No perché io c’ho una memoria un po’ di merda. Ero convinto di aver già scritto qualche riga suThe Killing, poi mi sono accorto che questa settimana FoxCrime ha iniziato la programmazione italiana di questo telefilm targato AMC (la stessa rete che produce Mad Men e The Walking Dead, per dirne due) e mi sono reso conto che me n’ero scordato. Abbiate pazienza. In realtà tutto quello che voglio dirvi è: guardatelo.
The Killingè il remake americano di una serie danese ed è da tutti stato etichettato come la risposta moderna a Twin Peaks: in realtà le due serie poco hanno in comune, se non lo spunto iniziale, ovvero la scomparsa di una giovane ragazza. La nuova Laura Palmer si chiama Rosie Larsen, ed è una dolce adolescente di Seattle che una sera semplicemente non torna a casa dai suoi genitori Mitch e Stanley. Il caso viene assegnato a Sarah Linden, una risoluta detective prossima al trasferimento per seguire in una nuova città l’uomo che ama assieme al figlioletto avuto da un precedente uomo. L’uomo che dovrà sostituirla al dipartimento è il giovane Stephen Holder, che arriva dalla narcotici e ha dei metodi decisamente poco ortodossi. I due iniziano a lavorare insieme, e cominciano a capire che dietro la sparizione di Rosie si celano segreti che coinvolgeranno anche eminenti figure della città, tra cui il candidato sindaco Darren Richmond, che pare avere molti scheletri nel suo armadio.
Continuando il mio excursus nelle serie legal che l’annata americana 2010/2011 ci ha regalato, e dopo non aver portato proprio benissimo alla prima di cui vi ho parlato, The Defenders, che è stata chiusa dopo una sola stagione (sebbene gli ascolti non fossero disdicevoli), passiamo a quello che dal sottoscritto era considerato come il vero e proprio evento dell’anno: il ritorno sugli schermi di una serie creata e firmata da David E. Kelley, padre delle più belle serie giudiziarie degli ultimi 20 anni: The Practice, Ally McBeal, Boston Legal.
Si intitola Harry’s Law, e ha come protagonista un volto decisamente noto del cinema americano: Kathy Bates (premi Oscar per Misery non deve morire, candidata anche per A proposito di Schmidt e I colori della vittoria). Nel telefilm, che ha debuttato in midseason su NBC con 12 episodi e che tornerà in autunno con una seconda stagione, interpreta l’avvocato Harriet Korn, specializzato in brevetti. Stanca del suo lavoro, molla, anzi si fa mollare dal prestigioso studio in cui lavora in cerca di nuovi stimoli. Un paio di incidenti fortuiti nei quali rischia la vita la portano a contatto con un mondo che non conosceva: in un quartiere malfamato di Cincinnati, scopre un universo di microcriminalità e di disadattati che vivono come in un moderno Far West, con proprie regole e leggi. Seguìta dalla sua disinibita segretaria Jenna (Brittany Snow), rileva così un negozio di scarpe abbandonato tra quelle strade pericolose e apre un suo studio legale, iniziando a difendere casi che finalmente la appassionano, come quello del ragazzo che nel pilot le piomba letteralmente addosso dopo essersi gettato da un tetto per non finire in carcere per droga.
In tv come al cinema tutto può essere etichettato. Tra i telefilm americani, i sottogeneri più gettonati sono ovviamente i medical drama (House, Grey’s Anatomy) e i crime drama (i vari CSI, Bones, Dexter). Ma tosto come un mulo, seppur considerato “minore” rispetto ai suoi colleghi, resiste il legal drama, che a dircela tutta è un po’ il genere che preferisco. C’è un solo uomo, un geniale autore che ha fatto la storia dei legal (sia nel versante drama che comedy) negli anni ’90 e che ha debuttato sugli schermi americani col suo nuovo show da qualche settimana, ma ve ne parlerò la prossima volta. Oggi mi voglio soffermare invece su un prodotto in onda ormai da diversi mesi: The Defenders.
Quando un autore crea un legal show, la prima cosa che deve decidere è lo stato americano in cui ambientarlo: da quello dipenderà molto della struttura dei casi trattati. Pensate per esempio ad uno show su casi giudiziari ambientato a… Las Vegas! Lo hanno scritto Kevin Kennedy e Niels Mueller, ispirandosi a due avvocati realmente esistenti nella capitale del gioco d’azzardo, su cui la CBS stava realizzando un documentario, e riprendendo il titolo di una serie della stessa rete andata in onda negli anni ’60 (in Italia si chiamava La parola alla difesa). Ma se pensate che tutto ciò sia comunque di una noia immane, la coppia di attori scelti come protagonisti potrebbe farvi cambiare idea: Jim Belushi (La vita secondo Jim) e Jerry O’Connell (meno famoso, ma i tanti appassionati di “commedie sporcaccione” lo ricorderanno sicuramente, e al momento è al cinema in Piranha 3D…)
Torno a parlarvi di serialità televisiva per presentarvi un prodotto inglese di altissima qualità, trasmesso negli scorsi mesi dalla rete ITV1 e con un cast di grandissimi attori: Downton Abbey. Sette episodi da un’ora ciascuno (ma una seconda serie è già in preparazione) che raccontano due anni di vita in una gigantesca magione a Downton, dal 1912 (si apre con la notizia dell’affondamento del Titanic) al 1914 (si chiude con l’arrivo della Guerra). Le vicende ruotano attorno alla famiglia Crawley e alla loro servitù. Se il concept vi ricorda lo splendido Gosford Park di Robert Altman, non siete lontani: in effetti entrambi i lavori sono scritti dalla stessa penna, quella di Julian Fellowes, e lo stile è pressoché identico. L’affondamento del transatlantico più grande del mondo dà il “la” alla vicenda: nel naufragio infatti muoiono i due eredi diretti di Lord Grantham (Hugh Bonneville), che resta così con sole figlie femmine e una ricchezza da destinare. La linea di successione prevede che tocchi al lontano cugino Matthew Crawley (Dan Stevens) ereditare il palazzo di Downton Abbey, ma nessuna delle figlie di Grantham pare intenzionata a sposarlo.
Nel frattempo, ai piani bassi, le cucine e le lavanderie pullulano di servitù rigorosa ed attenta, con una precisissima gerarchia che vede sulla cima il severo maggiordomo Carson (Jim Carter) e la governante Mrs. Hughes (Phyllis Logan), intenti a badare ad una folta schiera di giovani camerieri, inservienti, aiutanti in cucina e autisti, tutti decisi ad emergere e senza alcuna remora per cattiverie e astuzie di ogni tipo atte a screditare loro colleghi. Sullo sfondo, un’Inghilterra che cambia, le donne che aspirano a maggiori riconoscimenti e un conflitto mondiale che si avvicina…
Downton Abbey è un prodotto di stupefacente realizzazione, di rigore formale e recitativo ineccepibile, con alcuni tra i più grandi attori inglesi, tra cui una splendida 78enne – e due volte premio Oscar – Maggie Smith. Quando si prevede calma piatta all’orizzonte, per la relativa tranquillità della vita a “palazzo”, ecco irrompere uno scandalo, un colpo di scena: c’è passione, c’è malignità, c’è imprevedibilità. Perfino un omicidio. E i battibecchi tra le due “megere” di casa Downton (Maggie Smith appunto, e la madre del nuovo erede) sono impagabili. Qualsiasi piccola cosa viene resa appassionante: dalla preparazione di una fiera di giardinaggio alla realizzazione del pranzo nelle cucine sotto i rigidi ordini di Mrs. Patmore, la cuoca. E le figlie di Lord Grantham, così diverse e di vedute opposte (ribelle e determinata la maggiore, ingenua e sognatrice la seconda, anticonformista e “amica della servitù” la minore) scalderanno gli animi dei propri genitori e dei pretendenti al loro cuore in maniera insospettabile.
L’impresa era ardua e doveva essere ben pianificata. Una trasposizione per il cinema del capolavoro letterario di Ken Follett I pilastri della terra era impossibile (veleggiamo sulle 1030 pagine), mentre un serial si sarebbe prestato perfettamente all’intento. Ci ha provato la tv via cavo americana STARZ, che solo da un paio d’anni ha dato il via alla produzione di proprie serie in modo da diventare un competitor dei più forti HBO e Showtime. I buoni risultati di Crash e Spartacus: Blood and Sand (un successo quest’ultimo fermatosi però alla prima stagione, a causa di un cancro che ha colpito il protagonista principale), hanno quindi convinto STARZ a puntare decisamente più in alto mettendo in cantiere un vero e proprio kolossal televisivo.
I pilastri della terra ha luogo in una località immaginaria dell’Inghilterra del XII secolo, Kingsbridge, un priorato guidato dal giovane e caparbio priore Philip (Matthew MacFayden), e racconta della costruzione di una nuova ed imponente cattedrale, ad opera di Tom il costruttore (Rufus Sewell), giunto sul luogo con i due figli in cerca di lavoro dopo aver perso la moglie durante un parto travagliato. Intorno alla costruzione di questa opera edilizia e religiosa si muove un nutrito gruppo di persone tutte prese da nient’altro se non i propri interessi, dal subdolo vescovo Waleran (Ian McShane) che farà di tutto affinchè la cattedrale non venga costruita, alla famiglia Hamleigh, nobili decaduti in cerca di potere, fino ad Aliena che, caduta in disgrazia dopo l’uccisione del padre, conte di Shiring, dovrà ripartire da zero inventandosi mercante di lana e aiutando il proprio fratello minore a rifarsi una posizione sul campo di battaglia e magari, perchè no, a riprendersi il titolo che gli spetta di diritto.
Purtroppo scritta così la trama sembra tragicamente noiosa, in realtà è tutt’altro: intrighi, colpi di scena, risvolti di faccia si susseguono e danno vita ad un romanzo fiume che appassiona. E la sua trasposizione su schermo? Prima considerazione: STARZ non ha i fondi delle sue dirette concorrenti, e lo sfarzo di costumi, set e riprese che poteva permettersi, per dirne una, The Tudors, è un vago ricordo. L’impressione è come che il budget sia andato interamente a coprire i salari di un cast-bomba (McShane, Fayden, Hayley Atwell e Tony Curran sono attivissimi al cinema, se poi ci mettiamo le partecipazioni di Donald Sutherland e Rufus Sewell…), mentre si sia deciso di risparmiare su tutto il resto. La produzione è quindi canadese (motivi fiscali?), la serie è stata girata in Europa (Austria e Ungheria) e le maestranze sono tutte del posto, a cominciare dal regista Sergio Mimica-Gezzan, che pur ha un buon curriculum (è stato per più di un decennio il primo assistente alla regia di Spielberg, e ha diretto vari episodi di Prison Break, Heroes, Battlestar Galactica).
Ad ogni modo la resa cinematografica è più che buona, le interpretazioni – manco a dirlo – sono straordinarie, il ritmo è ottimo. Cosa c’è allora che non va? Beh, presto detto: il romanzo abbraccia un arco di tempo che va dal 1135 al 1174. 40 anni. Gli episodi della serie sono otto. E sono da 50 minuti l’uno. 400 minuti per 40 anni fa esattamente… 5 anni per episodio. 1 anno ogni dieci minuti. Lo capite da voi che il difetto peggiore quindi si rivela la sbrigatività. Decisamente troppo pochi episodi per poter regalare il giusto approfondimento ai personaggi, e il doveroso rispetto ad un’opera così complessa e articolata. Rimane quindi una delle più classiche occasioni sprecate: per mancanza di…? per scelta di…? Non è dato a sapersi.
Prodotto da Ridley e Tony Scott, I pilastri della Terra sta andando in onda in Italia dalla scorsa settimana su Sky Cinema 1.
La novità televisiva della stagione appena conclusasi che mi ha convinto più tra tutte quelle che ho visto è sicuramente la strepitosa Modern Family, partita su ABC lo scorso settembre (e in Italia su Fox da febbraio) e già rinnovata per una seconda stagione dopo i risultati più che lusinghieri.
E’ una comedy strutturata in episodi da 20 minuti e, cosa che la rende estremamente vivace e senza pause, è realizzata come fosse un mockumentary, un falso documentario sulle vite di tre famiglie “moderne” legate tra loro da vincoli di parentela. Camera a mano spesso senza stacchi, e intermezzi in stile “confessionale del Grande Fratello” in cui i protagonisti si raccontano ad un ipotetico intervistatore. Più facile a vedersi che a dirsi, vi assicuro.
La famiglia più numerosa del terzetto è quella di Phil, agente immobiliare bambinone ed ingenuo, e Claire, madre iperprotettiva dei loro tre figli. Claire ha un padre, Jay, che dopo essersi divorziato si è risposato con la ben più giovane e colombiana Gloria, la quale aveva già un figlioletto tenerone e svarionato di nome Manny. Il terzo nucleo è composto da due novelli sposi gay, uno dei quali fratello di Claire e figlio di Jay, che hanno appena deciso di adottare la loro prima bambina, una neonata vietnamita.
Il punto di forza di Modern Family sta in una sceneggiatura brillante e sarcastica come non se ne ascoltavano da tempo, che trova sfogo in personaggi irresistibili e talvolta geniali. Il padre di famiglia Phil ad esempio, che spesso si rivela ben più marmocchio dei suoi piccoli, riesce ad essere sempre inopportuno e ad ingaggiare strampalate gare di superiorità con la nevrotica moglie. Alla colombiana Gloria vengono poi messe in bocca battute letteralmente politically uncorrect, molte volte di un fenomenale cinismo che riguarda soprattutto il suo paese d’origine (dove a suo dire le lezioni a scuola vengono interrotte solo quando un bambino è chiamato ad uscire dalla classe per identificare un cadavere).
Camei d’eccezione, tra cui spicca quello di Edward Norton in uno dei primi episodi, seguito da Benjamin Bratt e Minnie Driver nei seguenti. Segue una clip tratta dall’episodio pilota che presenta i personaggi principali.
Come previsto la stampa e il web italiano stanno promuovendo la partenza su Sky Uno di Nurse Jackie, serie della tv via cavo americana Showtime, indicandola come la risposta femminile al Dr. House. Niente di più sbagliato.
Jackie Peyton (Edie Falco, I Soprano) è un’infermiera del New York City Hospital che col burbero medico col bastone ha in comune soltanto la battuta facile e il vizietto di assumere ingenti quantità di medicinali per tirare avanti, nello specifico pasticche di ogni genere che il farmacista della struttura Eddie, nonché suo amante, gli fornisce in cambio di amore e sveltine. A casa ha un marito splendido e due figlie per le quali stravede, ma mentre è al lavoro si toglie la fede e conduce una vita parallela. L’unica persona a conoscere il suo segreto è uno dei dottori, Eleonor, dedita al vestiario firmato e ai bicchieri di vino. Attorno a loro un mucchio si variopinti personaggi, dal giovane medico svampito e combinaguai Fitch (Peter Facinelli, il Cullen senior di Twilight), l’infermiere gay Mo-Mo e l’intransigente direttrice del reparto Gloria. Senza contare la novellina con la testa tra le nuvole che viene affidata a Jackie, l’ingenuotta Zoey, che combinerà più di un pasticcio con i pazienti.
Jackie non è House perchè per lei i pazienti vengono prima di tutto, e sfida persino la legge per aiutarli e far valere i loro diritti. E il suo nascondersi dietro un’apparente aura di cattiveria e cinismo è soltanto un modo di farsi valere e di venire rispettata da tutti. E si droga certo per lenire il dolore che la schiena le provoca, ma anche e soprattutto per non farsi mai trovare impreparata, debole o poco reattiva.
Jackie è un personaggio da tenere d’occhio, una figura malinconica che guarda il mondo da un oblò e pare essere sé stessa soltanto tra le mura domestiche, con la famiglia che la ama. Il telefilm rende giustizia solo in parte a questo connubio di umori, viaggiando tra il serio e il faceto con leggerezza e con più di un personaggio indovinato (soprattutto il buffo dottor Fitch, affetto da una strana patologia che gli fa involontariamente “allungare le mani” sui seni delle donne quando viene sgridato).
La prima stagione del telefilm, composta da 12 episodi, parte stasera su Sky Uno. La seconda andrà in onda negli States da fine marzo.
Dopo la pausa forzata nel 2008 causata dallo sciopero degli sceneggiatori e dai guai giudiziari di Kiefer Sutherland, il 2009 è stato l’anno dei grande ritorno di 24 con la sua settima stagione, sbarcata finalmente anche in Italia sul canale satellitare FX in attesa del debutto in chiaro previsto per l’inverno su Italia 1.
Anticipata dal film-tv 24: Redemption, ambientato in Africa e di cui già vi avevo parlato qui, il Day 7 di 24 parte proprio dalle conseguenze degli eventi narrati nel prologo: Jack Bauer è stato costretto a tornare sul suolo americano e ad essere così processato da una commissione del Senato per alcuni atti illeciti compiuti durante il suo servizio al CTU, ormai smantellato. Durante il dibattimento Jack viene però prelevato dall’agente dell’FBI Renée Walker (Annie Wersching) che lo reclama come informatore riguardante una situazione critica: la tentata violazione del firewall del CIP, un sistema che protegge tutte le infrastrutture della nazione. Se l’attentato andasse in porto, ogni tipo di telecomunicazioni, trasporti o reti elettriche sarebbe vulnerabile. E Jack conosce bene l’uomo che si presume essere dietro a tutto questo: il suo ex collega, e amico fraterno, Tony Almeida (Carlos Bernard). Ma è davvero tutto come sembra?
Ovviamente no… Nei 24 episodi della nuova serie Jack ne farà nuovamente di cotte e di crude, dovrà conquistarsi la fiducia del nuovo Presidente degli Stati Uniti (una donna, Allison Taylor, interpretata da Cherry Jones fresca di Emmy per questo ruolo), ritroverà i vecchi amici Chloe O’Brian (Mary Lynn Rajskub) e Bill Buchanan (James Morrison) e dovrà vedersela con un cattivo d’eccezione, il premio Oscar Jon Voight. Jack per salvare il proprio Paese metterà totalmente a rischio la sua salute, elemento che farà tornare nella storia per una manciata di episodi anche sua figlia Kim (Elisha Cuthbert).
Adrenalina? Colpi di scena? Azione? Gli elementi imprescindibili di 24 ci sono sempre, comprese le traversie familiari del Presidente USA che inevitabilmente finiranno per condizionare gli sviluppi della trama. Ma ormai tutto ciò non è più una novità, e al settimo anno anche io, che considero questa serie la mia preferita in assoluto e la migliore tra quelle ancora in produzione, devo ammettere che si comincia a tirare la corda. Bauer è giunto ad un punto di non ritorno, talmente acciaccato nel corpo e nel cervello da rendere ogni suo gesto sullo schermo una sorta di “ultimo gesto”. Manca lo spirito, manca la vitalità, manca la passione che trasmetteva durante i primi anni. Oggi tutto sembra più prevedibile, e questo è un peccato. Prima che la serie scada del tutto, meglio farla finire con onore.
L’ottava stagione, secondo molti l’ultima, inizierà in America il prossimo gennaio.
Prendete la rete via cavo HBO, che negli ultimi anni ci ha dato Sex & the City, I Soprano, Deadwood e Roma. Prendete poi Alan Ball, scrittore rivelazione di American Beauty e poi sviluppatore, sempre per HBO, di quel capolavoro di Six Feet Under. Mischiate il tutto ed otterrete una nuova grande serie cult, True Blood, della quale negli Stati Uniti è attualmente in onda la seconda stagione mentre in Italia si sta concludendo la prima ogni lunedì su Fox (SKY).
Basta una conoscenza solo superficiale degli scritti di Alan Ball per sapere quale sia il tema principe dei suoi lavori: la morte, coniugata in tutte le sue sfumature, e intrisa di umorismo nero e sadico cinismo. Mentre in Six Feet Under aveva a che fare con dei cadaveri inermi, in True Blood i cadaveri sono… viventi! In un ipotetico e prossimo futuro infatti, i vampiri usciranno allo scoperto e si mischieranno alla gente comune. Ciò sarà possibile grazie alla messa in commercio di una nuova bevanda, il True Blood appunto, sorta di sangue sintetico che renderà loro possibile la “vita” senza dover dissanguare alcun umano. Inutile dire che il dibattito terrà banco a livello mondiale, tra chi, più aperto, auspicherà una loro pacifica coabitazione, e chi non potrà scordare di essere pur sempre vicino a corpi senza cuore battente, che non possono stare sotto il Sole e che riposano nell’umida terra.
Nella tranquilla cittadina di Bon Temps, in Louisiana, vive la cameriera Sookie (Anna Paquin, La 25a ora, la trilogia di X-Men), assieme al fratello Jason e all’amorevole nonna. Incredibilmente, Sookie è dotata di un dono soprannaturale: riesce a captare i pensieri della gente attorno a lei. Una sera si presenta alla porta del bar in cui lavora l’elegante e gentile Bill Compton, dalla pelle biancastra: un vampiro in piena regola. E’ lì che Sookie si accorge che i suoi poteri telepatici non funzionano con quelli dell’”altra specie”. Tra i due sboccerà una relazione contrastata e pericolosa, che porterà a Bon Temps dissidi, malumori… e un mucchio di morti.
Sesso esplicito e sfrenato, droghe di tutti i tipi (tra cui il famigerato “sangue di vampiro”, protagonista di una brutta avventura per Jason), violenza, crimini, omicidi, orgie tra vampiri… Ma anche romanticismo, amicizia, buona battute. True Blood è un prodotto che si lascia guardare con attenzione e appassiona, lentamente. Non godrà probabilmente di una regia così accorta, e non si può dire neppure che il casting sia riuscitissimo (anzi affermo tranquillamente che è uno dei peggiori degli ultimi anni…) ma è una serie adulta capace di vari colpi di scena e di discorsi per nulla scontati.
Abbastanza inquietante la somiglianza del nome dell’attore che interpreta il vampiro Bill (Stephen Moyer) con quello dell’autrice dei libri di Twilight, Stephenie Meyer. Poco male, pochi giorni fa Moyer ha definito il vampiro di Robert Pattinson “una fighetta”.
Si chiama “Psych” ed è un’agenzia investigativa guidata da Shawn Spencer (James Roday), un ragazzotto americano cresciuto fin da piccolo, dal padre poliziotto (Corbin Bernsen), a pane e “indizi”. Shawn ha sviluppato negli anni, grazie ad uno spiccatissimo senso visivo, la capacità di risolvere anche i casi più complicati semplicemente “osservando”, nei minimi particolari, tutto ciò che lo circonda e che è inerente al crimine: persone, luoghi, azioni, espressioni. Il dipartimento di polizia però non può accettare che un uomo qualunque abbia questo tipo di facoltà, così a Shawn, sempre accompagnato dall’amico d’infanzia Gus (Dulé Hill, famoso per West Wing), più serio e razionale, non resta che fingersi un sensitivo e impersonare la parte di uno che risolve i più intricati enigmi grazie a delle fortuite visioni mistiche.
In onda dal 2006 sulla rete americana USA Network, e in Italia su Steel e Rete4, Psych è una strampalata commedia a sfondo poliziesco che diverte e coinvolge, grazie anche e soprattutto alla verve del suo protagonista, James Roday (visto in Hazzard e Showtime) su cui il cinema comico dovrebbe cominciare a puntare. Tra esilaranti siparietti che lo coinvolgono in finte e assurde premonizioni, e rocamboleschi sotterfugi messi in atto per intrufolarsi nelle scene del crimine senza farsi scoprire dal detective Lassiter (Timothy Omundson, visto in tv in Jericho e Deadwood), che lo disprezza perchè fa far lui una brutta figura dietro l’altra dinanzi al capo – donna – del dipartimento, la serie, creata dall’esordiente Steve Franks, è un giusto connubio tra generi che non risulta indigesto a chi, come il sottoscritto, non prova alcun interesse nel seguire i crime alla CSI.
La terza serie è attualmente in onda negli States, e arriverà in Italia prossimamente.
Dopo il salto, due scene in italiano (o almeno credo, ho il pc in panne che non mi fa sentire l’audio!!!)