febbraio 16th, 2011Anteprima: IL GRINTA

True Grit (Usa, 2010) di Joel ed Ethan Coen, con Hailee Steinfeld, Jeff Bridges, Matt Damon, Josh Brolin, Barry Pepper

Il voto di Paolino è… 9

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La giovane Mattie Ross ha 14 anni, e vive in un mondo, quello del vecchio West nell’America del 1870, nel quale già le donne hanno poca voce in capitolo: figuriamoci le ragazzine come lei. Eppure è risoluta: si reca, sola e lasciando madre e fratellini a casa, in Arkansas, dove l’uomo che ha ucciso suo padre, tale Tom Chaney, è ancora a piede libero. Mattie lo vuole portare dinanzi alla giustizia affinché paghi per il suo crimine: ingaggia così uno sceriffo dotato di “vera grinta”, Rooster Cogburn (Jeff Bridges) per dargli la caccia assieme a lei. Inizialmente scettico sia per la strana modalità d’ingaggio che per il fastidio di dover viaggiare con una bambina, l’alcolizzato Cogburn deve ben presto ricredersi su Mattie, capace di tener testa, col suo fare sfacciato, sia a lui che al loro altro compagno di viaggio, il “Texas Ranger” LaBeouf (Matt Damon).

Ennesimo, folgorante capolavoro per quei geniacci dei fratelli Coen. Che riescono, film dopo film, genere dopo genere, a prendere una storia, una situazione, un periodo che sembrerebbe avere – cinematograficamente parlando – delle regole e degli stilemi ben precisi e poco che non sia già stato detto, e a renderli qualcosa di mai visto prima. Un film che piacerà agli amanti del western storico come a quelli che lo credono morto e sepolto: i Coen prendono ciò che conosciamo bene, il classico uomo di frontiera rude e impassibile, dal grilletto facile e dalla sensibilità azzerata, e lo mettono di fronte ad una ragazzina che farà fare lui spesso la figura del bambinone malcresciuto. Jeff Bridges è incantevole nella sua caratterizzazione dell’ubriacone che alterna momenti di ironia spinta ad altri di elegante maestosità. Con lui, un Matt Damon che tenta di togliersi di dosso il mantello da eterno bravo ragazzo (ma ci riesce a malapena) e un Josh Brolin imbruttito che compare poco ma risulta disturbante esattamente come il suo personaggio deve essere. Ma è Hailee Steinfeld (al suo primo lungometraggio) il vero fulcro dell’attenzione del lavoro dei Coen: il suo talento è smisurato, ed esce vincitrice da più di un ring contro i suoi più blasonati avversari su grande schermo.

Circondandosi dai loro più fidati collaboratori (incantevole la fotografia di Roger Deakins, fenomenali le musiche di Carter Burwell), i Coen mettono in scena un film doloroso e pieno di rabbia senza tralasciare la loro sfacciata e tagliente ironia: magistrale in questo senso, per capire come i due mondi possano coesistere alla perfezione, la scena dell’impiccagione di tre criminali, uno dei quali pellerossa, o alcune fulminanti battute (“Perché impiccano la gente così in alto?” chiede la piccola Mattie a Cogburn: memorabile la risposta). Esilarante poi la trattativa monetaria che la bambina tiene ad inizio film. Ma Il Grinta è anche un film sul distacco (dalla famiglia lontana, dai cari perduti: toccanti i racconti di Cogburn sui suoi affetti passati) e sulla cooperazione e la coabitazione tra razze e persone di varie nazionalità: andrebbe visto in coppia con Un gelido inverno, anch’esso in uscita questa settimana. In entrambi i film, due ragazzine sole contro un mondo più grande di loro cercano di ridare dignità alla propria famiglia. In entrambi i film un ambiente circostante ostile fatto di pregiudizi razziali e di violenza inaudita. Ieri come oggi, nulla pare essere cambiato.

In sala da venerdì 18 febbraio. Segue il trailer.

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You Will Meet a Tall Dark Stranger (Usa/Spagna, 2010) di Woody Allen, con Anthony Hopkins, Naomi Watts, Josh Brolin, Gemma Jones, Freida Pinto, Antonio Banderas

Il voto di Paolino è… 5

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Alfie (Anthony Hopkins), in piena crisi da età avanzata, ha appena lasciato la moglie di una vita per cercare “conforto” in ragazze molto più giovani, che alletta con regali preziosi. Finisce così per sposarsi con Charmaine, una viziosetta (di professione accompagnatrice) che trova in lui la sua gallina dalle uova d’oro. Intanto l’ex moglie di Alfie, Helena (Gemma Jones), si fa guidare dalle istruzioni di una sedicente cartomante e irrompe ancor di più nella vita della figlia Sally (Naomi Watts), anch’essa in crisi col marito Roy (Josh Brolin). Nella coppia irrompono due nuove figure che porteranno scompiglio nella loro relazione: Sally si invaghisce del suo capo Greg (Antonio Banderas), mentre Roy si infatua della bella e giovane vicina Dia (Freida Pinto).

Dopo aver ritrovato forza e vitalità con il recente Basta che funzioni, Woody Allen torna in Europa per girare questa volta a Londra un ibrido tra commedia sentimentale, racconto sulle crisi di mezza età e, nel finale, amaro e crudele dramma che non vuole lasciare via di scampo all’umanità che commette peccato. Purtroppo, pur potendo contare su un cast che pochi altri registi potrebbero concedersi, questa volta il risultato è piuttosto debole, schematico e prevedibile. Soprattutto la scrittura non rende giustizia al suo autore, costretto a doversi abbassare a gag da cinema di serie B (da Allen non ci si aspettava certo la scenetta in cui Anthony Hopkins deve fronteggiare un’assunzione fuori luogo di Viagra: purtroppo uno dei punti più bassi della carriera di entrambi) e a dialoghi che raramente colpiscono nel segno. Dove il film sembra ritrovare un po’ di forza è nella parte finale, quando Josh Brolin diventa protagonista di una vicenda – ancora una volta, come nello strepitoso ed indimenticato Match Point, dettata dal Caso, o meglio da un incauto fraintendimento – che gira attorno ad un romanzo e che fa finire il film con uno strepitoso cliffhanger.

Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni si butta via in scenette poco credibili e in situazioni già viste troppe volte per risultare godibili (i dialoghi tra la madre che crede nelle doti della cartomante e la figlia scettica sono ben poco originali). Ogni tanto il vecchio Woody rifà capolino e un paio di colpi a dovere li assesta, ma il risultato finale è troppo precario su tutti i fronti – recitazione svogliata compresa – per meritare la sufficienza.

In sala da venerdì 3 dicembre. Segue il trailer.

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Wall Street: Money Never Sleeps (Usa, 2010) di Oliver Stone, con Michael Douglas, Shia LaBeouf, Carey Mulligan, Frank Langella, Josh Brolin, Eli Wallach

Il voto di Paolino è… 7-

Prologo: è il 2001 quando Gordon Gekko (Michael Douglas) esce dal carcere dopo aver scontato la sua pena dovuta alle frodi fiscali che aveva commesso a Wall Street quando ne era il re. L’azione si sposta poi al 2008, alle soglie dell’esplosione della crisi economica. Jake Moore (Shia LaBeouf) è un giovanissimo piazzista che lavora in Borsa per una grossa compagnia fondata dal suo mentore Louis Zabel (Frank Langella) ed è fidanzato proprio con la figlia di Gekko, che però ha chiuso ogni rapporto con il padre. Come ogni lavoratore di Wall Street, Jake non può che essere attratto dalla storica figura di Gekko, che decide così di incontrare di nascosto dalla sua ragazza. Nasce così una collaborazione che porterà inevitabilmente a fratture e scossoni. Intanto le prime banche cominciano a fallire…

Anche i bastardi hanno un cuore. E no, non mi riferisco solo alla figura di Gordon Gekko, di cui parlerò più avanti. Mi riferisco a quella dell’uomo che l’ha creato: Oliver Stone, uno dei registi più rompicoglioni, cinici, pezzi di merda che il cinema abbia mai partorito (e nel film ne interpreta uno in un cameo). Lui ovviamente sa di esserlo, e non può che esserne fiero. Allora perchè, vado subito al sodo, un finale così buonista, criticato da molti? Il primo Wall Street era figlio di un’epoca di boom economico per gli Stati Uniti, e bisognava cercare di demonizzarlo, portarne alla luce le magagne. Ecco quindi Gordon Gekko, un broker spietato (“L’avidità è giusta” gridava in tribunale) che aveva il mondo ai suoi piedi e comandava anche su chi non sapeva che esistesse. Oggi invece, beh la situazione è quella che è. Il mondo è in ginocchio: aveva ancora senso portare in scena quel Gekko? Sarebbe stato impossibile, nonché stupido. Stone dunque, con il suo finale ottimista, vuole dare speranza, vuole far uscire non disgustati ma rasserenati. Per quando possibile. E sottolinea, ancora una volta, che il cambiamento deve venire dalle persone. Non da qualche congiunzione astrale che favorisca gli affari.

C’è una scena meravigliosa in Wall Street: il denaro non dorme mai, quando Gekko partecipa ad una cena di beneficenza per magnati borsisti e dice “se questo posto crollasse, il Mondo resterebbe senza un governo”. Ed è proprio poco prima che ha luogo un re-incontro attesissimo che poteva trasformarsi in una buffonata ma che Stone è stato bravissimo a trasformare in uno dei momenti più alti del film: Gekko si imbatte in Bud Fox (Charlie Sheen), il ragazzo che nel primo film lo aveva incastrato. Un colloquio brevissimo ma malinconico, l’allievo ha superato il maestro: gli occhi di Douglas in quel momento colpiscono al cuore, e il suo personaggio diventa finalmente umano, a 23 anni di distanza dal suo debutto su schermo. Ciò che non convince troppo di questo sequel quindi non è tanto il tono quanto alcuni accorgimenti tecnici di Stone, troppi sbagli di regia, stucchevolezze evitabili. E il giovane protagonista scelto, Shia LaBeouf, non riesce ad essere coinvolgente né tantomeno credibile. La sua faccetta buffa da ragazzino appena uscito dal college non lo aiuta di certo nei suoi colloqui con Douglas. Avete presente lo storico incontro/scontro tra Al Pacino e Robert DeNiro? Ecco, qui è come se Douglas, molto bravo e sottotono, se la dovesse vedere con un lavandino.

La mano di Stone comunque è solida, e gli perdoniamo delle scelte discutibili come micro-flashback inutili o l’apparizione onirica di Frank Langella in un bagno. Bravo anche Josh Brolin, una faccia perfetta per il suo ruolo di antipatico coglione. Ottima anche l’idea di ambientarlo non ai giorni correnti ma nel nostro passato prossimo, nel 2008: noi sappiamo già quindi quello che è successo, e qui vediamo perchè. Un accorgimento piccolo ma notevole che probabilmente ha salvato l’intero progetto.

Segue il trailer.

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jonahSconcerto e perplessità di fronte a due nuovi trailer che vi vado a presentare.

Il primo porta nella nuova dimensione del 3D uno degli archetipi del cinema horror, il Piranha. Dirige Alexandre Aja, francesino che con Alta tensione e Le colline hanno gli occhi si è creato un nutrito nugolo di fan. Stavolta però pare abbia deciso di fare le cose un po’ meno seriamente del solito: il trailer di Piranha 3D (uscita Usa 27 agosto) infatti pone un dubbio. Che sarebbe questo: il film ci è o ci fa? Vorrebbe essere serio ma non ci riesce o la butta direttamente sul trashume che tanto ci piace? Giudicate voi, ma solo il cast vale il biglietto: la rediviva Elisabeth Shue (L’uomo senza ombra, Via da Las Vegas), gli affezionati serie-B-makers Jerry O’Connell (I gattoni) e Ving Rhames (Mission Impossible 1-2-3), i cari vecchi Christopher Lloyd (Ritorno al futuro) e Richard Dreyfuss (Lo squalo) e persino il regista prezzemolino Eli Roth (Hostel, Bastardi senza gloria).

Il secondo si candida a diventare uno dei blockbuster dell’anno, ma a vedere le prime immagini credo andrà incontro ad un sonoro flop: è Jonah Hex, film di Jimmy Hayward (che viene dall’animazione per bambini, ha diretto Ortone e il mondo dei Chi e partecipato alla realizzazione di Monsters & Co., Alla ricerca di Nemo e altri) tratto dagli omonimi fumetti della DC Comics. Per chi non conoscesse il personaggio, Jonah Hex (Josh Brolin) è un cacciatore di taglie nel periodo del western con poteri soprannaturali sulle tracce di Quentin Turnbull (John Malkovich), uno stregone voodoo, che cerca di riunire un esercito di zombie per liberare il Sud. Cioè non so se ho reso l’idea. Nel cast pure Megan Fox, per non farsi mancare nulla. A me pare Wild Wild West 2, non so a voi…

settembre 19th, 2009BASTA CHE FUNZIONI

whateverworksWhatever Works (Usa, 2009) di Woody Allen, con Larry David, Evan Rachel Wood, Adam Brooks, Patricia Clarkson, Henry Cavill

Il voto di Paolino è… 7

Boris Yellnikoff si autodefinisce un genio. Un tempo fisico di grande fama (ad un passo dal Nobel, a suo dire), oggi è solo, arrabbiato, sempre più pessimista e pure zoppo da quando il suo tentativo di suicidio è andato male. I suoi unici momenti di sfogo sono quelli che passa al bar con due/tre amici intellettualmente dotati come lui, finchè un giorno fuori casa si imbatte in una ragazzina (Evan Rachel Wood, The Wrestler) che gli chiede cibo ed ospitalità. Lei si chiama Melody, è fuggita di casa, è profondamente ed irrimediabilmente sciocca ed ignorante e quelli che dovevano essere soltanto pochi giorni sul divano del vecchietto si trasformeranno in un rapporto sui generis che porterà a conseguenze esilaranti.

Ci sono poche certezze nella vita, ma quella di ritrovarsi ogni anno il classico film di Woody Allen è una di quelle. Stavolta poi torna nella sua amata New York, che aveva abbandonato dopo Melinda e Melinda nel 2004 per quella che è stata una trasferta europea che gli ha ridato vigore, ripescando una sceneggiatura che teneva nel cassetto fin dagli anni ’70 e che ha rimodernato ai tempi di Obama consegnandola nelle mani di un attore protagonista quantomai inconsueto: Larry David, un comico americano poco avvezzo alla recitazione famoso (e ricco) per aver creato varie serie comiche di successo negli Usa. In effetti la sua performance in Basta che funzioni non lascerà certo il segno nella Storia, ma visto che interpreta nientepiù che l’alter-ego di Allen, non certo noto per le sua capacità attoriali, ci accontentiamo.

Riusciamo persino a passare sopra all’espediente narrativo secondo cui Boris racconta la sua storia direttamente al pubblico in sala parlando dritto in macchina: all’inizio ci si indispone ma col passare del minutaggio ci si abitua. Ciò che latita più di tutti in questo suo ennesimo lavoro è la storia. La trametta è esile esile e funge solo da pretesto ai dialoghi tra l’ottuagenario e la sciacquetta, che come al solito toccano i temi cari al regista: l’inutilità delle religioni, il mondo governato dal caso, l’ipocrisia della gente e compagnia bella, niente che però sia utile allo svolgimento del plot, il quale si smuove soltanto nel finale dando vita ad un quadretto familiare piuttosto forzato. Il fatto è comunque che, seppur con una media al minuto più bassa rispetto al glorioso passato che fu, le battute che escono dalla penna di Allen sono quasi sempre davvero divertenti pur nella loro semplicità, e ridicolizzano in una manciata di istanti ogni altra commedia hollywoodiana (e non) dello stesso tipo. Per questo mi sento di difendere Basta che funzioni dagli attacchi che buona parte della critica gli sta riservando. Certo, paragonato agli Allen degli esordi questo film sarebbe quasi da dimenticare, ma nel marasma di banalità odierno ben venga questo tipo di mediocrità!

Il prossimo progetto però dovrà assolutamente centrare perfettamente il bersaglio, perchè sarebbe sprecato e triste buttare via il cast che Allen è riuscito a mettere in piedi e che proprio in questi giorni è impegnato con le riprese a Londra: Anthony Hopkins, Josh Brolin, Naomi Watts, Antonio Banderas, Freida Pinto. All’anno prossimo, Woody!

Segue il trailer.

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gennaio 31st, 2009MILK

Milk (Usa, 2008) di Gus Van Sant, con Sean Penn, Emile Hirsch, Josh Brolin, James Franco, Diego Luna, Alison Pill, Victor Garber, Lucas Grabeel

Il voto di Paolino è… 7/8

Onore alla madre che in sala davanti a me, alla proiezione in cui ho visto Milk, aveva portato anche il figlioletto di non più di 10-11 anni. Altro che Bambini a righe o furbate varie, questo è un film signori miei che andrebbe mostrato obbligatoriamente nelle scuole italiane: la storia degli ultimi anni di vita di Harvey Milk, il primo politico (ma lui di certo non si considerava tale) dichiaratamente e apertamente gay ad essere investito di una carica pubblica negli Stati Uniti. Era il 1977 quando, dopo anni di lotte, umiliazioni e battaglie perse, Milk diventava finalmente consigliere comunale della Città di San Francisco, con l’appoggio incondizionato del sindaco Moscone (Victor Garber), anch’esso vittima del duplice omicidio compiutosi il 27 novembre 1978 all’interno del Municipio della città.

Gus Van Sant, regista orgogliosamente omosessuale e lontano dalla Hollywood della gente che conta, seppur abbia nella sua filmografia titoli che tutti ricordano come L’attimo fuggente e Will Hunting, a cui ha alternato progetti rischiosissimi come il criticato remake di Psycho o il pluripremiato Elephant, porta sul grande schermo la gioia di vivere e la ribellione ai pregiudizi che condannarono Milk ma che lo fecero entrare di diritto nella Storia. Utilizzando perfettamente spezzoni d’epoca e ricostruendo con dovizia di particolari fatti e avvenimenti senza mai stancare per un attimo lo spettatore, Van Sant ha costruito un film dallo stile sporco e secco, che si mantiene costante in una perfetta linea narrativa senza mai raggiungere eclatanti picchi di emozionalità ma senza neanche mai cadere di tono per un solo secondo. D’altronde il cast che con forza ha accettato di partecipare a questo progetto è qualcosa di spettacolare: Sean Penn dona ad Harvey un’umanità fuori dal comune, ma è nella brevissima ma straziante scena dell’omicidio che esce fuori tutto il suo talento, con pochi secondi che andrebbero studiati nelle scuole di recitazione. E se la sua candidatura all’Oscar è sacrosanta, quella che ha ottenuto Josh Brolin per l’interpretazione del consigliere Dan White mi è parsa invece leggermente esagerata, seppur non scandalosa. Molto meglio di lui lo straordinario e scatenato Emile Hirsch, una vera grande promessa in ascesa, che ritrova Penn, questa volta davanti alla macchina da presa, dopo la felice esperienza di Into the Wild. Ottimo anche il sempre più impegnato James Franco.

Un film doveroso e mai piagnucoloso, che con vigore racconta una pagina ancora troppo attuale della nostra Storia.

Il film è complessivamente candidato a 8 premi Oscar. Segue il trailer.

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gennaio 25th, 2009Oscar: le nomination

Puntuali come un orologio svizzero ecco arrivare le nomination ai prossimi Oscar, che verranno assegnati tra un mesetto in una cerimonia condotta addirittura da Hugh Jackman. La fa da padrona Il curioso caso di Benjamin Button con 13 candidature, seguito da The Millionaire con 10, Milk e Il cavaliere oscuro (ma per quest’ultimo sono quasi tutte tecniche) con 8 e da Wall-E con 6. Non possono lamentarsi neppure Il dubbio, Frost/Nixon e The Reader. Un grande sconfitto però c’è già, e si chiama Revolutionary Road, mentre Robert Downey jr. ha sgraffignato la candidatura per Tropic Thunder e In Bruges l’ha ottenuta per la sceneggiatura. Ecco i dettagli:

  • Miglior Film

- Il curioso caso di Benjamin Button
- Frost/Nixon
- The Reader
- Milk
- The Millionaire

  • Miglior attore protagonista

- Richard Jenkins per L’ospite inatteso
- Frank Langella per Frost/Nixon
- Sean Penn per Milk
- Brad Pitt per Il curioso caso di Benjamin Button
- Mickey Rourke per The Wrestler

  • Miglior attrice protagonista

- Anne Hathaway per Rachel sta per sposarsi
- Angelina Jolie per Changeling
- Melissa Leo per Frozen River
- Meryl Streep per Il dubbio
- Kate Winslet per The Reader

  • Miglior attore non protagonista

- Josh Brolin per Milk
- Robert Downey jr. per Tropic Thunder
- Philip Seymour Hoffman per Il dubbio
- Heath Ledger per Il cavaliere oscuro
- Michael Shannon per Revolutionary Road

  • Miglior attrice non protagonista

- Penelope Cruz per Vicky Cristina Barcelona
- Amy Adams per Il dubbio
- Viola Davis per Il dubbio
- Taraji P. Henson per Il curioso caso di Benjamin Button
- Marisa Tomei per The Wrestler

  • Miglior regia

- Danny Boyle per The Millionaire
- Stephen Daldry per The Reader
- David Fincher per Il curioso caso di Benjamin Button
- Ron Howard per Frost/Nixon
- Gus Van Sant per Milk

  • Miglior sceneggiatura originale

- Frozen River
- La felicità porta fortuna
- In Bruges
- Milk
- WALL-E

  • Miglior sceneggiatura non originale

- Il curioso caso di Benjamin Button
- Il dubbio
- Frost/Nixon
- The Reader
- The Millionaire

  • Miglior fotografia

- Changeling
- Il curioso caso di Benjamin Button
- Il cavaliere oscuro
- The Reader
- The Millionaire

  • Miglior montaggio

- Il curioso caso di Benjamin Button
- Il cavaliere oscuro
- Frost/Nixon
- Milk
- The Millionaire

  • Miglior make-up

- Il curioso caso di Benjamin Button
- Il cavaliere oscuro
- Hellboy II: the golden army

  • Miglior scenografia

- Changeling
- Il curioso caso di Benjamin Button
- Il cavaliere oscuro
- La duchessa
- Revolutionary Road

  • Migliori costumi

- Il curioso caso di Benjamin Button
- Australia
- La duchessa
- Milk
- Revolutionary Road

  • Miglior colonna sonora

- Milk: Danny Elfman
- Il curioso caso di Benjamin Button: Alexandre Desplat
- Defiance: James Newton Howard
- Wall-E: Thomas Newman
- The Millionaire: A.R. Rahman

  • Miglior canzone originale

- The Millionaire (“Jai Ho”)
- The Millionaire (“O Saya”)
- WALL-E (“Down to Earth”)

  • Miglior suono

- Il cavaliere oscuro
- Il curioso caso di Benjamin Button
- Wanted
- WALL-E
- The Millionaire

  • Miglior montaggio del suono

- Il cavaliere oscuro
- Iron Man
- Wanted
- WALL-E
- The Millionaire

  • Migliori effetti speciali

- Il cavaliere oscuro
- Iron Man
- Il curioso caso di Benjamin Button

  • Miglior film d’animazione

- Bolt
- Kung Fu Panda
- WALL-E

  • Miglior film straniero

- La banda Baader Mainhof (Germania)
- Revanche (Austria)
- La classe (Francia)
- Okuribito (Giappone)
- Valzer con Bashir (Israele)

gennaio 1st, 2008NON E’ UN PAESE PER VECCHI

No Country For Old Men (Usa, 2007) di Joel ed Ethan Coen, con Javier Bardem, Josh Brolin, Tommy Lee Jones

Il voto di Paolino è… 7

Texas, nei dintorni del confine col Messico, anni ’80. Tutto comincia con il cowboy Llewelyn Moss (Josh Brolin) che scopre in mezzo al deserto un furgoncino pieno di droga contorniato da cadaveri. Poco distante c’è una valigia che contiene due milioni di dollari. Intorno il nulla. Moss la fa sua. E non l’avesse mai fatto. Perchè da quel momento si troverà alle calcagna un terribile e spietato assassino dagli intenti poco chiari ma dai metodi lucidissimi… Intanto sulle loro tracce si mette pure il disincantato sceriffo Bell (Tommy Lee Jones) accompagnato dalla sua visione più nera del mondo e della vita.

Lo chiamano “il padre di tutte le carogne”, “peggio della peste bubbonica…”: è Anton Chigurh (Javier Bardem) il perno centrale del film. Un killer: ma un pazzo? un uomo qualunque? cosa lo spinge? da dove viene? Non risolve tutte le questioni che apre Non è un paese per vecchi, e lo fa volutamente con una storia a concatenazione che colpisce per lo stile ruvido (non c’è commento sonoro al film: nella vita reale non esiste) e la crudezza con cui i Coen ci mettono di fronte alla crudeltà e all’insensatezza della vita. Una visione profondamente pessimista e che non lascia scampo a varie ed eventuali. Se qualche difetto c’è è dovuto alla spesso forzata consequenzialità, e in generale ad una non riuscitissima omogeneità di racconto.

Josh Brolin ormai è sempre più lanciato verso ruoli di rilievo, dopo American Gangster e Nella valle di Elah (anche se pare sarà addirittura il nuovo Terminator…) e corona un cast di attori molto coeniani come Tommy Lee Jones e Woody Harrelson. Strepitoso Javier Bardem con la sua acconciatura già cult. Quattro Oscar per un film fuori dagli schemi, inusuale e coraggioso, violento e per nulla hollywoodiano. Sarà un cambiamento dei tempi? Speriamo di sì…


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