Rise of the Planet of the Apes (Usa, 2011) di Rupert Wyatt, con James Franco, Freida Pinto, Andy Serkis, John Lithgow, Brian Cox, Tom Felton, David Oyelowo, Tyler Labine

Il voto di Paolino è… 7

Il giovane ricercatore Will Rodman (James Franco) è prossimo ad una scoperta sensazionale: la cura per l’Alzheimer. Grazie ad un virus capace di rigenerare le cellule difettose del nostro cervello, Rodman è ad un passo dall’annuncio rivoluzionario, forte anche dei test positivi avuti dalla sperimentazione su alcuni esemplari di scimpanzè. Quando però una di queste cavie mostra i sintomi di quelli che potrebbero essere spiacevoli e violenti effetti collaterali al farmaco, l’intero dipartimento viene chiuso e la ricerca abbandonata. Will è così costretto a continuare le ricerche a casa, con la sola compagnia del padre, malato, e di un cucciolo di scimpanzé salvato in extremis dalla mattanza avvenuta nei laboratori. E’ proprio quel cucciolo, di nome Cesare e figlio di un esemplare al quale era stato somministrato il virus, a mostrare straordinarie capacità cognitive e un’intelligenza quasi del tutto umana.

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febbraio 21st, 2011Anteprima: 127 ORE

127 Hours (Usa, 2010) di Danny Boyle, con James Franco, Kate Mara, Amber Tamblyn, Treat Williams

Il voto di Paolino è… 8

Pubblicata anche qui su Trailersland.com

Aron Ralston ha 26 anni, è bello, in forma, pieno di amici, con una famiglia lontana ma che cerca di stargli vicino il più possibile e un lavoro che lo appaga. E ha anche una passione: le escursioni nella natura più sperduta, in bici o a piedi, da solo o in compagnia, con le sue cuffie sempre sulla testa e un’infinito desiderio di libertà. E’ con questo spirito che una mattina di aprile del 2003 lascia il suo appartamento, non risponde al messaggio in segreteria della madre, non dice al suo collega di lavoro dove sia diretto e parte alla volta del Blue John Canyon, nello Utah. Lì incontra due ragazze a cui fa da guida, per poi riprendere la sua escursione in solitaria. Purtroppo la sfortuna vuole che, scendendo un crepaccio, Aron muova una grossa pietra che gli cade sulla mano destra, intrappolandolo nelle viscere della terra. Nessun modo di comunicare col mondo, solo poche gocce d’acqua, qualche attrezzo e un coltellino svizzero (ma fabbricato in Cina) con cui inizialmente tenta di scheggiare la roccia ma che, dopo 127 ore, allo stremo delle forze, gli servirà per compiere un atto estremo di salvezza.

La sfrenata abilità registica di Danny Boyle al servizio di una storia con un unico protagonista, bloccato in un unico set. Sembrerebbe un controsenso, se non fosse che il regista britannico (premio Oscar per The Millionaire) ha anche questa volta colpito nel segno raccontando la vera storia di Ralston (a lato una delle autentiche foto che lui stesso si scattò durante quei terribili giorni) con una passione e un coinvolgimento unici. E ha di nuovo guadagnato gli onori dell’Academy, con 6 nomination all’Oscar tra cui miglior film, sceneggiatura e interprete. Boyle disintegra il film in mille pezzi, spezzettandolo in multipli flashback o futuri immaginari, dividendo lo schermo continuamente per offrirci una panoramica unica e completa sia del povero ragazzo intrappolato tra le rocce, sia di quello che nella sua mente passa in quei drammatici momenti. E, come in Buried, un unico, immobile, piccolissimo set non pregiudica affatto il poter raccontare la storia come fosse un film d’azione, lasciando il pubblico molto spesso senza fiato. Ma ai momenti più avvincenti si alternano anche scene più intimiste e drammatiche. Il corvo che ogni mattina sorvola la testa di Aron quasi come un lugubre presagio, il misero quarto d’ora di sole giornaliero che gli viene concesso dalla natura e con il quale riesce ad avere un minimo sollievo tra quei massi ghiacciati, la lucidità che piano piano viene meno, fino ad una delirante (ma estremamente dolorosa) sequenza in cui Aron si impersona ospite di un ipotetico talk show televisivo: una scena che offre tra l’altro a James Franco, mai così bravo (ma per la statuetta è ancora presto) il pretesto di sdoppiarsi in multiple personalità e di offrirci un’interpretazione memorabile.

Ma si sa, il pubblico è voyeurista, e il momento più atteso è ovviamente quello della “liberazione”. Ebbene sì, lascia incollati alla poltrona, sfido chiunque a riuscire a proferire parola durante quei tragici secondi (che Boyle però “smorza” in un montaggio abbastanza frenetico). Alla fine, quando Ralston rivede la luce, tutto ciò che rimane è un forte e profondo senso di rispetto. E il finale, criticato da molti per la sua eccessiva spinta sul pedale della commozione, è invece doveroso nell’omaggiare un uomo che con il suo coraggio ha vinto “la pietra che lo aspettava lì da tutta la sua vita”.

In sala da venerdì 25 febbraio. Qui il trailer.

febbraio 3rd, 2011THE GREEN HORNET

The Green Hornet (Usa, 2011) di Michel Gondry, con Seth Rogen, Jay Chou, Cameron Diaz, Tom Wilkinson, Christoph Waltz, David Harbour

Il voto di Paolino è… 6½

Il padre di Britt Reid (Seth Rogen), a capo di un’industria mediatica e dell’unico giornale indipendente rimasto in città, muore in seguito alla puntura di un’ape. Tutto l’impero rimane in mano dunque ad un ragazzo che fino al giorno prima si interessava solo di donne, auto e bella vita, e che d’un tratto si trova a dover prendere decisioni decisamente più grandi di lui. L’incontro col giapponese Kato, meccanico di fiducia del defunto dalle incredibili abilità fisiche, convince Britt a dare una sferzata alla sua vita diventando una sorta di fuorilegge che combatte il crimine. Lui e la sua spalla vengono però notati dal boss della malavita cittadina (Christoph Waltz, Oscar per Bastardi senza gloria), che dichiara loro guerra e morte.

Lo dico subito: The Green Hornet non è un film riuscito. Inciampa continuamente, non sceglie una direzione precisa, ha un protagonista poco carismatico ed efficace, un villain anche più beota, una presenza femminile ingiustificabile e una sceneggiatura che sta in piedi a stento. Eppure il voto è più che sufficiente. Che sta succedendo alla psiche del buon vecchio Paolino? Semplicemente il film, malgrado tutti questi difetti e anche di più, riesce ad essere vagamente godibile, sufficientemente apprezzabile, non fastidioso e in definitiva accettabile. Gondry, un vero artista dell’immagine, appare – come prevedibile – limitato, frenato da una grossa produzione, dall’obbligo di non spaventare il pubblico e di coprire il budget, quindi dà vita ad un film modesto, non brutto ma sicuramente con grosse potenzialità inespresse.

Due o tre momenti col botto però ci sono. L”inizio, ad esempio. E no, non sto parlando dell’antefatto in cui Tom Wilkinson nei panni del padre di Britt sfoggia un orrido parrucchino, ma del cameo riuscitissimo di J.F. (aho’ il nome per intero nun lo dico per non rovinarvelo). Ma anche la prima scena d’azione (l’unica di tutto il film in cui il 3D si noti) è divertente, così come una scena musicale sulle note di Coolio. Visivamente parlando invece, il vero Gondry si fa notare soprattutto in uno psichedelico momento di “splittamento” dello schermo da vedere e rivedere. Purtroppo anche i contro sono molti: Seth Rogen (che coproduce e sceneggia pure) non ha la stoffa dell’eroe d’azione (e il marketing deve averlo capito: guardate la locandina del film! L’unico che non si nota è proprio lui) e più di una volta lascia il peso del film sulle spalle del giapponesino, che almeno è simpatico, ma a stupire negativamente sono un Christoph Waltz che non fa assolutamente nulla per meritare l’appellativo di cattivo (la sua carriera a Hollywood ha vita breve se farà un’altra prova come questa), e una sottosfruttata Cameron Diaz, ma lì la colpa è della sceneggiatura, che la ingabbia in un ruolo totalmente inutile.

The Green Hornet in fin dei conti è un film che non passerà alla storia, ma che ricorda ancora una volta che quando gli interessi in ballo sono troppi, e le idee altrettante, come al solito a rimetterci è il prodotto finale. Come essere fiduciosi quindi per il prossimo Wolverine firmato nientemeno che Darren Aronofksy??

Segue il trailer.


settembre 23rd, 2010MANGIA PREGA AMA

Eat Pray Love (Usa, 2010) di Ryan Murphy, con Julia Roberts, Javier Bardem, Billy Crudup, Viola Davis, Luca Argentero, James Franco, Richard Jenkins

Il voto di Paolino è… 4

Liz Gilbert ormai ha 50 anni, nella vita fa la scrittrice a New York (perchè a New York che lavoro vuoi fare se non quello?) ed è insoddisfatta. Il marito non le dà più emozioni (anche perchè ha la faccia triste di Billy Crudup) e il lavoro tanto meno. Così molla la zavorra e prova a darsi alla bella vita con un attorucolo da quattro soldi di 600 anni più giovane. Ma dura poco, Liz cerca altro dalla vita. Liz vuole trovare sé stessa. Che non vuol dire un cazzo. Questa è un’opinione mia. Ma siccome questo è il mio blog deve essere per forza anche la vostra. Quand’è che uno “troverebbe sé stesso”? Quando le cose attorno gli vanno dritte, quando trova una persona da amare, quando trova un lavoro che lo soddisfi, un hobby che lo diverta? Io questo lo chiamo “stare bene”. La Roberts nel film lo chiama “trovare sé stessi”. Puttanate. In ogni caso Liz decide di scialacquare tutto il suo capitale in un viaggio alla ricerca di sé (grrrr…) stessa e per esaudire i suoi desideri. Che sono, nell’ordine: mangiare come una forsennata in Italia, andare in India ad imparare l’arte della meditazione, e poi a Bali per ritrovare un vecchio guru che aveva incontrato in un viaggio l’anno precedente. A Roma trova Luca Argentero che le fa da cicerone (eggià, fortunella), in India trova Richard Jenkins che le fa i discorsoni, a Bali le ciccia fuori Javier Bardem, il macho dal cuore tenero ma dalla faccia marmorea, che la fa innamorare.

La fatica per restare in sala fino ai titoli di coda di Mangia prega ama è stata tantissima. Il film (2h e 20′) ha messo a durissima prova, come da tempo non mi capitava in sala, la mia pazienza, le mie orecchie, e pure il mio spirito pacifista (…): le posizioni sulla poltrona le ho provate tutte, ma anche le più scomode sembravano un sollievo rispetto alla tortura a cui il film di Ryan Murphy mi stava sottoponendo. Ryan Murphy appunto, che al cinema continua a deludere (suo anche Correndo con le forbici in mano) mentre in tv miete successi sparigliando ogni volta le carte in tavola (Nip/Tuck e Glee sono sue creazioni). Mangia prega ama, tolti gli abbellimenti, tolti i poetici set sparsi per il mondo, tolte le luci accecanti sparate da tergo sui personaggi (ma che razza di fotografia irreale è quella di Robert Richardson, che pur è il direttore della fotografia fisso di Tarantino e Scorsese…), tolte tutte le paraculate possibili e immaginabili, resta il solito melodramma su una donna in crisi di mezza età che si molla col marito, prova a divertirsi con un ragazzino che potrebbe essere suo figlio (qui James Franco, sempre più bravo) ma poi si accorge che i valori sono altri. Sticazzi! Solo che qui (e nel libro da cui sta robaccia è tratta, scritto da Elizabeth Gilbert) i riferimenti new age, le parolone da psicanalisi freudiana, le dissertazioni su filosofie antiche, moderne e postmoderne, cercano di rendere il tutto più meritevole di attenzione, più condito, più intrigante. Insomma, lo spettatore medio dei film di Julia Roberts – donne, donne single, donne sposate, donne in gruppo, donne in libera uscita, donne che accompagnano altre donne, donne che obbligano i compagni a vedere film da donne – si troverà di fronte all’ennesima storiella esile esile coperta però, quasi soffocata, da una tale quantità di inutili orpelli che dopo la visione qualcuno, ben di più di qualcuno, sarà portato a credere di aver visto un film dal contenuto intenso, profondo, non scontato e quindi non banale. Ma scava scava, sempre quello ti rimane in mano: la storiella d’amore. Che a me va bene, per carità, ma che deve essere trattata per quello che è: se mi spacci per oro del ferro dipinto di vernice d’oro io non sono proprio contento, ma se so di trovarmi di fronte a della porcheria e accetto che mi sia venduta, magari non sarò contento lo stesso ma mi gireranno meno le balle! E tralascio volutamente ogni commento sui consumati cliché che il film ci regala sull’Italia e gli italiani in primis (roba da sotterrarsi vivi e andare a fare compagnia a Ryan Reynolds in Buried) ma pure sugli indiani, ai quali va il mio appoggio.

Che poi anche mi dispiace perchè la Roberts, che non era assoluta protagonista di un film dai tempi di Mona Lisa Smile (2003), è brava, riempie la scena e il suo faccione non botulinato mi riempie di gioia e speranza (capito Nicole??). Ma ‘sto film è la solita minestra riscaldata alla quale aggiungi un botto di spezie per farla sembrare alta cucina. Non lo è, sempre brodaglia rimane.

Segue il trailer.

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settembre 5th, 2010Trailer of the week: 127 ORE

A Danny Boyle non va proprio giù l’idea di adagiarsi sugli allori. Dopo una carriera costernata di film che mai hanno messo tutti d’accordo, o che pur lodati dalla critica hanno sempre creato controversie (da Trainspotting a The Beach, da 28 giorni dopo a Sunshine), il buon regista inglese si è portato a casa 8 Oscar (scandalosamente aggiungo io) per The Millionaire. E come sempre le proposte gli sono fioccate numerose. Per il suo lavoro post-premio ha deciso di giocarsi la carta della storia vera, puntando tremendamente a fare il bis. 127 Hours si basa sulla reale vicenda capitata ad Aron Rolston, esperto alpinista statunitense che precipitò in un crepaccio nello sperduto Utah e il cui braccio destro finì incastrato sotto una roccia. L’uomo rimase intrappolato tra le viscere della Terra per 127 ore (cinque giorni e poco più) finendo per, tanto lo leggerete dappertutto, amputarsi il braccio e finalmente uscire dalla sua trappola mortale.

James Franco interpreta l’uomo intrappolato, e il film, in uscita negli USA a novembre, dovrebbe aver avuto la sua anteprima mondiale al Toronto Film Festival la prossima settimana. Invece a sorpresa regista, cast e il vero Ralston si sono presentati ieri al Telluride Film Festival (che aveva già portato fortuna a The Millionaire) per una proiezione non ufficiale. Abbiamo così i primi pareri, tutti ugualmente entusiasti: si parla di una regia sorprendente, con riprese addirittura dall’interno della bottiglia dalla quale Franco beve l’ultima goccia di acqua a sua disposizione. In conferenza stampa si è anche parlato di come si sono svolte le riprese, con l’attore lasciato solo con un cameraman per periodi di tempo lunghissimi, dando vita ad un’interpretazione già definita sorprendente. Molto clamore ha poi suscitato l’altroce scena dell’amputazione: l’Hollywood Reporter scrive “sì, è straziante da guardare, anche se tutti noi sapevamo che si sarebbe amputato il braccio, perché Boyle e Franco l’hanno girata in maniera molto realistica. Il pubblico gemeva e si divincolava. Ma è il design dei suoni a catturare perfettamente la divina agonia della sofferenza di Ralston, quello che ha fatto è una specie di miracolo.”, mentre il Los Angeles Times scrive “La cinepresa penetra il suo braccio, quando il coltello viene fermato dall’osso. Entra nel sacco che mette sulla sua testa per ripararsi dal freddo della notte. Nel fare questo film, Boyle sapeva che se il pubblico avesse chiuso gli occhi nel momento in cui Ralston si spezza le ossa e taglia i tendini, i nervi e i muscoli, 127 Hours sarebbe fallito. Ma pochissimi non hanno voluto guardare.”

Tutto questo, e il trailer qui sotto, fanno di 127 ore uno dei film più attesi della stagione.

nottefolleamanhattanDate Night (Usa, 2010) di Shawn Levy, con Steve Carell, Tina Fey, Mark Wahlberg, James Franco, Taraji P. Henson, Jimmi Simpson, Mark Ruffalo, William Fichtner, Ray Liotta, Leighton Meester, Mila Kunis

Il voto di Paolino è… 6

I Foster sono una tranquilla coppia di provincia di mezza età, la cui era del divertimento pare essere finita da un bel pezzo. Le loro uniche serate di svago, una volta affidati i figli ad una giovane babysitter, consistono sempre nella solita cena alla solita bettola. Complice la separazione di una loro coppia di amici, che li lascia fortemente turbati, i due decidono di regalarsi per una volta una serata davvero speciale: vanno in uno dei più rinomati ristoranti di Manhattan e “rubano” la prenotazione ad una coppia che ha disdetto la sua. Purtroppo avere assunto, anche solo per quella cena, l’identità di tali signori Tripplehorne, li metterà al centro di un vortice di accadimenti che farà passare loro una notte ad alto tasso di adrenalina.

Parte col freno a mano tirato Notte folle a Manhattan, probabilmente per creare un più netto contrasto tra la vita noiosa e monotona che i due coniugi sono soliti vivere in casa e la scoppiettante serata che li sta per sorprendere. Non un’ottima scusante per lo sceneggiatore (Josh Klausner, responsabile anche dello script dell’imminente Shrek 4), soprattutto perchè lo spettatore sa benissimo che proprio nella più ripetitiva quotidianità può celarsi del gran materiale comico (basta infatti un filo di saliva sulla bocca della Fey per far scatenare la risata in sala). Poi il film di Shawn Levy (Una notte al museo 1 & 2, La pantera rosa) ingrana la marcia. Una marcia comunque piuttosto debole. Fate conto una terza!

La prima cosa che salta all’occhio di Notte folle a Manhattan è il mostruoso cast di “spalle” messo in piedi, anche per parti molto piccole: avere Mark Wahlberg, Mark Ruffalo e James Franco come attori di contorno non è certo cosa da poco, a cui va aggiunta la candidata all’Oscar (per Benjamin Button) Taraji P. Henson nel ruolo più scialbo del film, passando per le due maschere di lusso William Fichtner e Ray Liotta (peccato che la maschera del secondo sia di gomma visto il disastro provocato su di lui dalla chirurgia plastica). Ognuno pare divertirsi molto confrontandosi con le due anime del film, Carell e Fey. Il primo ovviamente a suo agio in ruoli stralunati e buffi come questo, la seconda alla sua prima vera prova in un film “importante” dopo una carriera televisiva (Saturday Night Live) decollata negli ultimi anni con il pluripremiato serial 30 Rock, da lei anche scritto. Ecco, se la sceneggiatura di Notte folle a Manhattan l’avessero anche lasciata scrivere a lei, forse i risultati sarebbero stati nettamente migliori.

Purtroppo le scene memorabili sono ben poche, così come le battute che fanno buttare a terra dalle risate. In particolare alcuni momenti sono sfruttati male, come quello con la fidanzata di Mark Wahlberg che chiede alla coppia di coniugi di unirsi in un menage a quattro che poteva dare ben di più, o il momento con James Franco che doveva essere scritto nettamente meglio; in compenso a risollevare gli animi ci pensa uno pazzo inseguimento tra le strade di New York con protagoniste due auto i cui rispettivi cofani sono incastrati tra loro: roba che farebbe impallidire persino Bruce Willis!

Girato visibilmente in digitale con una fotografia (non sparatemi!) alla Collateral, Notte folle a Manhattan mantiene solo in parte le aspettative, generando comunque una commedia godibile e sincera che offre più di un momento di buon svago hollywoodiano senza pretese.

In sala da venerdì 7 maggio. Segue il trailer.

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gennaio 31st, 2009MILK

Milk (Usa, 2008) di Gus Van Sant, con Sean Penn, Emile Hirsch, Josh Brolin, James Franco, Diego Luna, Alison Pill, Victor Garber, Lucas Grabeel

Il voto di Paolino è… 7/8

Onore alla madre che in sala davanti a me, alla proiezione in cui ho visto Milk, aveva portato anche il figlioletto di non più di 10-11 anni. Altro che Bambini a righe o furbate varie, questo è un film signori miei che andrebbe mostrato obbligatoriamente nelle scuole italiane: la storia degli ultimi anni di vita di Harvey Milk, il primo politico (ma lui di certo non si considerava tale) dichiaratamente e apertamente gay ad essere investito di una carica pubblica negli Stati Uniti. Era il 1977 quando, dopo anni di lotte, umiliazioni e battaglie perse, Milk diventava finalmente consigliere comunale della Città di San Francisco, con l’appoggio incondizionato del sindaco Moscone (Victor Garber), anch’esso vittima del duplice omicidio compiutosi il 27 novembre 1978 all’interno del Municipio della città.

Gus Van Sant, regista orgogliosamente omosessuale e lontano dalla Hollywood della gente che conta, seppur abbia nella sua filmografia titoli che tutti ricordano come L’attimo fuggente e Will Hunting, a cui ha alternato progetti rischiosissimi come il criticato remake di Psycho o il pluripremiato Elephant, porta sul grande schermo la gioia di vivere e la ribellione ai pregiudizi che condannarono Milk ma che lo fecero entrare di diritto nella Storia. Utilizzando perfettamente spezzoni d’epoca e ricostruendo con dovizia di particolari fatti e avvenimenti senza mai stancare per un attimo lo spettatore, Van Sant ha costruito un film dallo stile sporco e secco, che si mantiene costante in una perfetta linea narrativa senza mai raggiungere eclatanti picchi di emozionalità ma senza neanche mai cadere di tono per un solo secondo. D’altronde il cast che con forza ha accettato di partecipare a questo progetto è qualcosa di spettacolare: Sean Penn dona ad Harvey un’umanità fuori dal comune, ma è nella brevissima ma straziante scena dell’omicidio che esce fuori tutto il suo talento, con pochi secondi che andrebbero studiati nelle scuole di recitazione. E se la sua candidatura all’Oscar è sacrosanta, quella che ha ottenuto Josh Brolin per l’interpretazione del consigliere Dan White mi è parsa invece leggermente esagerata, seppur non scandalosa. Molto meglio di lui lo straordinario e scatenato Emile Hirsch, una vera grande promessa in ascesa, che ritrova Penn, questa volta davanti alla macchina da presa, dopo la felice esperienza di Into the Wild. Ottimo anche il sempre più impegnato James Franco.

Un film doveroso e mai piagnucoloso, che con vigore racconta una pagina ancora troppo attuale della nostra Storia.

Il film è complessivamente candidato a 8 premi Oscar. Segue il trailer.

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Sono state rese note ieri le nomination ai prossimi Golden Globes, i premi assegnati dalla stampa straniera presente in America e considerati da molti un’affidabile anticamera per gli Oscar. In attesa di sapere chi li vincerà (i premi saranno consegnati l’11 gennaio) andiamo a scorgere i papabili vincitori. Quotatissimi Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher con un irriconoscibile Brad Pitt, e Revolutionary Road di Sam Mendes, che riunirà gli attori di Titanic. Sul fronte più leggero invece Mamma Mia! non dovrebbe avere problemi, con i Coen dietro l’angolo. Buone nomination anche per The Millionaire, di cui vi parlerò nei prossimi giorni, e per Doubt – Il dubbio, una straordinaria piece teatrale su un tema scottante come la pedofilia trasportata sul grande schermo con Meryl Streep. A sorpresa, nomination per Tom Cruise e ben tre candidature per lo straordinario In Bruges.

La parte riguardante i telefilm arriverà nei prossimi giorni.

  • Miglior Film Drammatico:

- Il curioso caso di Benjamin Button
- Frost/Nixon
- The Reader
- Revolutionary Road
- The Millionaire

  • Miglior Film Commedia o Musical

- Burn After Reading
- La felicità porta fortuna
- In Bruges
- Mamma Mia!
- Vicky Cristina Barcelona

  • Miglior attore drammatico

- Leonardo DiCaprio per Revolutionary Road
- Frank Langella per Frost/Nixon
- Sean Penn per Milk
- Brad Pitt per Il curioso caso di Benjamin Button
- Mickey Rourke per The Wrestler

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