sia cambiato dalla puntata precedente, non ci sono sviluppi tangibili che possano mettere allo spettatore curiosità per un eventuale quinto capitolo. Prima che la situazione si animi deve passare una buona oretta, anche se l’attesa è tutt’altro che noiosa visto che, malgrado la critica americana lo abbia massacrato, il film non è assolutamente da buttare: soprattutto stupisce la regia di McG, dal quale, visti i precedenti cinematografici (Charlie’s Angels 1 e 2), non ci si aspettava una simile, e giustificata, rozzezza del tocco, grazie ad un largo utilizzo della camera a mano e di scenari post-apocalittici davvero notevoli. E le scene d’azione, che nel trailer venivano appena abbozzate, sono in realtà ben più incalzanti di quanto ci potessimo immaginare.

Da parte degli attori (maschili) c’è molto impegno, e finalmente possiamo godere delle capacità di Sam Worthington, già nuova star di Hollywood, protagonista anche del prossimo Avatar di James Cameron e del già mitico Scontro tra titani di Louis Leterrier. Anton Yelchin, un giovane su cui punto moltissimo,  visto recentemente in Star Trek, incarna i giovani panni del padre di Connor e lo fa con sicurezza, mentre le donne restano molto sullo sfondo, anche per colpa di una sceneggiatura che non le valorizza (e che si inventa una liason discutibile tra Wright e una Resistente porcona). Ma molti di voi vorranno sapere di Schwarzenegger: c’è o non c’è? Ebbene sì, c’è, ricostruito digitalmente in una scena trashissssssssima (vedere lo spot che vi ho postato sotto per credere).

Segue il trailer e, appunto, lo spot con Schwarzy.

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Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street (Usa/UK, 2007) di Tim Burton, con Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Alan Rickman, Sacha Baron Cohen

Il voto di Paolino è… 6+

Johnny Depp è Benjamin Barker, un barbiere incriminato di un falso crimine da un giudice che progetta di portargli via moglie e figlia. Dopo 15 anni di prigione, torna con un nuovo nome, Sweeney Todd, e con una tremenda sete di vendetta. Florilegio di gole tagliate, pasticci di carne (umana) preparati dall’amorevole Mrs. Lovett e una divertente disputa con il suo nuovo concorrente nel settore, Adolfo Pirelli (Sacha Baron Cohen, sì proprio Borat…)

Ormai parlare bene dell’accoppiata Burton/Depp è diventato più comune che dire che “non ci sono più le mezze stagioni”. In effetti i due insieme hanno fatto faville in passato, ed intorno al loro operato viene sempre a crearsi un’attesa sempre più spasmodica. Con Sweeney Todd, Tim Burton sembrava davvero avere per le mani il suo progetto-tipo: londra vittoriana, violenza e sangue, personaggi eccentrici e, per la prima volta, un musical. Cosa, dunque, a mio parere non ha funzionato?

Innanzitutto non si può proprio dire che Burton si sia particolarmente sprecato per creare, a livello visivo, il film. Anzi, Sweeney Todd finisce per l’essere una specie di riassuntone della carriera del regista: il personaggio di Depp richiama per molti aspetti Edward mani di forbice, quello della Carter è identico alla protagonista in plastilina de La sposa cadavere, la figlia di Depp è identica alla Christina Ricci di Sleepy Hollow, il giudice Turpin sembra il Max Shreck di Batman: il ritorno e le atmosfere colorate e sognanti dei sogni di Mrs. Lovett arrivano dritte dritte da Big Fish.

Poi, cosa più importante, Burton è frenato dal fattore musicale. Non esagero se dico che più o meno il 90% del film è cantato, più di un qualsiasi altro musical, e se ci aggiungete che sono canzoni senza coreografie, ma semplicemente ‘dialoghi in musica’, capirete che la pellicola soffre di una troppo ferrea staticità che non giova per nulla al talento visionario del suo autore.

Punti di forza ce ne sono eccome: in generale la qualità rimane comunque tecnicamente ottima, le interpretazioni sono tutte buone (eccellente quella della Carter) e una giusta dose di macabra ironia fa capolino qua e là. Mi aspettavo, però, molto di più.

Il mio consiglio? Non fatevi ingannare dall’allettante promozione e dall’appeal di Johnny Depp. Se non soffrite i musical, non sforzatevi di farvelo piacere. Sennò farete la fine di quelle persone che ieri sera sono arrivate alla proiezione tutte gioiose, e se ne sono andate a metà film annoiate a morte…


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