gennaio 23rd, 2010TRA LE NUVOLE

tralenuvoleUp in the Air (Usa, 2009) di Jason Reitman, con George Clooney, Vera Farmiga, Anna Kendrick, Jason Bateman, Amy Morton, J.K. Simmons, Zach Galifianakis, Chris Lowell, Danny McBride, Sam Elliott

Il voto di Paolino è… 7

In un periodo di disoccupazione e crisi economica come quello che stiamo vivendo, c’è un settore che sta andando a gonfie vele: quello delle agenzie che vengono in soccorso dei capi che non hanno il coraggio di lasciare a casa personalmente i propri dipendenti e assumono veri e propri “maestri del licenziamento” per fare il lavoro sporco. Uno dei più quotati d’America è Ryan Bingham (George Clooney), vero e proprio mastino nell’arte dell’intortamento. Un tagliatore di teste richiestissimo che trascorre quasi l’intera totalità della sua esistenza (qualcosa come 320 giorni all’anno) in aerei e aereoporti per volare da uno Stato all’altro in cerca di personale in esubero. Fino a quando a scompigliargli i piani non arriva Nathalie (Anna Kendrick), giovane e baldanzosa nuova leva, che convince il capo di Ryan (Jason Bateman) che le spese di viaggio stanno diventando troppo ingenti: meglio licenziare in videoconferenza. Per l’uomo sarà l’inizio di un periodo di revisione della propria vita.

Sarebbe profondamente errato fermarsi alla superficie di Tra le nuvole. Quelle cose tipo “Com’è l’ultimo film di Clooney?” “Sì dai, carino”. Carino? Carino un par di coglioni. Dietro la facciata di commedia spigliata (il regista è quello di Juno ma soprattutto di Thank You for Smoking), briosa e vagamente patinata per i lussuosi club aereoportuali e i vari Hilton Hotel in cui è ambientata, la vicenda raccontata nasconde una delle tragedie più profonde degli ultimi anni: la perdita del lavoro in età troppo avanzata per potersi rifare una vita. Un lavoro al quale magari proprio quella vita è stata dedicata quasi interamente. Ryan Bingham è cosciente del ruolo che ha, è cosciente del fatto che la gente alla quale pronuncia la notoria frase “Liberi la sua scrivania” si ricorderà del suo volto fin sul letto di morte. Ma è cosciente anche del fatto che un giorno, se gli affari dovessero rialzarsi, potrebbe essere proprio lui una di quelle persone. Quindi non si pone problemi e vola, vola da un luogo all’altro a far fuori personale riuscendo persino a convincere i malcapitati di quanto questa opportunità potrà servire a dare una scossa alle loro vite in stallo. E si sbaglierebbe nel classificare Ryan come un uomo senza valori o ideali: è vero che il suo unico scopo nella vita è quello di entrare nel ristrettissimo club di chi è riuscito a percorrere 10 milioni di miglia in volo (sarebbe il settimo ad agguantare l’impresa), è vero che misura le persone che gli stanno accanto in base alla quantità di tessere e card che riempiono il loro portafogli, è vero che non crede nell’amore e nella famiglia e quasi di malavoglia viene costretto a partecipare alle nozze dell’”umile” sorella. Ma tutto ciò potrebbe essere destinato a finire quando sulla sua strada incontra Alex (Vera Farmiga, straordinaria), praticamente una sua fotocopia al femminile. Ecco la sua ancora di salvezza, la sua possibilità di redenzione. La saprà cogliere?

Tra le nuvole parte col botto, facendo recitare la parte dei licenziati da vere persone che hanno perso il lavoro, intervallati da camei come quelli di Zack Galifianakis (Una notte da leoni) e J.K. Simmons (Spider-Man). Purtroppo non mantiene le promesse fino in fondo, perdendosi un po’ troppo sul versante sentimentale nella seconda parte. Ma la prova di Clooney è una delle più buone della sua carriera, e tiene in piedi il film dall’inizio alla fine. L’importante, tra le risate e la spensieratezza che la pellicola trasmette, è ricordarsi alla fine di tutto che persone che fanno il lavoro di Ryan Bingham esistono sul serio. Brividi.

Segue il trailer.

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maggio 9th, 2009STATE OF PLAY

State of Play (Usa, 2009) di Kevin Macdonald, con Russell Crowe, Ben Affleck, Helen Mirren, Robin Wright Penn, Jason Bateman, Rachel McAdams, Jeff Daniels, Harry Lennix, Viola Davis

Il voto di Paolino è… 7

Cal McAffrey (Russell Crowe) è un veterano del giornalismo, e da 15 anni scrive per il Washington Globe sotto la direzione della pragmatica direttrice Lynne (Helen Mirren). I suoi metodi di scrittura sono vecchi, usa un computer dell’era preistorica e si scrive ancora tutte le informazioni che gli servono su foglietti di carta che poi metterà insieme. Nulla a che vedere con la nuova generazione giornalistica dei blogger, di cui fa parte la giovane Della Frye (Rachel McAdams), redattrice della versione on-line del giornale. I due si trovano a dover collaborare per un articolo (ma sarebbe meglio usare il termine “indagine”) che riguarda un ex compagno di college di McAffrey ora senatore battagliero che combatte gli illeciti finanziari del dipartimento della Difesa, Stephen Collins (Ben Affleck). Quando l’assistente del deputato (ma forse anche di più) morirà in uno strano incidente, McAffrey dovrà scavare a fondo mettendo in pericolo anche la propria vita per far scoprire una verità sconcertante, anche se questa probabilmente metterà in difficoltà il suo più caro amico.

Innanzitutto un antefatto: quando fu annunciato il progetto di ridurre per il grande schermo l’omonima miniserie inglese targata BBC, i protagonisti sarebbero dovuti essere Brad Pitt nei panni del giornalista ed Edward Norton in quelli del senatore. Dopo che entrambi, per motivi diversi, si sono chiamati fuori, a sostituirli sono arrivati Crowe ed Affleck, e già qui il primo inghippo: è anagraficamente impossibile che queste due persone potessero essere compagne di stanza al college! Una svista che ha fatto storcere il naso a molti sul web. Detto questo passiamo al film, che non si può dire non sia solidissimo: alla regia l’ottimo Kevin Macdonald (recuperate L’ultimo re di Scozia se non l’avete visto) e alla sceneggiatura un trio che fa impallidire: Tony Gilroy (Michael Clayton, i tre Bourne, Duplicity), Matthew Michael Carnahan (Leoni per agnelli, The Kingdom) e Billy Ray (regista e scrittore degli stupendi L’inventore di favole e Breach – L’infiltrato). Tre autori del genere messi insieme potrebbero far sembrare appassionante anche una Via Crucis del Venerdì Santo.

Già, perchè l’impressione che ho avuto dopo aver visto State of Play è che l’alta classe della confezione abbia mascherato un film che non aveva così tanto da dire. La mia valutazione non può che essere positiva perchè il film è compattissimo, un buon mix di impegno e intrattenimento, le svolte e i colpi di scena non mancano, i personaggi sono costruiti a dovere e ogni cosa è al proprio posto. Ma la critica mondiale l’ha osannato anche troppo per i miei gusti, facendosi forse un po’ appannare dal “contorno”. Niente di nuovo sul fronte occidentale quindi, ma un “già visto” di tutto rispetto, con Crowe sempre all’altezza e con la conferma del totale inebetimento di chi sceglie Ben Affleck per ruoli complicati come questo.

Segue il trailer.

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ottobre 25th, 2008TROPIC THUNDER

Tropic Thunder (Usa, 2008) di Ben Stiller, con Ben Stiller, Jack Black, Robert Downey jr., Nick Nolte, Matthew McConaughey, Tom Cruise

Il voto di Paolino è… 8

Basterebbe il cast: Ben Stiller, Robert Downey jr., Jack Black, Matthew McConaughey, Tom Cruise, Nick Nolte. Rendiamoci conto. Più camei di Jon Voight, Jason Bateman, Tobey Maguire, Jennifer Love Hewitt, Lance Bass. Solo una grande compagnia di matti svitati come questa poteva mettere in piedi uno dei più divertenti film degli ultimi anni, Tropic Thunder, finalmente nelle sale italiane!

“Tropic Thunder”, nel film, è il titolo di un libro scritto da un veterano della guerra del Vietnam (Nolte) sulla sua esperienza guerrafondaia, dal quale il regista esordiente Damien Cockburn (Steve Coogan) sta traendo un film ad altissimo budget che comprende tre degli attori più famosi e “primedonne” di Hollywood: Tugg Speedman (Stiller), un tempo grande eroe d’azione stile Rambo e ora sull’orlo del declino professionale, Jeff Portnoy (Black), famoso per i suoi film beceri e volgarissimi, e Kirk Lazarus (Downey jr.), pluri-oscarizzato e pronto a tutto per imedesimarsi nei ruoli che interpreta. Non riuscendo ad entrare nella mentalità giusta per girare il film, i tre vengono a loro insaputa catapultati nella giungla del Sudest asiatico, dove ad attenderli troveranno dei veri fabbricanti di droga… che loro crederanno essere delle finte comparse per il loro film!

Dopo Zoolander, Stiller ha fatto centro un’altra volta con questa irresistibile farsa sui war movies, girata con incredibile maestria tecnica e piena di momenti già di culto. Per presentare i tre protagonisti, la scelta geniale è quella di farceli conoscere, prima che il vero film cominci, con altrettanti finti trailers di loro lavori del passato (tra cui un meraviglioso Satan’s Alley sulla relazione gay tra due fraticelli interpretati da Downey jr. e Tobey Maguire, che speriamo davvero di vedere al cinema prima o poi!). In seguito veniamo subito trasportati nella realizzazione del finto film, tra scene d’azione adrenaliniche, spruzzi di ettolitri di sangue e capricci da star. Pieno zeppo di citazioni, da Nato il 4 luglio ad Apocalypse Now, da Rambo a Quella sporca dozzina, Tropic Thunder vive di una vitalità rara in questo tipo di cinema, spesso troppo concentrato sulla singola battuta che sul contorno. Stiller non fa satira, non strizza l’occhio allo spettatore: racconta la sua storia, con un capo e una coda, contestualizzando azioni e personaggi (ovviamente volutamente sopra le righe, questo è ovvio) e cogliendo di sorpresa lo spettatore in continuazione. Alcuni discorsi sono, purtroppo, molto veri (ascoltate quello di Lazarus su come vincere un Oscar sicuro impersonando un minorato mentale) e ciò che succede negli uffici della produzione del film, con il capo supremo Les Grossman (uno stre-pi-to-so Tom Cruise) e l’agente di Speedman Rick Peck (McConaughey), sarà pur esagerato ma non si discosta molto dalla realtà di chi mette in ballo le proprie fortune e vuole vedersele tornare in tasca con gli interessi, a qualsiasi costo.

Nota a parte per una delle interpretazioni più sensazionali ed inaspettate degli ultimi anni: Robert Downey jr. offusca totalmente i suoi compagni compiendo un lavoro incredibile sulla mimica e la recitazione (già c’è chi parla di sicura candidatura all’Oscar, che per un film di questo genere sarebbe un traguardo insperabile). Stiller fa Stiller e Jack Black è purtroppo penalizzato da un ruolo non proprio eccelso, pur rifacendosi nel finale.

Un film memorabile. Segue il trailer.

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settembre 21st, 2008HANCOCK

Hancock (Usa, 2008) di Peter Berg, con Will Smith, Jason Bateman, Charlize Theron, Jay Head

Il voto di Paolino è… 6

John Hancock è un supereroe infelice di esserlo. Salva vite controvoglia, sventa rapine giusto perchè non ha altro da fare, e in aggiunta fa disastri che costano alla città di Los Angeles milioni di dollari. La gente lo odia, le autorità non sanno come prenderlo, lui se ne strafotte. Fino a che un bel giorno non salva la vita a Ray, P.R. di belle speranze che decide di aiutarlo a reimpostare la sua immagine pubblica su canoni che la gente possa apprezzare… e lo farà iniziando con lo spedirlo in carcere per fare in modo che la città ne senta la mancanza.

Avevo tutte le peggiori sensazioni del mondo riguardo l’arrivo in sala di Hancock, che negli USA ha segnato il ritorno del Golden Boy Will Smith al weekend del 4 luglio, che l’aveva lanciato nell’olimpo con film come Independence Day e Men In Black e che non frequentava dal flop di Wild Wild West. Durata microscopica (meno di 90 minuti), regista dalla carriera altalenante, storietta che ben si poteva prestare al cazzeggio.

E invece il film è stata una piacevole sorpresa. Intendiamoci, la trametta è esile esile, i risvolti di sceneggiatura sono fanciulleschi e per nulla credibili, la sceneggiatura non sarà degna del Nobel, ma a tutto questo Hancock risponde con un comparto tecnico-artistico che mai ti saresti aspettato. Una regia straordinaria di Peter Berg (Il tesoro dell’Amazzonia, The Kingdom) che gira tutto il film in steadycam stando addosso ai suoi personaggi in maniera quasi maniacale; una fotografia da urlo (e qui la mano del produttore Michael Mann, regista di capolavori quali Heat, Collateral e Miami Vice, si vede tutta) firmata Tobias Schliesser e un’interpretazione a dir poco strepitosa di Will Smith. Troppo spesso si tendono a sottovalutare le performance degli attori in film di cassetta di questo genere, viste anche le molteplici ciofeche che popolano le sale di tutto il mondo: ma ragazzi, la prova di maturità e di intensità che dà Smith al suo personaggio meriterebbe riconoscimenti a scena aperta.

Hancock parte scanzonato, luminoso e divertito, per poi trasformarsi nel finale (grazie anche ad una sensazionale scena all’ospedale girata magnificamente) in un film di una cupezza e di una tensione notevoli. Certo, il voto non può essere troppo alto visto che da un film si pretende più che una storiella che tira in ballo come se nulla fosse dei, divinità antiche e compagnia bella. E poi i personaggi di contorno, il P.R. sfigato di Jason Bateman e sua moglie Charlize Theron, non si possono certo definire “di spessore”. Quindi il giudizio resta nel mezzo, insieme al rammarico per il fatto che, con più impegno e più serietà, Hancock sarebbe potuto davvero essere un film da ricordare negli anni.

Segue il trailer.

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Esistono serie televisive che in Italia vengono considerate non fruibili dal vasto pubblico, e quindi lasciate nei magazzini virtuali delle reti o relegate ad orari impossibili con trattamenti improponibili. Una di queste è stata Arrested Development, una delle più geniali, corrosive e brillanti serie comedy degli ultimi anni.

Nata nel 2003 da una scommessa del network FOX (e quindi, badate bene, non una tv via cavo, quelle nelle quali solitamente avviene la sperimentazione negli USA… qui parliamo di una rete che trasmette prodotti di consumo tipo “House” e “Prison Break”…), Arrested Development è stata creata da Mitchell Hurwitz e prodotta da gente tipo Brian Grazer (dietro anche a “24″ e a film come Il codice Da Vinci e American Gangster) e Ron Howard.

Il telefilm è incentrato sulla famiglia Bluth, un gruppo di personaggi “leggermente” sopra le righe. Il capofamiglia, George Senior, è un imprenditore edile che finisce improvvisamente in galera per i suoi affari poco leciti e lascia ai suoi familiari una ditta in piena crisi. Il figlio Michael (Jason Bateman), l’unico con la testa sulle spalle, seppur deluso dal non essere stato promosso direttore dell’azienda, decide comunque di prendere in mano la situazione. Purtroppo però, anziché essere aiutato, viene solamente ostacolato dagli altri membri del gruppo. C’è la madre Lucille, in ansia per le ricchezze che potrebbe perdere; il fratello Oscar, illusionista incapace; la sorella Lizzy, eterna nullafacente, ben coadiuvata dal marito Tobias ex psichiatra dalla sessualità instabile deciso a diventare un attore con tremendi risultati; Buster, altro figlio di George Senior e Lucille, un po’ ritardato e bisognoso di affetto. E poi i più giovani: il figlio di Michael, che porta il simpatico nome di George Michael, segretamente innamorato della cuginetta, figlia di Lizzy e Tobias.

Con una voce narrante che negli Stati Uniti è proprio quello dell’ex Richie Cunningham Ron Howard, e con guest stars del calibro di Liza Minnelli, Henry “Fonzie” Winkler, Ben Stiller, Charlize Theron, Zach Braff, ecc., Arrested Development, le cui prime due stagioni sono state mandate in onda da Italia 1 a tarda notte con il titolo di Ti presento i miei, si è concluso con la terza serie, nel 2005, ancora inedita da noi. Una comicità mai scontata, basata sui tic e le manie dei singoli protagonisti, su situazioni esilaranti ma mai forzate o troppo inverosimili, su una sceneggiatura straordinaria che episodio dopo episodio non ha mai finito di stupire. Vincitore dell’Emmy Award come miglior serie comica nel 2004 e di un Golden Globe l’anno successivo per l’interpretazione di Jason Bateman, Arrested Development è ora finalmente in DVD con le prime due, imperdibili stagioni. Aspettando la terza che chissà quando mai arriverà…

Voto alle prime due stagioni: 10

Segue un montaggio-tributo con i più divertenti momenti della serie.

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