agosto 8th, 2010Anteprima: SPLICE

Splice (Canada/Francia/Usa, 2010) di Vincenzo Natali, con Adrien Brody, Sarah Polley, Delphine Chanéac, Brandon McGibbon, Simona Maicanescu, David Hewlett

Il voto di Paolino è… 6½

Coppia nel lavoro e nella vita, Elsa (Sarah Polley) e Clive (Adrien Brody) lavorano assiduamente per creare  una nuova specie animale, un ibrido, dal quale poter estrapolare proteine da utilizzare per la cura delle malattie genetiche negli uomini. Entrambi sarebbero anche pronti a fare il passo successivo, ovvero ad utilizzare del DNA umano, ma la società per cui lavorano glielo vieta. In segreto però i due vanno avanti per la loro strada, e danno vita ad un essere che racchiude in sé alcune tra le più incredibili capacità della natura.

Ibrida è la creatura protagonista del film, quanto ibrido è il film stesso. Splice di Vincenzo Natali vorrebbe mescolare l’horror con la genetica, rimanendo però anche nei binari di un discorso più ampio sull’uomo e  sulla natura. E ci riesce a fasi alterne. Parte bene (anche se con dei titoli di testa animati piuttosto confusionari) e ci immerge nelle vite e nel lavoro dei due protagonisti. Le due creature inizialmente da loro create, delle masse gelatinose ambulanti che chiamano con simpatia Ginger e Fred, provocano nello spettatore un fascino repulsivo piuttosto efficace, e alcuni momenti, come quello dell’imprinting tra i due “mostriciattoli”, creano suspense tangibile. Ed in effetti sono molte le scene  particolarmente riuscite: penso ad esempio ad un’altra con protagonisti Ginger e Fred di fronte ad un pubblico esterrefatto durante una convention, che però va a finire decisamente peggio della prima, oppure ad un’altra in cui Elsa e Clive sono sul tetto della loro casa di campagna tentando di inseguire Dren (chiamano così l’essere nato dal loro esperimento con DNA umano) e si trovano di fronte ad una sorpresa niente male. La storia compie anche delle scelte piuttosto ardite: c’è molto sesso, persino un mezzo incesto, e alcune scelte riguardanti la Dren “adulta” (quando questa è interpretata  dall’attrice Delphine Chanéac e non è più una creatura solo digitale), che portano i suoi due “genitori” a trattarla più come una figlia che come un animale, sono abbastanza discutibili e contribuiscono quindi a rendere più partecipe il pubblico agli eventi narrati.

Natali dimostra quindi, pur con i pochi mezzi a disposizione, di saper creare più di una scena ad effetto. Dove però il film fallisce è nella sceneggiatura: i cambi di posizione che i due scienziati continuano a cambiare drasticamente durante il film nei confronti di Dren sono piuttosto imbarazzanti ed inspiegabili. E i due attori protagonisti non fanno nulla per dare credibilità ai loro personaggi: Brody, che la costumista decide di vestire da “giovanotto” con risultati pietosi,  conferma la sua parabola ascendente, e una forte delusione arriva anche da Sarah Polley, incapace di dare sfumature ad un personaggio che avrebbe meritato ben altro trattamento.

In anteprima nazionale nei multiplex martedì 10 agosto e in tutte le sale da venerdì 13.

The Messenger (Usa, 2009) di Oren Moverman, con Ben Foster, Woody Harrelson, Samantha Morton, Jena Malone, Steve Buscemi

Il voto di Paolino è… 7½

Data di uscita italiana: 16 aprile 2010
Sale: 35
Incasso totale: fatti due conti? 70.000 euro… spero un po’ di più…

Il giovane sergente Will Montgomery (Ben Foster) è da poco rientrato in patria dopo aver prestato servizio con onore in Iraq, dove ha riportato alcune ferite ad una gamba e agli occhi in seguito ad un’esplosione. Per i pochi mesi che lo separano dal congedo, e non potendo più tornare in azione per le sue condizioni fisiche, viene assegnato al reparto “notifica caduti” assieme al capitano Tony Stone (Woody Harrelson). I due hanno il compito di comunicare la morte dei soldati alle rispettive famiglie. Will, la cui anima è fragile e ancora segnata dalle brutte esperienze – e dai lutti – a cui è andato incontro nella sua vita militare e non, dovrà faticare parecchio per non oltrepassare la linea che, come soldato, è dovuto a non valicare davanti al dolore dei parenti delle vittime. Con la giovane madre neo-vedova Olivia (Samantha Morton) però le cose andranno diversamente.

Sì, un altro film che sostanzialmente demonizza la guerra in Iraq. Sì, un altro film che mostra e attacca il marcio nell’esercito, dal reclutamento dei giovani più disperati nei centri commerciali ai soldati che, una volta rientrati nelle rispettive case, non sono più gli stessi di un tempo. Ma The Messenger è senz’altro uno dei più meritevoli di tutto il filone. Sceneggiatura e regia vanno a braccetto e costruiscono passo dopo passo una successione di dolorosi e martorianti episodi all’inizio impersonali ma piano piano sempre più coinvolgenti. I primi 40 minuti del film sono semplicemente perfetti e tesissimi: ogni parola, ogni inquadratura, ogni espressione sul volto degli attori è sensazionale, e il film non lascia respiro. Il regista Oren Moverman, al debutto dietro la macchina da presa, sceglie due stili di regia contrapposti da alternare durante il film: camera a mano stile “reality” in perenne movimento quando i due protagonisti si recano nelle case dei soldati defunti per comunicare la notizia, stratagemma che rende molto più coinvolgente l’annuncio e trasforma il pubblico in una sorta di terzo “messaggero”, stile invece più tradizionale a macchina ferma quando Will e Tony vivono le proprie vite cercando di staccarsi dalle urla, dai pianti, dagli sputi e dalle offese che sono stati rivolti loro durante la giornata lavorativa. Uno stacco così netto da risultare forse anche troppo forzato, ma potremo etichettare questo difetto come uno dei classici scivoloni da opera prima. Tra l’altro Moverman ci regala anche uno dei più belli e sentiti piani-sequenza del cinema degli ultimi anni: un dialogo tra Will e Olivia nella cucina di lei che dura più di 8 minuti senza stacchi, e che sottolinea anche la straordinaria bravura dei due interpreti. Un dialogo importante, durante il quale lui tenta anche di approcciarsi in maniera fisica – atto che nello spettatore provoca subito una sorta di repulsione, visto che lei ha pur sempre perso il marito da pochi giorni – ma durante il quale si troverà a scontrarsi con una donna dal carattere reso tortuoso da un marito eroe all’estero ma meno in patria.

Candidato a due premi Oscar (per il non protagonista Woody Harrelson, un gigantesco talento troppo spesso sottovalutato pensando ai suoi soli ruoli comici, e per la sceneggiatura scritta a quattro mani da Moverman e dal padovano di nascita Alessandro Camon), Oltre le regole è un film importante e da recuperare.

Segue il trailer.

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agosto 3rd, 2010Anteprima: PANDORUM

pandorum_20100528_1603119224Pandorum (Usa, 2010) di Christian Alvart, con Dennis Quaid, Ben Foster, Cam Gigandet, Antje Traue, Cung Le

Il voto di Paolino è… 6

Risvegliarsi in una sterminata astronave dopo un sonno forzato durato più di un secolo. Accorgersi che gli infiniti corridoi di quella struttura galleggiante nello spazio sembrano vuoti, inanimati, spenti da chissà quanto tempo. Ricordarsi poco a poco di far parte di una spedizione diretta su un nuovo, lontanissimo Pianeta di nome Tanis, abitabile in tutto e per tutto e quindi diventato l’unica speranza di sopravvivenza per cercare di sfuggire ad una Terra ormai al collasso e prossima all’autodistruzione. Trovare pochi superstiti, e soprattutto accorgersi che tra le stanze dell’astronave Elysium circolano presenze di natura tutto fuorché umana.

Se c’è un aggettivo non riconducibile al film Pandorum è sicuramente “originale”. Il regista Christian Alvart e lo sceneggiatore Travis Milloy saccheggiano Alien, Punto di non ritorno e altri storici classici della fantascienza come fossero le basi dalle quali partire per ogni film moderno circoscritto tra gli stessi temi. Ed in effetti non hanno neanche tutti i torti, visto che cercare di creare qualcosa di nuovo per un film ambientato totalmente all’interno di un’astronave sperduta nello spazio è impresa ardua: gli elementi utilizzabili sono sempre gli stessi, gli spazi anche, i cliché pure. L’obiettivo resta dunque quello di ri-amalgamarli assieme facendo in modo che il pubblico non intuisca già come andrà a finire l’intera faccenda cinque minuti dopo l’inizio del film. Ed in questo Pandorum riesce perfettamente: alcune sorprese riescono a rimanere tali fino a quando non compaiono su schermo, e la giustificazione che viene data alla presenza nell’astronave di “qualcosa” di non umano è più che accettabile e ben raccontata. Ottima, anche se anomala, l’idea di spezzare quasi subito il racconto creando due vere e proprie “avventure parallele”, quella di Ben Foster (30 giorni di buio, Oltre le regole), più fisica e d’azione, da un lato e quella di Dennis Quaid, più cerebrale e psicologica, dall’altro.

Il film non offre nulla più che buon intrattenimento, quindi non aspettiamoci personaggi psicologicamente approfonditi o messaggi nascosti. Pandorum ti affonda nel tetro e nell’orrore, e il finale è soddisfacente. Basta accontentarsi.

Nelle sale da venerdì 6 agosto. Segue il trailer.

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afterschoolAfterschool (Usa, 2008) di Antonio Campos, con Ezra Miller, Rosemarie DeWitt, Jeremy Allen White, Michael Stuhlbarg

Il voto di Paolino è… 6/7

Data di uscita italiana: 26 febbraio 2010
Sale: 7
Incasso totale: 10.000 euro se è tanto

Siamo in un prestigiosissimo collegio del New England. Robert (Ezra Miller, Californication, City Island) frequenta in secondo anno, è un ragazzino introverso, impacciato con le ragazze, che ama trascorrere il tempo guardando brevi filmati su internet, di ogni genere essi siano: dal bambino che cade dalla giostra al porno più spinto. Un giorno, mentre per un compito scolastico sta filmando con la videocamera i corridoi vuoti della scuola, riprende casualmente gli ultimi attimi di vita di due gemelle dell’ultimo anno, entrambe stroncate da un’overdose. Le ragazze muoiono proprio tra le braccia di Robert, l’unico presente. Nonostante ciò il preside (Michael Stuhlbarg, in seguito diventato il protagonista di A Serious Man) decide comunque di affidare al ragazzo la realizzazione di un video “in memoriam”. Per Robert l’occhio della videocamera diventa così un filtro, attraverso il quale vedere il mondo con completo distacco accorgendosi di quanto lui stesso si senta fuori luogo, in quel mondo.

Grazie a YouTube e simili, chiunque oggi può riporre frammenti della propria vita sul web, chiunque può renderli disponibile al mondo: da un zuffa a scuola a un rapporto sessuale in soggettiva, tutto finisce on-line. E tutto è a disposizione di tutti. Per gli adolescenti di oggi questa è la normalità, non hanno vissuto il “prima”, ed ecco quindi che ragazzi come il protagonista di Afterschool finiscono per vivere più intensamente le esperienze virtuali a cui possono assistere soli con il proprio mouse che quelle reali. Nella sua mente le persone che gli passano accanto nei corridoi scolastici, quelle che mangiano con lui in mensa, finanche quelle che muoiono tra le sue braccia, sono e rimangono meno “reali” di quelle di cui invece fa esperienza su internet. Ed è per questo che quando il preside lo incarica di realizzare un filmato che per lui è solamente una perdita di tempo, un ridicolo ritratto dell’ipocrisia della gente, il risultato che ne uscirà sarà definito quasi un insulto.

Afterschool riesce ad essere molto interessante ed efficace soprattutto dal punto di vista della forma più che da quello del contenuto. Ogni scena è girata o a camera fissa o con lentissimi movimenti di macchina laterali. Spesso le immagini sono sfocate, i suoni sono ovattati, i personaggi sono ripresi sullo sfondo o per metà. Quasi sempre le azioni principali avvengono a cavallo del bordo più esterno dell’inquadratura. Un distacco e una freddezza che fanno sembrare ogni spettatore un vero e proprio estraneo, distaccato e quasi inopportuno. E’ anche però un’arma a doppio taglio: il film finisce spesso per essere ripetitivo o stancante, ed in effetti leggermente sconclusionato. Afterschool è comunque un importante affresco sugli adolescenti d’oggi, e sulla sofferenza e il dolore insiti in alcuni di loro, spesso in quelli più deboli o in quelli che riescono a vedere aldilà, appunto, del filtro che la società impone loro.

Segue il trailer.

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luglio 22nd, 2010Anteprima: IL SOLISTA

thesoloistThe Soloist (Usa/Gran Bretagna/Francia, 2009) di Joe Wright, con Robert Downey jr., Jamie Foxx, Catherine Keener, Tom Hollander, Lisa Gay Hamilton, Nelsan Ellis

Il voto di Paolino è… 5/6

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2005. Steve Lopez (Robert Downey jr.) tiene una rubrica sul Los Angeles Times nella quale racconta esperienze personali e storie interessanti che scova in giro per la sua città. Un giorno, per strada, attratto da una musica affascinante, si imbatte nel senzatetto Nathaniel Ayers (Jamie Foxx), affetto da qualche disturbo psichico ma perfettamente in grado di tenere una conversazione, e di raccontare la sua storia. Una storia che Lopez comincerà a raccontare puntata dopo puntata sulle colonne del Times, suscitando l’interesse e la commozione dell’intera città, e mettendo a fuoco l’interesse sulle condizioni dei disagiati senza una casa che popolano le strade della metropoli.

Joe Wright, classe 1972, si è fatto notare negli anni scorsi con Orgoglio e pregiudizio ed Espiazione, due film che avevano il loro punto di forza nella straordinaria resa formale, nella classe e nell’eleganza delle immagini. Purtroppo Il solista non riesce ad essere così incisivo, soprattutto perchè balza agli occhi l’incapacità di decidere il tono da dare al racconto, i punti sui quali focalizzarsi, i fatti che meritano più attenzione degli altri. Il film offre moltissimi spunti che potevano delinearne la struttura: il giornalista per esempio è molto combattuto per il fatto che vorrebbe aiutare Nathaniel ed essere per lui un amico per poi rendersi conto che invece in fin dei conti lo sta solo sfruttando. Una delle scene che sarebbero potute essere perfette per mettere in mostra questa diatriba interiore, ovvero la serata di gala nella quale Lopez viene premiato proprio per gli articoli sul musicista, risulta invece sconclusionata e assolutamente non incisiva. I flashback sulla vita di Nathaniel ragazzo poi sono inseriti malissimo nella storyline ed interrompono continuamente la tensione narrativa (se ne poteva fare tranquillamente a meno), così come la comparsa in scena della sorella del ragazzo e l’approfondimento sulle condizioni dei senzatetto. Capitolo a parte per l’aspetto “visionario” del film. Wright si permette una tremenda sequenza animata sulle note di un concerto al quale Lopez e Ayers stanno assistendo al Disney Concert Hall, mentre le voci che continuamente disturbano la mente di Nathaniel sono rese male e danno al film un tono misterioso che rovina l’intimità della storia.

Un film che poteva essere ben altra cosa, soprattutto con due interpreti di questo calibro: Jamie Foxx cammina su un limbo pericoloso come ogni attore che affronti dei personaggi mentalmente disturbati, ma riesce a mantenersi decoroso, mentre la prova migliore è senza dubbio quella di Robert Downey jr., una delle migliori della sua carriera, da non sottovalutare.

Nelle sale da venerdì 23 luglio. Segue il trailer. Read the rest of this entry »

luglio 20th, 2010Anteprima: THE LOSERS

thelosersThe Losers (Usa, 2010) di Sylvain White, con Jeffrey Dean Morgan, Chris Evans, Zoe Saldana, Idris Elba, Columbus Short, Jason Patric

Il voto di Paolino è… 6+

Pubblicata anche qui su Trailersland.com

Un ristretto commando di agenti speciali americani viene mandato in Bolivia per scovare e distruggere la sede operativa di un potente criminale. Purtroppo si accorgono ben presto sulla loro pelle di essere caduti in una trappola. Riescono miracolosamente a scampare all’attacco ordito ai loro danni dal perfido Max (Jason Patric), anche se agli occhi del mondo, cattivo compreso, restano morti. Decidono così di tornare negli Stati Uniti e di vendicarsi dell’uomo che ha tentato di ucciderli. Per farlo dovranno fidarsi della bella Aisha (Zoe Saldana), mossa apparentemente da fini ecologisti.

No, non è A-Team 2. Anche se dal prologo potrebbe effettivamente sembrarlo. Stessi brutti ceffi, stesse facce da Sberla, stesse grafiche esplosive che descrivono nomi e caratteristiche dei personaggi affinché possiamo fare la loro conoscenza. Il leader è il Jeffrey Dean Morgan di Watchmen, il belloccio è il Chris Evans dei Fantastici Quattro, gli altri sono tutti abbastanza anonimi. A loro si aggiunge la bella Zoe Saldana, la protagonista – dietro i pixel – di Avatar. Insieme fanno un gruppetto di scanzonati che cercano di acciuffare un supervillain – talmente poco credibile da sembrare uscito da uno dei primissimi Bond – e di riabilitarsi agli occhi della giustizia. The Losers si presenta con un prologo soddisfacente che termina con un colpo di scena – e allo stomaco – niente male, ma poi si rifugia nei cliché per tutto il resto della sua durata. Il regista Sylvain White (Stepping – Dalla strada al palcoscenico), senza infamia e senza lode, fa quello che può per portare sullo schermo uno script onesto ma tutto già visto, e che stupisce sia stato scritto non proprio da due esordienti: Peter Berg (regista di Hancock e The Kingdom) e James Vanderbilt (Zodiac). Più che altro il film sembra una summa, un riassunto, di tutte le scene più ripetute dal cinema d’azione contemporaneo, da uno scontro a metà tra il violento e il sessuale tra Jeffrey Dean Morgan e Zoe Saldana (ne abbiamo visti di migliori) ad un finale scoppiettante ma addirittura eccessivo. Va detto che un paio di colpi di scena sono ben assestati, soprattutto riguardo il destino di uno dei personaggi del gruppo, e che il film si lascia guardare seppur non goda né di una sufficiente dose di ironia, auspicabile in prodotti che vorrebbero essere cool, né di scene d’azione così irresistibili o tamarre, ma qui la colpa potrebbe essere del budget ridottissimo per un film di questo genere, appena 25 milioni di dollari.

Scarso il carisma messo in campo dagli attori: se Jason Patric nei panni del cattivo gioca con il ruolo che tutti noi vorremmo interpretare almeno una volta nella vita, ma alla lunga diventa stucchevole, tra il gruppetto di “sfigati” Dean Morgan non ha l’appeal per fare il boss e Chris Evans, oscenamente imbruttito con occhialini alla Harry Potter e pizzetto inguardabile, resta nell’ombra. Speriamo che i realizzatori di Capitan America lo sappiano valorizzare a dovere… Quasi sprecata l’ottima musica di John Ottman (Superman Returns, Operazione Valchiria), molto buoni i titoli di coda animati con i paragoni tra i personaggi “dal vivo” e quelli del fumetto.

In sala da venerdì 23 luglio. Segue il trailer.

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luglio 17th, 2010Anteprima: THE BOX

the_box_20100702_1158799214The Box (Usa, 2009) di Richard Kelly, con James Marsden, Cameron Diaz, Frank Langella, James Rebhorn

Il voto di Paolino è… 5

1976. Mentre le due sonde spaziali Viking mostravano al Mondo per la prima volta nitide e precise immagini del suolo di Marte, un uomo suonava di buon’ora il campanello della famiglia Lewis, in Virginia. Arthur (James Marsden), che proprio alla realizzazione di quelle sonde ha collaborato, e la moglie Norma (Cameron Diaz) si svegliano e trovano davanti alla porta d’ingresso una scatola. Al suo interno uno strano marchingegno di legno, con un pulsante rosso. Poche ore dopo un uomo di nome Arlington Stewart (Frank Langella) farà loro un’offerta: se premeranno quel bottone entreranno immediatamente in possesso di un milione di dollari. Ma nello stesso momento qualcuno, nel mondo, morirà. Arthur e Norma hanno 24 ore di tempo per prendere una decisione.

A volte basterebbe fare un passo indietro e mirare un po’ più in basso. Richard Kelly invece non ci sta e il suo ultimo desiderio pare davvero essere quello di compiacere il pubblico, anche a rischio di minare ulteriormente una credibilità sempre più in discesa dopo il cult Donnie Darko. Anche stavolta chi è accorso al cinema per la sua nuova fatica, The Box, attirato da un incipit curioso ed intrigante tratto da un racconto di Matheson, si è trovato di fronte ad un groviglio di immagini e significati difficili da districare. E dire che l’inizio è fulminante: un prologo solamente scritto, battuto a macchina, che subito ci butta a capofitto nel mistero (d’altronde viene usato la parola “resurrezione”); poi l’incontro con i Lewis, marito, moglie e figlioletto. E infine la comparsa di Arlington Stewart, dal volto deturpato in maniera violenta ma affascinante, destinato a lasciare un segno pesante nella vita di quelle tre persone.

Si diceva che l’inizio è promettente. Non è solo la scatola in sé a destare la curiosità dello spettatore, ma una miriade di altri particolari: dal difetto fisico al piede di Norma, protagonista di una crudele ma splendida ed inquietante scena nella classe dove insegna, passando per le ambizioni astronautiche di Arthur, deciso a volare nello spazio ma fermato da un imprevisto che non si sa spiegare. Il tutto girato con un’elegante freddezza, con una messa in scena ineccepibile, con un ritmo pacato ma mai noioso, con musiche efficaci e una presenza, quella di Frank Langella, perfetta. Tutto bene quindi, almeno fin quando si rimane nel terreno della “verosimiltà”. Insomma fino a quando si rimane con i piedi per terra. Da lì in poi tutto degenera, e anticiparvi dove andrà a parare il film significherebbe farvi un torto. Limitiamoci a dire che si sfocia ben oltre il metafisico (ricordate le proiezioni trasparenti di Donnie Darko? ecco, siamo da quelle parti), con spostamenti inspiegabili di materia, esperimenti che coinvolgono la NASA e il governo, sparizioni e quant’altro.

Il periodo storico e la paranoia che impregnava gli anni della Guerra Fredda sono tangibili. Purtroppo a Kelly non basta mettere in scena un onesto thriller, vuole osare, sperimentare, comunicare a chi ha voglia di spremersi le meningi di fronte ai suoi film. Ed ecco quindi riflessioni su riflessioni, dalle più superficiali (il rapporto uomo-denaro, ogni azione ha una conseguenza) alle più profonde (discorsi sulla Morte, sull’aldilà, finanche sfociando nella fantascienza pura). Insomma più che un film, un test per cinefili esperti. Ben realizzato, recitato discretamente, ma di difficile ingurgitazione.

Nelle sale da mercoledì 21 luglio. Il trailer ve l’avevo già proposto tempo fa qui.

luglio 15th, 2010PREDATORS

predatorsPredators (Usa, 2010) di Nimrod Antal, con Adrien Brody, Topher Grace, Alice Braga, Walton Goggins, Laurence Fishburne, Danny Trejo

Il voto di Paolino è… 5½

Un gruppettino di persone per bene (mercenari, yakuza, assassini, spacciatori, condannati a morte) viene catapultato all’interno di una giungla impervia senza alcuna spiegazione. Ben presto capiranno di essere in una riserva di caccia, di essere diventati “prede” di qualcosa di ben più potente di loro, e soprattutto di non essere sul pianeta Terra.

Se volessi utilizzare lo stesso metro di giudizio che ho adoperato per Solomon Kane qualche giorno fa dovrei etichettare Predators come un ennesimo film senza pretese da mandare giù senza paura come un aspirina per far scomparire per due ore qualche brutto pensiero dalla nostra testolina. Invece mi riesce difficile. Per gli intenti iniziali (quelli di non far rimpiangere l’originale schwarzeneggeriano di John McTiernan), per l’impegno profuso nella realizzazione (seppur a budget limitato) e per il cast, su cui però mi soffermerò più tardi. Predators parte e si butta – letteralmente – nell’avventura, in una giungla totalmente artificiale (e si vede) dove i nostri cazzuti eroi devono da subito imparare a conoscersi e a disprezzarsi nella giusta misura.

L’idea di partenza, buttata giù da Robert Rodriguez - qui produttore – nel lontano 1994 quando la Fox voleva affidargli il terzo capitolo della saga, era intrigante. Peccato che la realizzazione e la sceneggiatura non si rivelino all’altezza delle aspettative. I personaggi sono monocorde, e questo lo possiamo tranquillamente accettare in action di questo tipo, ma proprio per questo sono totalmente gratuite e insensate un paio di svolte di sceneggiatura, soprattutto l’ultimissima che riguardo il più innocuo del gruppetto (interpretato da Topher Grace, il Venom di Spider-Man 3), che indispongono e si rivelano addirittura fastidiose. L’idea poi di cercare di non eguagliare il massiccio fisico di Schwarzenegger mettendo a capo della banda un eroe più “intellettuale” – cita persino Hemingway durante il film – e meno pettoruto – anche se poi nel finale i muscoli li mostra eccome – scegliendo Adrien Brody si rivela deludente. Un po’ perchè Brody (che continua a fare scelte pessime e a cui tra un po’ chiederemo a gran voce di restituire l’Oscar insieme a Cuba Gooding jr.) ha tutto tranne che la faccia – e il naso – di un mercenario incazzoso, e poi perchè il ruolo scritto per lui è fastidioso e petulante, e lo rende antipatico. Insomma quando pare, ad un certo punto del film, che il suo personaggio sia schiattato, non ci dispiace neanche più di tanto.

Anche i restanti membri del cast deludono e perfino inquietano. Alice Braga vuole fare la Michelle Rodriguez di turno ma riesce solo a tenere il muso per 90 minuti, mentre Laurence Fishburne in comparsata-premio nel ruolo di un folle che vive da solo nel Pianeta da molto tempo paga il prezzo di uno dei ruoli più ridicoli del cinema degli ultimi tempi. Quando compaiono i Predators il film si rianima, sono violenti e ben realizzati, e rendono onore alla creatura originale. Ma meritavano un contorno decisamente più accattivante.

luglio 10th, 2010TOY STORY 3

toystory3Toy Story 3 (Usa, 2010) di Lee Unkrich, con le voci di Fabrizio Frizzi, Massimo Dapporto, Fabio De Luigi, Riccardo Garrone, Claudia Gerini, Gerry Scotti, Giorgio Faletti

Il voto di Paolino è… 8½

Volevo davvero amare anch’io Toy Story 3. Volevo davvero unirmi al coro di voci che gridano al capolavoro, ai 10 in pagella, che lo vogliono premiato agli Oscar. E pensavo di poterlo amare sul serio: il primo è stato splendido, il secondo un po’ meno ma pur sempre bello. E Up finalmente era riuscito a farmi trattare il cinema d’animazione alla stregua di tutti gli altri generi live action. Invece la mia generale diffidenza nei confronti del cinema animato ha colpito ancora. Toy Story 3 è un film splendido sotto tantissimi aspetti, si permette lussi e provocazioni che il 90% del cinema “vero” neanche si azzarderebbe a mettere in campo. All’inizio piazza un perfetto “riassunto” dei dieci anni che ci siamo persi (mi ha ricordato quello straordinario sulla vita dei Fredricksen in Up), argutamente realizzato in 2D, mentre il resto del film è in un 3D francamente evitabile. Dieci anni in cui Andy è cresciuto, cambiato, in cui gli è venuta la voce roca da ometto e in cui i suoi giocattoli sono finiti in una baule (ma alcuni, dice Woody, “non ce l’hanno fatta, come Linearama”, solo uno dei tanti esempi di come la sceneggiatura in più punti affronti anche il tema della morte con una lucidità impressionante, vedi anche solo tragica scena all’inceneritore).

Toy Story 3 ha dei momenti profondamente oscuri e pessimisti, personaggi che potrebbero anche suscitare sentimenti di paura nei più piccoli (penso per esempio al pagliaccio con gli occhi tristi doppiato – malino – da Giorgio Faletti, protagonista di un flashback nero come la pece, ma anche alla metamorfosi dell’orsetto rosa), mentre altri sono molto più divertenti e colorati. Ma anche il personaggio che non ti aspetti, ovvero quel Ken - doppiato così così da Fabio DeLuigi - effemminato e che tanto faceva ridere nel trailer, può riservare incredibili lati tenebrosi. E che dire del bambolotto/guardia che è riuscito a mettere i brividi persino al sottoscritto?

Scene memorabili a fiumi, geniali persino, come la bisca clandestina di gioco d’azzardo organizzata nel “retro-bottega” di una distributore automatico, e nuovi personaggi da applausi a scena aperta, vedi la prima scena a casa della piccola Bonnie nella quale Woody (doppiato benissimo da Fabrizio Frizzi, stesso dicasi per il Buzz Lightyear di Massimo Dapporto) viene fatto sedere attorno ad un tavolo da tè assieme a nuovi giocattoli totalmente “nel personaggio”, tra cui un riccio vestito da tirolese (!!) da standing ovation.

Quello che probabilmente mi è mancato in Toy Story 3, e mancava anche nel secondo episodio della saga, è la componente “vera”, quella umana. Forse è quello che mi blocca davanti a film d’animazione che hanno per protagonisti macchine parlanti, robot dello spazio, pesciolini nell’oceano… Non a caso la scena secondo me più bella, e da vere lacrime agli occhi, ha luogo verso il finale, quando Andy, che ha appena compiuto una scelta molto dolorosa, gioca assieme alla piccola Bonnie tornando bambino forse per l’ultima volta prima di affrontare la vita da adulto, al college. Applausi a scena aperta. In ogni caso, un film bellissimo. Due parole anche sul consueto cortometraggio iniziale, stavolta intitolato Day and Night, geniale, carino e furbo.

Segue il trailer.

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whereintheworldWhere in the World Is Osama Bin Laden? (Usa/Francia, 2008) di Morgan Spurlock, con Morgan Spurlock

Il voto di Paolino è… 5

Solitamente gioiamo quando un documentario arriva nelle sale italiane. Un avvenimento rarissimo, che accade solo quando in ballo ci sono grossi nomi, vedi il solito Michael Moore. Dovremmo quindi essere felici che Fandango abbia deciso di distribuire Che fine ha fatto Osama Bin Laden?, che il documentarista Morgan Spurlock (candidato all’Oscar per Super Size Me) ha dedicato ad una fantasiosa ricerca dell’uomo più braccato del Pianeta. Invece lo siamo a metà: perchè questo documentario, girato nel 2007 e presentato al Sundance nel gennaio 2008), doveva necessariamente essere consumato caldo: a tre anni di distanza è diventato muffa. In Che fine ha fatto Osama Bin Laden? George Bush è ancora Presidente, e molti collaboratori di Bin Laden, che nel frattempo sono stati catturati o uccisi, vengono raccontati ancora a piede libero. Insomma, arriva decisamente fuori tempo massimo.

In ogni caso, anche se fosse uscito day-and-date con gli Usa, il film di Spurlock non avrebbe certo entusiasmato più di tanto. L’incipit è dato dal fatto che la moglie del regista si scopre incinta del primo figlio, e Spurlock non può permettere che la sua creatura nasca in un mondo talmente pieno d’odio e di preoccupazione. Con il suo cameraman decide quindi di intraprendere un viaggio in Medio Oriente per ripercorrere le tappe della vita di Osama Bin Laden, dall’Egitto al Marocco, da Israele all’Afghanistan, cercando, ovviamente in maniera molto ironica, di scovarlo. Con gli interlocutori che trova nel suo cammino Spurlock parla dei problemi tra Israele e Palestina, dei talebani, del terrorismo. Scoprendo una verità mai sentita prima: in Medio Oriente non sono poi tutti così cattivi. Come in Italia non siamo tutti mafiosi e in Francia non sono tutti checche.

Poca carne al fuoco, che porta ad un finale tristissimo dove Spurlock, alle porte di una zona del Pakistan molto pericolosa e dove si crede si celi il boss dei boss, decide di desistere dalla sua “ricerca” per amore di suo figlio. Non ci siamo.

In sala da oggi, venerdì 9 luglio. Segue il trailer.

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