Shrek Forever After (Usa, 2010) di Mike Mitchell

Il voto di Paolino è… 5½

Il matrimonio rovina la gente. Lo capisce pure Shrek, a sue spese: una moglie, tre figlioletti ruttanti e scoreggianti, altri tipi di creature non ben definite (Ciuchino potrebbe essere definito la suocera rompicoglioni, mentre il Gatto con gli stivali avrebbe forse la parte del suocero, più pacato e comprensivo…): insomma, la vita da orco, quando spaventava gli abitanti di Molto Molto Lontano con i suoi ringhi famelici, è un remoto ricordo. Così in preda alla disperazione Shrek stringe un patto col subdolo Tremotino e stipula un contratto con il quale, per un giorno, vivrà in un “universo alternativo” dove un orco è ancora un orco.

La saga finisce qui, e credo nessuno la rimpiangerà. Quanto il primo episodio fu rivoluzionario, nella scrittura e nei personaggi, quanto tutti i seguenti sono stati stanche ripetizioni dell’idea originale, senza una novità, senza un guizzo, senza un vero motivo per riportare tutta la baracca su grande schermo se non il lauto botteghino. Questo quarto capitolo tenta di ridare linfa all’orco verde riportandolo agli inizi, ma Shrek non è più quel Shrek e quindi tutto il film si rivela un gigantesco bluff. I personaggi di contorno sono sempre i soliti, da Fiona che non è mai e poi mai stata un buon character, a Ciuchino che a tratti diverte e a tratti stanca. Credo che il migliore di tutti sia stato e sia rimasto il Gatto con gli Stivali, un esserino furbo, un animaletto scaltro nella parola e nel cervello, una rappresentazione sempre arguta del mondo di opportunisti in cui viviamo, che rivedremo in uno spin-off a lui dedicato (anche in italiano ha la voce di Antonio Banderas come nella versione originale).

Tra gag lente e stanche, e l’ormai inflazionatissima scena di ballo (BASTA! da amante del musical dico che non se ne può più di vederne una in OGNI cartoon esca al cinema da 3/4 anni a questa parte!), la saga volge all’epilogo senza lasciare nulla allo spettatore. E se il capostipite era stato un film dedicato e indirizzato agli adulti, col tempo tutto si è fatto più fanciullesco e oggi piacerà tanto ai bambini ma meno a chi cerca ironia e intelligenza.

Segue il trailer. Read the rest of this entry »

El secreto de sus ojos (Argentina/Spagna, 2009) di Juan José Campanella, con Soledad Villami, Ricardo Darìn, Carla Quevedo, Javier Godino

Il voto di Paolino è… 9

Data di uscita italiana: 4 giugno 2010
Sale: 61
Incasso totale: 1.050.000 euro

Benjamin Esposto per anni è stato l’assistente di un Pubblico Ministero. Ora è in pensione, e cerca un modo per riempire le proprie giornate. Decide così di scrivere un romanzo, ispirandosi a una faccenda a cui aveva lavorato quasi trent’anni prima, il caso di una ragazza stuprata ed uccisa in casa propria. Riviviamo così quelle indagini e il mistero attorno a loro, un mistero rimasto insoluto per tutto questo tempo. Per scrivere il libro Benjamin torna a trovare coloro i quali avevano vissuto con lui quella tragica storia, da Irene, segretaria del Pubblico Ministero amata da sempre, a Ricardo Morales, il vedovo della donna uccisa, ancora desideroso di vendetta.

Quando questo thriller argentino, qualche mese fa, ha vinto il premio Oscar come Miglior film straniero, la curiosità in me si è subito fatta pressante. Perchè com’era possibile che un film dichiaratamente di genere, costretto quindi da confini ben circoscritti e da una trama molto simile a tante altre (chi e perchè ha ucciso?) avesse potuto suscitare tutto questo clamore? Poi ho visto Il segreto dei suoi occhi, e la motivazione è subito stata chiara. Il film di Juan José Campanella è ipnotico ed attanagliante, doloroso ed avvincente, moderno ma classico. Emozioni tangibili, che non riguardano soltanto il caso in sé: si respirano tra le scrivanie degli uffici ministeriali, nei bar nei quali Benjamin è costretto ogni sera ad andare a prelevare il suo amico fraterno e collega Pablo, nella stazione dei treni nella quale ogni giorno il vedovo della vittima si apposta, sofferente, per aspettare quello che lui e la polizia credono essere il colpevole. Un colpevole che ad un certo punto verrà scoperto, ma ciò non sancirà certo la fine del film, anzi. Darà il via ad un moto di avvenimenti e di ripercussioni dolorose ed impreviste.

Cosa affascina de Il segreto dei suoi occhi? Affascina una regia strabiliante (Juan José Campanella è attivo da anni tra gli USA, dove gira svariati episodi di serie tv quali Dr. House, Law & Order, 30 Rock, e l’Argentina dove invece realizza i suoi lungometraggi) che utilizza spazi e colori come se dovesse dipingere il film anzichè filmarlo, concedendosi però a metà dello svolgimento un piano-sequenza magistrale ed incredibile che parte con un volo a planare su uno stracolmo stadio di calcio per poi continuare senza interrompersi tra i suoi corridoi d’accesso. Una sequenza tesissima non soltanto dal punto di vista tecnico ma soprattutto da quello del racconto, visto che segna un importante punto di svolta nel film. Poi le interpretazioni, tutte fenomenali (e molte impegnate su doppio fronte, visto che i medesimi attori interpretano più che credibilmente i personaggi negli anni Settanta e nei giorni nostri) a partire da quella del protagonista, uno straordinario Ricardo Darìn.

Qualche critica si può muovere alla sceneggiatura. Innanzitutto la scoperta di quello che potrebbe essere l’assassino avviene tramite una “prova” che definire risibile è anche gentile. Tra l’altro costui rimane assolutamente l’unico sospettato – senza alcuna prova contro di lui se non il fatto che non si fa trovare – per tutto il film. Poi lo stesso personaggio, nella seconda parte della storia, subisce un destino quantomeno discutibile. Insomma, senza questi difetti il film avrebbe davvero potuto essere perfetto.

Segue il trailer.

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agosto 30th, 2010INDOVINA CHI SPOSA SALLY

Happy Ever Afters (Irlanda, 2009) di Stephen Burke, con Sally Hawkins, Tom Riley, Sinead Maguire

Il voto di Paolino è… 2

E’ il giorno del matrimonio di Freddy e Maura. I due non si conoscono. Lui si sposerà per la seconda volta con la stessa, insicura ragazza delle prime nozze, mentre lei si presterà, dietro lauto compenso, a maritare un extracomunitario che altrimenti verrebbe espulso dal Paese (siamo in Irlanda). Dopo le cerimonie, i due matrimoni si spostano nel medesimo luogo per il ricevimento, in due sale attigue. Dietro l’angolo si celano due unioni, entrambe costruite su castelli di carte, pronte a crollare inesorabilmente in poco tempo.

Sarò breve. Siamo di fronte ad una delle più irritanti, odiose, atroci, disprezzabili, antipatiche e penose commedie che io abbia mai visto. Certe gag messe in campo dal regista e sceneggiatore Stephen Burke (penso ad esempio a quella nella quale Freddy si contorce in maniera pietosa per uno stiramento alla schiena) sarebbero bollate come feccia se a farle fosse un Christian DeSica qualsiasi, qui in Italia. Ma siccome il film è irlandese, è di classe, e la protagonista ha fatto bei film in passato, allora si porta pazienza e si fa finta di niente. A proposito della protagonista: curiosa e quantomai bizzarra la scelta dei titolisti italiani, che hanno chiamato la pellicola Indovina chi sposa Sally non perchè ci sia realmente un personaggio che si chiami così (almeno in originale), ma perché questo è il nome di Sally Hawkins, attrice evidentemente non così famosa da portare orde di gente in sala giusto perchè compare sulla locandina (e nel film il nome non viene mai pronunciato quindi si riesce a tenere il mistero). Aggiungiamo pure che che la sua performance è goffa e stancante.

Non una battuta azzeccata, non una scena che non sia deprimente. E’ stato difficoltoso arrivare alla fine di questa emerita e immonda schifezza. Segue il trailer.

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agosto 23rd, 2010Anteprima: THE KARATE KID

The Karate Kid (Usa/Cina, 2010) di Harald Zwart, con Jaden Smith, Jackie Chan, Taraji P. Henson, Wenwen Han

Il voto di Paolino è… 7

Dre Parker (Jaden Smith) ha dodici anni, è orfano di padre e ha la sua vita e i suoi amici a Detroit. E’ costretto però, per il lavoro della madre (Taraji P. Henson, Il curioso caso di Benjamin Button) a trasferirsi in Cina, ovviamente controvoglia. Appena arrivato a Pechino avrà modo di farsi dei nemici molto in fretta: una gang di ragazzini tutti esperti in arti marziali vede di cattivo occhio l’amicizia speciale nata tra il ragazzo e la bella violinista Mei Yin. Incapace di difendersi dalle vessazioni dei più prepotenti della scuola, Dre riesce a convincere l’addetto alla manutenzione dello stabile in cui vive, Mr. Han (Jackie Chan), che scopre essere un esperto di kung-fu, ad insegnarli la nobile arte del combattimento.

In epoca di remake, il cult-movie con Ralph Macchio e Pat Morita (quest’ultimo anche candidato all’Oscar all’epoca per la sua interpretazione) non poteva non rinascere al cinema rivisitato e aggiornato. Ci ha pensato Will Smith, che ha visto nel suo piccoletto di famiglia (fatto debuttare su grande schermo da Muccino ne La ricerca della felicità) il volto perfetto per incarnare il nuovo “ragazzo del karate” (malgrado nel film gli venga insegnato il kung fu, che non è certo la stessa cosa). E non ha avuto tutti i torti: seppur il giovane Jaden all’inizio provochi una sorta di repulsione, di antipatia verso di lui e la sua spocchia,  pian piano comincia a farsi amare e in breve tempo si ritrova a reggere completamente il film sulle sue spalle in maniera totalmente convincente: recita, combatte, balla, e canta persino (sui titoli di coda, in coppia con Justin Bieber).

Se non vedessimo il logo della Columbia Pictures ad inizio proiezione, potremmo pensare tranquillamente che il film sia una produzione Disney: buoni sentimenti (e dialoghi non certo filosofici da mettere in preventivo), la classica “formazione dell’eroe”, il cattivo da sconfiggere che alla fine si redime e un saggio maestro (di sport e di vita) con un triste passato nel cuore. Eppure funziona. Sarà la regia di ampio respiro targata Harald Zwart (La pantera rosa 2), sorprendentemente ineccepibile nello sfruttare luoghi e spazi, o l’eterogenea colonna sonora che mescola AC/DC, Red Hot Chili Peppers e Lady Gaga alle sontuose partiture di James Horner, saranno le passionali interpretazioni di Jaden Smith e di Taraji P. Henson, sarà l’eleganza e la sopita ma pungente performance di Jackie Chan. Tutto questo contribuisce al successo dell’operazione, seppur l’inizio del film, sbrigativo ed eccessivo (praticamente il ragazzino si fa amici, nemici, ragazza e istruttore dopo essere sceso dall’aereo da un’oretta scarsa), potesse far temere il peggio. Invece The Karate Kid funziona, diverte, emoziona e un pochino commuove, anche se contornato da un’aura di furbizia commerciale non sottovalutabile.

Curiosi i titoli di coda, durante i quali scorrono delle belle foto di scena rubate sul set del film, momenti di amicizia tra tutti i piccoli protagonisti e vari scatti con presenti i produttori Will Smith e Jada Pinkett, sua moglie.

Nelle sale da venerdì 3 settembre. Segue il trailer.

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The Sorcerer’s Apprentice (Usa, 2010) di Jon Turteltaub, con Nicolas Cage, Jay Baruchel, Alfred Molina, Teresa Palmer, Toby Kebbell, Monica Bellucci

Il voto di Paolino è… 4½

Balthazar Blake (Nicolas Cage), Maxim Horwath (Alfred Molina) e la bella Veronica (Monica Bellucci) erano i tre apprendisti stregoni del mago più famoso di tutti i tempi: Merlino. Il rapporto tra i due uomini però, da sempre amici, si incrinò irrimediabilmente per l’amore che entrambi provavano per la loro “collega”, così Maxim decise di allearsi con la nemica di Merlino, la strega Morgana, ma Balthazar riuscì a rinchiudere tutti loro insieme ad altri pericolosi esperti di arti magiche in alcune bambole russe. Solo l’erede di Merlino avrà il potete di sconfiggere definitivamente Morgana, e Balthazar, dopo svariati secoli, crede di averlo finalmente trovato nell’impacciato ventenne Dave (Jay Baruchel, che di anni però ne ha 27).

Per una volta non si può che essere contenti del flop di un film: L’apprendista stregone negli Stati Uniti è stato bellamente snobbato dal pubblico (e per il mega-produttore Jerry Bruckheimer è l’ennesimo insuccesso di fila), e a ragione. Non un’idea, non un singolo momento, non uno degli attori valgono la perdita di tempo in sala. Partendo dallo stesso spunto che diede vita al capolavoro d’animazione Fantasia (qui anche ripreso e citato nella scena con le scope), Bruckheimer - perchè la paternità del film va necessariamente attribuita a lui – e il suo attore feticcio cercano svogliatamente di mettere insieme poche, noiose scene d’azione (tra cui un piattissimo inseguimento in auto al confronto con il quale quello comico di Notte folle a Manhattan sembra diretto da Michael Bay) intervallate da dialoghi che sembrano ripetere sempre i soliti tre concetti tirati per i capelli. Storicamente, nei film nei quali si segue la formazione di un mago piuttosto che di un supereroe, è divertente seguirne le prove, gli sbagli, l’addestramento: qui invece nulla diverte e tutto sconforta, dalle interpretazioni svogliate di tutto il cast (a partire dall’insopportabile Jay Baruchel) alla solita regia televisiva di Jon Turteltaub, che ci ha ormai abituati alla sua completa mancanza di iniziativa e visionarietà.

E finchè nel minestrone vengono sacrificati volti come quello, ormai bollito e inflazionato, di Nicolas Cage o della sempre imbarazzante Monica Bellucci, che ancora una volta decide di doppiarsi da sola (devo aggiungere altro?), ci possiamo anche stare, ma la sofferenza si fa atroce quando appare, mortificato su schermo, il grande Alfred Molina come cattivo di turno: anche se di villain dovrebbe intendersene (è stato uno dei più riusciti della storia recente con il Doc Ock di Spider-Man 2), la sua recitazione dimostra ancora una volta che molto spesso la qualità delle interpretazioni è responsabilità diretta delle indicazioni del regista.

Nelle sale da mercoledì 18 agosto. Segue il trailer.

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agosto 16th, 2010Anteprima: GIUSTIZIA PRIVATA

Law Abiding Citizen (Usa, 2009) di F. Gary Gray, con Gerald Butler, Jamie Foxx, Colm Meaney, Bruce McGill, Leslie Bibb, Michael Irby, Gregory Itzin, Regina Hall

Il voto di Paolino è… 5½

Prologo: Clyde (Gerald Butler) sta serenamente passando una tranquilla serata casalinga quando due criminali irrompono nella sua abitazione ed uccidono la moglie e la figlioletta. Qualche tempo dopo l’uomo assiste impotente alla decisione dell’avvocato Nick Rice (Jamie Foxx) di chiedere in tribunale la massima pena soltanto per uno dei due colpevoli, e di patteggiarne invece una più lieve per il secondo in cambio di una confessione. Il risultato è quindi una condanna a morte per il più violento dei due, e solo tre anni di carcere per il collaboratore. A Clyde però, che scopriremo essere molto più che un “semplice onesto cittadino”, questo modo di fare giustizia non piace affatto: dieci anni dopo, proprio il giorno dell’esecuzione capitale dell’uomo che lo ha privato della famiglia, inizierà la sua vendetta.

Di fronte a Giustizia privata si corre il rischio di rimanere spiazzati. La critica si è nettamente spaccata: da una parte chi esalta la componente thriller del film, le performance notevoli degli attori sia principali che secondari (gli ottimi caratteristi Colm Meaney e Bruce McGill), la regia coinvolgente che sa creare più di un buon momento di tensione e di suspance (targata F. Gary Gray, di nuovo sugli schermi quattro anni dopo Be Cool); dall’altra chi non può accettare la totale mancanza di plausibilità del racconto, le inutili scene ad effetto (quella dell’orologio nell’ufficio del procuratore), la violenza gratuita, l’insensata brutalità di alcuni momenti e l’inaccettabile soluzione finale adottata per rivelare il mistero. Tutto vero, tutto sacrosanto. Giustizia privata parte malissimo, in maniera molto confusa: del prologo si capisce molto poco, e in generale i primi dieci minuti deragliano pericolosamente (complice anche un insensato e pesantissimo make-up sul volto di Gerald Butler per farlo sembrare sofferente). Quando poi la vera trama prende inizio (e Butler sembra essere ringiovanito anzichè di dieci anni più vecchio) ci si gode quasi una buona oretta di mystery/spy/legal/thriller, che attinge a piene mani dal Silenzio degli innocenti per quanto concerne i colloqui in carcere tra Foxx e Butler e che quasi riesce a non far notare i pesantissimi buchi di sceneggiatura: non pensiate infatti di riuscire a capire qualcosa del passato di Clyde, accennato e buttato lì, o del motivo – che esiste ma viene lasciato in sospeso – per cui i due malviventi avessero fatto irruzione proprio a casa sua quella notte.

Dove però il film diventa inaccettabile è nel finale, per vari motivi difficili da spiegare senza cadere nello spoiler: innanzitutto è quantomeno inverosimile la soluzione adottata per spiegare come Clyde riuscisse, pur rinchiuso in carcere, ad assassinare decine di persone all’esterno. E alla fine, una mente così brillante, ingegnosa e geniale come quella che ha dimostrato di possedere, riesce a inciampare in un’inezia prevedibile e scontata che anche il più ingenuo dei “criminali” avrebbe saputo fiutare. Insomma, Giustizia privata riesce ad essere efficace e stupido allo stesso tempo, ma ciò che prevale durante i titoli di coda è soprattutto un forte senso di rabbia.

In anteprima nazionale martedì 17 agosto, e in tutte le sale da mercoledì 25. Segue il trailer.

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agosto 12th, 2010MATRIMONIO IN FAMIGLIA

Our Family Wedding (Usa, 2010) di Rick Famuyiwa, con Forest Whitaker, America Ferrera, Carlos Mencia, Lance Gross, Regina King

Il voto di Paolino è… 4

Lucia (America Ferrera) è messicana. Marcos (Lance Gross) è afroamericano. I due si conoscono al college, dove entrambi studiano lontani dalle rispettive famiglie. O meglio, Lucia una famiglia ce l’ha davvero e piuttosto chiassosa, mentre Carlos è stato cresciuto solamente da suo padre Brad (Forest Whitaker), un conduttore radiofonico che pare non avere mai avuto una relazione seria in vita sua. Quando i due giovanotti decidono di rivelare ai rispettivi genitori, ignari persino che i loro figli abbiano una relazione, il loro amore “interraziale” e la loro decisione di sposarsi nonché di andare a fare insieme del volontariato nel Laos, succederà un prevedibile finimondo.

Non sarebbe neppure il caso di soffermarsi più di tanto su questa mediocre commediola statunitense dalla trama risaputa per quanto abusata, se non fosse per il moto di rabbia che lo spettatore (o almeno quello cinefilo) prova nel vedere Forest Whitaker costretto in un ruolo a dir poco penoso. Sarà che spesso chi viene premiato con l’Oscar ha poi difficoltà a rimettersi in carreggiata (e il mio pensiero passa da Adrien Brody a Jamie Foxx, da Halle Berry a Julia Roberts), ma anche per Whitaker, che l’ha vinto meritatamente con L’ultimo re di Scozia, pare sia arrivato il momento di scendere a compromessi. L’ennesima variazione sul tema “Indovina chi viene a cena” finisce così per alternare riflessioni che sarebbero potute essere decisamente meglio scritte (il ruolo della madre di Lucia non è banale ma appena potrebbe dare qualcosa viene relegato in secondo piano) a momenti decisamente di lega più bassa – protagonisti un caprone e del Viagra – che fanno rimpiangere, ebbene sì, alcuni cinepanettoni targati DeSica/Boldi.

L’unica idea curiosa, e che strappa mezza risata, riguarda una scena in cui vengono “immaginate” le possibili disposizioni dei tavoli al ricevimento: un momento felice in un mare di cliché e di scarsità autoriale (sceneggiatura scritta a sei mani) che annoia e affligge. Per chi non l’avesse riconosciuta, senza sopracciglie spesse e apparecchio ai denti, la protagonista sudamericana del film non è altri che America “Ugly Betty” Ferrera, che almeno qualche flebile ricordo di cosa voglia dire “recitare” pare averlo ancora intatto.

Segue il trailer.

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agosto 11th, 2010COMING SOON

Coming Soon (Thailandia, 2008) di Sopon Sukdapisit, con Chantavit Dhanasevi, Vorakan Rojchanawat

Il voto di Paolino è… 6-

Shane e Yod lavorano come proiezionisti in una multisala thailandese. Venuto in possesso in anteprima della copia di un film horror di prossima uscita, Shane decide di piratarlo per venderlo poi al mercato nero. Di notte quindi, quando il cinema è chiuso, si chiude in una sala con una videocamera e si proietta il film. La pagherà cara… Il giorno dopo il suo collega Shane scoprirà la terribile verità: la protagonista del film piratato, una vecchia strega che nella scena clou viene impiccata, “esce dallo schermo” per uccidere tutti quelli che, al cinema, assistono alla sua morte.

Cinema thailandese ragazzi, ebbene sì. Che uno dice “Ma che in Thailandia fanno pure i film?”… Azzo se li fanno! E pure tanti! E horror? Hai voglia! La sconosciuta Wave Distribution ora si metterà a distribuirne in Italia qualche manciata (il prossimo già questo weekend, il terzo a settembre) che ovviamente non vedrà nessuno. Se poi come questo lo buttano fuori il 6 di agosto… Comunque, Coming Soon è uno di quei film che possono appassionare, forse, solo i veri animali da cinefilia. Anche solo per il fatto di essere ambientato in un cinema, fuori e dentro le sale, di mostrare le macchine di proiezione in funzione e di sentire certi discorsi fatti nel “dietro le quinte”. Riporta un po’ alla mente il “film nel film” di Scream 2, e non a caso: anche la saga di Wes Craven ha sempre fatto felici più i cinefili accaniti che il pubblico “medio”. Qui molti spaventi sono assicurati, e vedere il film in una sala cinematografica, magari vuota, aumenta ancor di più l’immedesimazione dandoti quasi la sensazione di avere l’impiccata seduta sul sedile accanto al tuo. Dal punto di vista della scrittura Coming Soon è molto superficiale, mostra molta molte scene ad effetto ma non le spiega e appaiono così del tutto gratuite, seppur, appunto, efficaci. Ciò che colpisce del film è la ricostruzione scenica, l’utilizzo degli spazi e del suono: niente di geniale ma tutto estremamente accurato ed accorto.

A risollevare gli animi a quelli convinti di aver già visto tutto il vedibile, a metà film arriva un colpo di scena, col senno di poi prevedibilissimo ma ben piazzato, che ribalta le carte in tavola e ridà slancio alla storia verso un finale che utilizza tutte le canonicità del genere (anche sogni e visioni, ma senza abusarne) con intelligenza. Peccato appunto per la superficialità dei dialoghi. Ma il film è godibile e si potrebbe tranquillamente prestare al consueto remake americano.

E poi, voi lo sapevate che i thailandesi seguono il campionato italiano? Il protagonista, nel film, per guadagnarsi qualche spicciolo, scommette sulle vittorie di Milan, Cagliari e Palermo! Valli a capire… Capisco molto bene invece quelli della Wave Distribution che non hanno una lira da spendere per la promozione dei film: ma il doppiaggio, dato in pasto probabilmente ad uno di quei laboratori che doppiano le soap-opera brasiliane per Italia7Gold, è da voltastomaco. Ne avrete un assaggio nel trailer, dopo il salto.

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agosto 8th, 2010Anteprima: SPLICE

Splice (Canada/Francia/Usa, 2010) di Vincenzo Natali, con Adrien Brody, Sarah Polley, Delphine Chanéac, Brandon McGibbon, Simona Maicanescu, David Hewlett

Il voto di Paolino è… 6½

Coppia nel lavoro e nella vita, Elsa (Sarah Polley) e Clive (Adrien Brody) lavorano assiduamente per creare  una nuova specie animale, un ibrido, dal quale poter estrapolare proteine da utilizzare per la cura delle malattie genetiche negli uomini. Entrambi sarebbero anche pronti a fare il passo successivo, ovvero ad utilizzare del DNA umano, ma la società per cui lavorano glielo vieta. In segreto però i due vanno avanti per la loro strada, e danno vita ad un essere che racchiude in sé alcune tra le più incredibili capacità della natura.

Ibrida è la creatura protagonista del film, quanto ibrido è il film stesso. Splice di Vincenzo Natali vorrebbe mescolare l’horror con la genetica, rimanendo però anche nei binari di un discorso più ampio sull’uomo e  sulla natura. E ci riesce a fasi alterne. Parte bene (anche se con dei titoli di testa animati piuttosto confusionari) e ci immerge nelle vite e nel lavoro dei due protagonisti. Le due creature inizialmente da loro create, delle masse gelatinose ambulanti che chiamano con simpatia Ginger e Fred, provocano nello spettatore un fascino repulsivo piuttosto efficace, e alcuni momenti, come quello dell’imprinting tra i due “mostriciattoli”, creano suspense tangibile. Ed in effetti sono molte le scene  particolarmente riuscite: penso ad esempio ad un’altra con protagonisti Ginger e Fred di fronte ad un pubblico esterrefatto durante una convention, che però va a finire decisamente peggio della prima, oppure ad un’altra in cui Elsa e Clive sono sul tetto della loro casa di campagna tentando di inseguire Dren (chiamano così l’essere nato dal loro esperimento con DNA umano) e si trovano di fronte ad una sorpresa niente male. La storia compie anche delle scelte piuttosto ardite: c’è molto sesso, persino un mezzo incesto, e alcune scelte riguardanti la Dren “adulta” (quando questa è interpretata  dall’attrice Delphine Chanéac e non è più una creatura solo digitale), che portano i suoi due “genitori” a trattarla più come una figlia che come un animale, sono abbastanza discutibili e contribuiscono quindi a rendere più partecipe il pubblico agli eventi narrati.

Natali dimostra quindi, pur con i pochi mezzi a disposizione, di saper creare più di una scena ad effetto. Dove però il film fallisce è nella sceneggiatura: i cambi di posizione che i due scienziati continuano a cambiare drasticamente durante il film nei confronti di Dren sono piuttosto imbarazzanti ed inspiegabili. E i due attori protagonisti non fanno nulla per dare credibilità ai loro personaggi: Brody, che la costumista decide di vestire da “giovanotto” con risultati pietosi,  conferma la sua parabola ascendente, e una forte delusione arriva anche da Sarah Polley, incapace di dare sfumature ad un personaggio che avrebbe meritato ben altro trattamento.

In anteprima nazionale nei multiplex martedì 10 agosto e in tutte le sale da venerdì 13.

The Messenger (Usa, 2009) di Oren Moverman, con Ben Foster, Woody Harrelson, Samantha Morton, Jena Malone, Steve Buscemi

Il voto di Paolino è… 7½

Data di uscita italiana: 16 aprile 2010
Sale: 35
Incasso totale: fatti due conti? 70.000 euro… spero un po’ di più…

Il giovane sergente Will Montgomery (Ben Foster) è da poco rientrato in patria dopo aver prestato servizio con onore in Iraq, dove ha riportato alcune ferite ad una gamba e agli occhi in seguito ad un’esplosione. Per i pochi mesi che lo separano dal congedo, e non potendo più tornare in azione per le sue condizioni fisiche, viene assegnato al reparto “notifica caduti” assieme al capitano Tony Stone (Woody Harrelson). I due hanno il compito di comunicare la morte dei soldati alle rispettive famiglie. Will, la cui anima è fragile e ancora segnata dalle brutte esperienze – e dai lutti – a cui è andato incontro nella sua vita militare e non, dovrà faticare parecchio per non oltrepassare la linea che, come soldato, è dovuto a non valicare davanti al dolore dei parenti delle vittime. Con la giovane madre neo-vedova Olivia (Samantha Morton) però le cose andranno diversamente.

Sì, un altro film che sostanzialmente demonizza la guerra in Iraq. Sì, un altro film che mostra e attacca il marcio nell’esercito, dal reclutamento dei giovani più disperati nei centri commerciali ai soldati che, una volta rientrati nelle rispettive case, non sono più gli stessi di un tempo. Ma The Messenger è senz’altro uno dei più meritevoli di tutto il filone. Sceneggiatura e regia vanno a braccetto e costruiscono passo dopo passo una successione di dolorosi e martorianti episodi all’inizio impersonali ma piano piano sempre più coinvolgenti. I primi 40 minuti del film sono semplicemente perfetti e tesissimi: ogni parola, ogni inquadratura, ogni espressione sul volto degli attori è sensazionale, e il film non lascia respiro. Il regista Oren Moverman, al debutto dietro la macchina da presa, sceglie due stili di regia contrapposti da alternare durante il film: camera a mano stile “reality” in perenne movimento quando i due protagonisti si recano nelle case dei soldati defunti per comunicare la notizia, stratagemma che rende molto più coinvolgente l’annuncio e trasforma il pubblico in una sorta di terzo “messaggero”, stile invece più tradizionale a macchina ferma quando Will e Tony vivono le proprie vite cercando di staccarsi dalle urla, dai pianti, dagli sputi e dalle offese che sono stati rivolti loro durante la giornata lavorativa. Uno stacco così netto da risultare forse anche troppo forzato, ma potremo etichettare questo difetto come uno dei classici scivoloni da opera prima. Tra l’altro Moverman ci regala anche uno dei più belli e sentiti piani-sequenza del cinema degli ultimi anni: un dialogo tra Will e Olivia nella cucina di lei che dura più di 8 minuti senza stacchi, e che sottolinea anche la straordinaria bravura dei due interpreti. Un dialogo importante, durante il quale lui tenta anche di approcciarsi in maniera fisica – atto che nello spettatore provoca subito una sorta di repulsione, visto che lei ha pur sempre perso il marito da pochi giorni – ma durante il quale si troverà a scontrarsi con una donna dal carattere reso tortuoso da un marito eroe all’estero ma meno in patria.

Candidato a due premi Oscar (per il non protagonista Woody Harrelson, un gigantesco talento troppo spesso sottovalutato pensando ai suoi soli ruoli comici, e per la sceneggiatura scritta a quattro mani da Moverman e dal padovano di nascita Alessandro Camon), Oltre le regole è un film importante e da recuperare.

Segue il trailer.

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